Giovedì, nel corso di Ore14 sera, condotto su Rai2 da Salvo Sottile, oltre al caso di Garlasco, si è discusso in merito alla possibile revisione della condanna di Massimo Bossetti, finito all’ergastolo solo sulla base di un Dna nucleare – quello mitocondriale non è pervenuto – che alla sua difesa è stato finora impedito di analizzare. A tale proposito, senza addentrarci negli oscuri meandri di una questione per la quale la Pm che aveva fatto condannare Bossetti per l’omicidio della povera Yara Gambirasio era stata indagata per frode processuale, ma poi prosciolta dal Gip, ho pienamente condiviso quanto dichiarato dal produttore e autore televisivo Gianluca Neri, che si occupa da tempo della vicenda, in merito alla fantomatica prova regina: “È il caso forse di smitizzare la prova scientifica; perché il padre della genetica forense, Peter Gill, tanto citato dall’accusa, dalle parti civili e dalla difesa, sostiene che l’ha inventata lui peraltro la materia, che il Dna da solo non basta, e che il Dna è un indizio e non può essere mai una prova”.
Infatti, nel mondo anglosassone, se non si riesce a collocare con altre prove il soggetto indagato/imputato nel luogo del delitto, o quanto meno a stabilirne un chiaro collegamento con la vittima, questo singolo indizio non dovrebbe mai, da solo, sostenere una condanna. Figuriamoci, come va raccontando da anni l’eroico Claudio Salvagni, se nel caso in specie si è chiesto ai vari giudici del lungo iter processuale di compiere un mero atto di fede, dal momento che non è mai stata ordinata una perizia anche in merito ad altri aspetti molto controversi.
Ma durante l’accesa discussione ha dato sfoggio della sua abilità colpevolista una new entri di questa diffusa specialità giornalistica: Fabrizio Capecelatro, direttore di Fanpage, uno dei giornali più chiusuristi che ci allietavano con le loro quotidiane previsioni di sciagure durante l’epopea del Covid. Ebbene, dopo che si è discusso del falso indizio del video che avrebbe mostrato il furgone di Bossetti aggirarsi nei pressi del luogo della scomparsa della povera Yara Gambirasio il giorno della sua scomparsa – indizio costruito ad arte come poi rivelò durante il processo dall’allora colonnello Lago, che succedette a Luciano Garofano nella guida del Ris di Parma – , Capecelatro ha ribattuto rispolverando un’altra delle leggende metropolitane che hanno fortemente contribuito alla costruzione del mostro da sbattere in prima pagina: la presunta fuga del carpentiere di Mapello quando fu arrestato mentre lavorava in un cantiere di Seriate.
Secondo Capecelatro, il tentativo di fuga sarebbe stato accertato e ciò avrebbe poi pesato sul giudizio finale. Peccato però, come ha spiegato l’avvocato Salvagni, che mentre l’imponente spiegamento di forze predisposto per arrestare il suo cliente, con tanto di tv al seguito, circondava il cantiere, Bossetti stava su un pontile da egli stesso costruito ed aveva i piedi immersi nel cemento con tanto di stivaloni di gomma. Secondo il legale, a costruire l’immagine del colpevole ha contribuito il video, girato dagli stessi poliziotti, in cui si sente una voce gridare “scappa, scappa!”.
Ebbene, a fronte di tutto ciò, in una vicenda che presenta una montagna di dubbi, ci piacerebbe che soprattutto le nuove generazioni del giornalismo nostrano iniziassero a svolgere il ruolo di cani da guardia del potere, in questo caso giudiziario, smettendola una volta per tutte di far sempre riferimento alle sentenze passate in giudicato, che vanno rispettate ma che debbono essere eventualmente messe in discussione, analizzandole con autentico spirito critico. Gli atti di fede sono materia di natura religiosa.
Claudio Romiti, 6 novembre 2026
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