Politica

Dubbi su Maduro? Guardate chi lo difende

La carica dei difensori del dittatore venezuelano non possono che portarci a stare dalla parte dell'operazione di Trump

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Molti dubbi se volete sulla destituzione del macellaio narcotrafficante coi baffoni stalinisti a tricheco, ma a dissolverli basta verificare chi lo difende: la feccia pro Hamas al completo, la quale Hamas non a caso si schiera in favore dell’ex sindacalista stalinista, e io due domande me le farei. Certi fogli organici, nel senso della materia, sono osceni: sì, sarà pure un dittatore sanguinario, ma è il nostro dittatore e poi vuoi mettere quello col ciuffo, vuoi mettere quanto si stava meglio a Caracas piuttosto che a New York (dove comunque sembrano avviati sulla stessa strada). Ciuffettone, a proposito, non l’ha fatto fuori (forse salvandolo, chissà) in quanto autocrate ma intanto minaccia per gli Stati Uniti: come spacciatore di droga, ed è in parte un pretesto, e soprattutto di petrolio, sul quale aveva messo le mani quel democratico inclusivo di Xi.

Donaldone è arrivato prima, ecco tutto: colpo al cerchio degli affari e alla botte degli avversari. Così va il mondo, così vanno le cose, così debbono andare: lo cantava un rinomato staliniano, Lindo Ferretti. E in verità, in verità vi dico che non è poi così male se la Cina ne esce ridimensionata: o davvero si voleva un suo potenziamento grazie al petrolio venezuelano, nel segno dell’antioccidentalismo coglione? Trump è abituato a smentirsi in 5 minuti, ma in questo caso la contraddizione è solo apparente: l’America, sostiene Taicùn, non farà più il poliziotto del mondo, ma solo di se stessa; dove c’è un pericolo, interviene fottendosene dei legalisti pro totalitari, dei cacadubbi eurounionisti, degli onesti invasori che si scandalizzano, sai le risate, se qualcuno penetra in un Paese “libero e democratico”: prendete nota. Poi, che il mondo coincida largamente con gli interessi dell’America, è una conseguenza.

Si, va bene, il diritto internazionale, sul quale si può dir tutto e il contrario di tutto, perché tanto son tutti esperti, tutti giuristi alla Francesca Albanese, sì, d’accordo, il legalismo di cartone di quelli come Saviano che la mafia la vede fin che gli fa comodo ma quella del compagno Maduro se la perde come cosa irrilevante, trascurabile: eh, i sacri confini, e, soprattutto, i sacri princìpi! Quell’altra, la occupatrice da centro sociale riconvertita all’euroburocrazia in cachemire che difende il compagnero Maduro. Quell’altra ancora, la compagna luminosa Fiorella Mannoia, o Mannaia, che “si vergogna” del supporto di Meloni a Trump. E che dire degli honesti a 5 stelle, tipo Di Battista, uno che, se c’è di mezzo un dittatore islamico o comunista, lui non può mancare? E sotto tutti gli altri, Sansonetti a Quarta Repubblica ha trovato modo di paragonare Moro a Maduro, che è semplicemente ignobile.

Questi qua quando parlano di sacri princìpi ricordano un po’ la famosa faccenda di Dracula a capo dell’Avis; o, per metterla più sul culturale, quella sempiterna massima di sir Winston Churchill: “Fate sempre leva sui vostri princìpi: prima o poi finiscono per cedere”. Con certi soggetti, più prima che poi: sono duttili malleabili friabili. I sacri princìpi del diritto internazionale sono un po’ come la sacra Costituzione made in Italy, che si può mettere nel baule e ritirar fuori, previo intervento di Benigni, a seconda delle stagioni. Speriamo che il nostro amato Presidente non la scomodi pure lui, magari dopo una foto rituale al gran premio con quei due influencer, ve li ricordate, quelli che facevano un sacco di soldi e allora gli davano l’Ambrogino d’Oro, che poi non si è mai saputo chi sia stato perché tutti se lo sono rimangiato: oggi, il nostro amato monarca repubblicano dovrebbe farsi un selfie con i Madugnez.

E insomma, signori, come mi insegnava, nientemeno, un procuratore della Repubblica con fare paterno, “caro Del Papa, il diritto è come la pelle dei coglioni: va dove lo tiri”. Vale a maggior ragione per quello internazionale, imbevuto di sacri princìpi che esistono finché servono, perchè in giro tutti fanno il comodaccio proprio. Lo sa anche il Papa americano che, di fatto, ha sottoscritto l’operazione Donald: “Il bene del popolo venezuelano venga prima di tutto il resto”. Più chiaro di così. Laddove il predecessore si sarebbe lanciato, probabilmente smadonnando, a fianco del compagno appena prelevato. La verità, a volerla dire tutta, è che siamo sempre più sull’orlo di una guerra totale, e a questo punto definitiva, perché il mondo è spartito fra padroni, più o meno democratici, che nei fatti “non si fermano davanti a niente, non rendono conto di niente a nessuno”; se si limitano, è puramente nell’ottica delle faide mafiose.

E non necessariamente ci piace questa pax famelica, non ci lascia tranquilli, ma fare le verginelle sognanti come pretendono le groupie di un macellaio stragista a capo di uno Stato canaglia, piaccia o non piaccia, che ha deportato milioni di connazionali, beh, grazie, no. Se uno non è di sinistra, quel minimo di decenza morale, intellettuale, se la difende. Funziona così: à la guerre comme a la guerre, e ovviamente c’è chi ci deve guadagnare (e chi di conseguenza ci perde). Alla fine Maduro l’hanno mollato per primi i suoi storici protettori, l’asse che va dalla Cina alla Russia passando per l’Iran, con tutti che, sì, latrano, ma più per dovere di firma. Per scorno, perché il messaggio di Trump gli è arrivato forte e chiaro: non più presto di cento ore prima, Xi sparava un suo discorso incendiario, provocatorio verso l’America: siamo i più forti, possiamo fare quello che vogliamo, Taiwan è già nostra, il petrolio venezuelano pure: servito. E quell’altro, alla Casa Bianca, che già minaccia nuovi sfondamenti.

No, non stiamo tranquilli, coviamo molti dubbi, molte perplessità, ma almeno una certezza: magari lo stesso abuso si verificasse anche dalle parti di certi compari, per non far nomi l’Iran, ma non solo: così si respira meglio, senza contare che, magari, qualche fanzine di certi ceffi, già in disarmo, sbaracca davvero, perché no insieme alla relativa setta, e stiamo già sognando.

Max Del Papa, 5 gennaio 2026

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