Cultura, tv e spettacoli

E anche questo Sanremo se lo semo levato dalle balle

Del 73esimo Festival ci resterà poco o nulla, a parte il solito strascico di polemiche

Anche questo Sanremo se lo semo levato da le palle. Che rimane? Diremmo un pieno di vuoto, assoluto e annunciato. Per tutta la settimana abbiamo provato a tracciarne le mene, le trame, i sussunti cercando di non farla troppo pesante, sta di fatto che in una settimana ci sono scorsi davanti una catastrofe epocale, una guerra permanente, una crisi diplomatica (passata proprio per Sanremo), una mezza crisi internazionale per far fuori il governo italiano, scintille di terrorismo risorgente, senza dire dell’ordinaria amministrazione che in Italia è sempre tragicomica, e non ce ne siamo accorti, tutto è stato sommerso o rimosso o ridotto a quinta per un evento che era tale per autoaffermazione. Coi notiziari che su qualsiasi cosa se la sbrigavano in pochi minuti, “ma torniamo al Festival”. A parlare del culetto pretenzioso di Victoria, dei giocattoli anali di Rosa il Chimico, griffati e presto venduti sui social.

Non che il mondo debba pascersi solo di drammi, di urgenze più o meno ponderose, l’evasione ci vuole, ma con Sanremo l’evasione viene presa un po’ troppo alla lettera: fuga da ogni realtà reale, rifiuto da qualsivoglia implicazione contingente. Così è tutti gli anni eppure non finisce di stupire questa sospensione del paese per una rassegna di cantanti pessimi che intonano, per così dire, motivi pessimi. In dieci milioni ogni sera, picco più picco meno, si sono votati a questa liturgia senza sacro e senza ritegno: uno su sei e, attenzione, non solo nelle fasce basse, non è più come ai tempi di Flaiano che snobisticamente se ne disperava, il Festival si è fatto interclasse, modaiolo, la panna montata del gossip stupido, della pruderie piccolo borghese contagia anche gli intellettuali, anche i ricchi annoiati. Come un sortilegio collettivo.

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Anzi, se proprio vogliamo dire le cose come stanno è proprio la sinistra a fare la parte del leone: i comunisti nostalgici che ostentano disgusto sono in via di estinzione, anche i compagni cedono al trivio e con meno sensi di colpa, atteso che il Festival è stato colonizzato dal Partito Democratico che, gramscianamente, si è metastizzato in ogni organo della gran macchina: cast, conduttori, ospiti, maestranze, dirigenti, pubblicitari, comunicatori, giornalisti, escort di supporto. Sanremo è militanza, è organicismo alla maniera di Menenio Agrippa sul Monte Sacro: tutto si lega a tutto e tutto deve funzionare nel tutto; non è un caso che si nutra dei falsi allarmi cresciuti sui falsi ideali eretti sulla falsa coscienza dei falsi problemi: il genderismo, l’antirazzismo, il climatismo, affidati ai sermoni delle vallette promosse a conduttrici. C’è una volontà di potenza nell’omogeneizzazione in modo da non lasciare fuori nessuno e chi “resilie” è socialmente morto, un no-festival è compatito e disprezzato come un no-vax.

La contraddizione, lecita dal momento che nessuno la rileva, sta in questo: che un luna park sinistro, in tutti i sensi, gronda ideologia neopostmarxista ma testimonia del fallimento delle profezie marxiste: vi si celebra l’accumulazione senza fondo e senza timore degli arrivati, i famelici che non si contentano e, insieme, l’illusione di far parte del banchetto per i poveracci i quali si persuadono di partecipare, per osmosi, di condividere le briciole e i fumi della festa, della crociera della vita tutta “sfide”, trionfi e sollazzi vagamente laidi. Un tempo si sarebbe parlato di deviazionismo borghese ma a Marx ormai corron dietro solo Majorino e il “filosofo” Fusaro.

Ma non c’è il profetizzato crash di sistema, qui non frana un bel niente, la festa continua più della lotta, il baraccone cresce da una edizione all’altra, la normalizzazione non lascia scampo: i ventenni di Sanremo negli occhi non hanno la sacra fiamma dell’arte, ingenua, divorante ma l’ambizione, più cannibalesca, di chi usa un passaggio televisivo come un jackpot: se mi dice bene, mi sistemo a vita. Magari proprio vita natural durante no, ma nella grande cornucopia ce n’è per tutti. Ha vinto Mengoni e con ciò? Poteva vincere un altro e non sarebbe cambiato niente. L’importante è l’accumulazione e non si lesina sui mezzi, anzi più sono lerci e più funzionano, più sono da girella, “tutto e il contrario di tutto”, e meglio è: nel pieno di vuoto del Festival, si aboliscono i generi ma si finisce sempre a trattar di culetti, di tettine, di erezioni, di strusciate e di leccate che qui non molestano nessuno e fanno girare la pubblicità dei clic e dei voyeur.

E allora bisogna parlarsi chiaro. Chi scrive è stato accusato, pur tentando una analisi politica, sui rapporti di forza e di classe, sulle dinamiche economiche messe in moto dagli strumenti spettacolari, di avere ceduto alla sirena, di aver praticato a sua volta l’arte della distrazione di massa a scapito dei “problemi veri”. Ma al lettore diffidente, così come all’amica ipercritica, potrei rispondere che se il compito del giornalista è ridursi a juke-box di istanze, di emergenze, di esperienze indotte, non basterebbero dieci libri per raccontarle tutte. Cosa che peraltro facciamo, coi nostri limiti ma incessantemente, per le altre 51 settimane dell’anno: pensare che questi cinque o dieci giorni possano in alcun modo sacrificare trecentocinquanta giorni di denunce dei mali di questo paese scassatissimo, pare francamente tirato per i capelli.

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La realtà è che a Sanremo anche volendolo non sfugge lo snob, non sfugge lo scettico e non sfugge l’operaio generico o specializzato dell’informazione: intanto, come l’occhio di Dio, quando “Lui” vuole ti trova e ti può biblicamente chiedere: “Hai notizie di tuo fratello Abele?”. Per dire attento, io so tutto di te, so delle tue ipocrisie, so che infine i conti con me li devi fare. Non fosse altro perché, e qui si torna al mestiere del vedere e del raccontare, se un capo dello Stato si scomoda, va a sedersi all’Ariston, lo fa per mandare un preciso segnale, preciso e a suo modo preoccupante e il nostro dovere non è quello dell’omertà, magari mascherata da uno stupido senso di alterigia, ma di prenderne atto e di trarne le dovute conseguenze.

Le canzonette, i fiori presi a calci, l’evocazione di “maria” e “polvere”, che ormai tirano pure all’asilo, sono solo fumo, cortina fumogena per ben altre logiche, per tutt’altre evoluzioni; che poi queste dinamiche passino per un Festival di cantanti pessimi con canzoni pessime, è qualcosa che può non piacere ma che non è lecito ignorare o, peggio, fingere di ignorare. In due parole: mentre ci danno Tananai e Rosa il Chimico, si fanno gli affari loro. Sulla pelle nostra. “Mi sono tanto divertito” ripetono tutti, ospiti, cantanti: sì, è chiaro. È tutto chiaro.

Chiarito questo (speriamo), possiamo ancora concederci qualche notazione residua. Il trionfo gerontocratico a discapito della gioventù di contorno, da cui il mantra dell’“energìa”, quanta energìa, a Sanremo non si tira di coca, solo di barrette energetiche, energìa dappertutto, anche il Gianni che ramazza le rose lo fa con grande energìa; ne discendono il giovanilismo orripilante, il trasformismo spaventoso, il copiarsi di tutti con tutti, la mestizia dei look da babbei, tutti implacabilmente griffati perché è questo un business nel business.

Sanremo, si dice, evolve di pari passo col paese, ma è un luogo comune: Sanremo non cambia mai davvero come non cambia il paese, le sue mutazioni sono estetiche, dettate dagli sponsor e dalle mode del momento, sono effimere. Della coppia di conduttori, a ben vedere la parte del leone, e di conseguenza la fatica improba, l’ha fatta il quasi ottantenne Morandi a beneficio del quasi giovane Amadeus. Tra i cosiddetti artisti in gara, è difficile salvarne uno ed è la prima volta in 73 anni: stessa cosa per i brani proposti. Tutto uno spreco di inni al sogno erotico, al sogno zozzo, al sogno bagnato che ti fanno passare ogni libido. Tutto un proclama sulla liberazione sessuale, che ormai nessuno discute, salvo che ha abbondantemente sconfinato nella pornografia parossistica. Tutto un alludere, un raccontare i particolari più intimi e più maiali. Tutti, anche i vecchi come Paoli. Una cosa maniacale, un livello monotono ma spaventoso.

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Questa sarebbe la produzione migliore che sa esprimere il paese artistico? Questo il suo stato di salute mentale? È stato, più realisticamente, il trionfo dell’osceno narcotico, del qui ed ora, della presunzione santificata, degli arrivati troppo presto e troppo male, del narcisismo idiota, della totale mancanza di empatia e di poesia. Si sono avuti momenti grotteschi ed altri oltre il grottesco: nessuno ha capito il senso di trasferire il Festival in una crociera con la gente che sguazzava in piscina. Sponsorizzati o sponsorizzanti dalla compagnia di navigazione, il solito Fedez e un Salmo che alla fine si lanciava in acqua, allegoria definitiva del naufragio: forse la “comunicazione”, demenziale, l’aveva studiata capitan Schettino.

Il Festival acqua è quello dei paradossi, a volte sfacciati. Mattarella che da presidenzialista difende il parlamentarismo costituzionale. Amadeus che recita il compitino sulle foibe senza accennare ai responsabili così come gradito alla sinistra presidenziale che ha ordinato: “Ricordare senza polemizzare”. La capitana della Nazionale del volley, nata in Italia, cresciuta in Italia, arricchita in Italia che cala per dire che l’Italia è razzista “ma sta migliorando”. La imprenditrice digitale dei clic che lamenta la dura fatica di vivere (e di insegnare followeria applicata). I due trasgressivi con l’artrite che vogliono legalizzare le canne ma non si separavano dalla mascherina. I valori spipponati ad ogni piè sospinto per mascherare l’unico valore, quello finanziario. La paraculaggine degli irresponsabili e “mi assumo la responsabilità di quello che dico”. La volgarità avvolta nel perbenismo. La retorica della gavetta per dei carneadi incomprensibili che biasciano come usa a Rozzano o al Tufello. La esaltazione propagandistica sul “Festival dei record” che ha perso per strada tre milioni di spettatori. Tra femmine in tutti i sensi piatte e cantanti di genetica indistinguibile, zinne pitturate che copiano l’“In memoriam Mack Sennet” di Magritte, 1934, e un diluvio di stecche, predicozzi solidaristi, strapazzi materalisti, sfarzo cafonauta, lacrime sintetiche, abbracci inclusivi, bassezze divisive, incularelle e slinguate a sesso unico, anche questo Sanremo se lo semo levato da le palle. Adesso resterebbe da togliersi da le palle il Sanremo che è in noi, che, ci piaccia o non ci piaccia, finiamo per portarci dentro.

Max Del Papa, 12 febbraio 2023

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