È esplosa nella notte tra giovedì e venerdì una nuova fase del conflitto in Medio Oriente, con Israele che ha lanciato un vasto attacco aereo contro obiettivi militari e nucleari in territorio iraniano. Secondo fonti militari di Tel Aviv, l’operazione, denominata “Rising Lion”, ha avuto inizio alle tre del mattino, quando i jet dell’aeronautica israeliana hanno violato lo spazio aereo iraniano colpendo oltre 200 bersagli considerati strategici.
Tra i siti presi di mira figurano impianti di arricchimento dell’uranio a Natanz, Fordow e Isfahan, postazioni di lancio per missili e droni, nonché centri di comando e infrastrutture delle Guardie Rivoluzionarie. Israele sostiene di aver inflitto gravi danni alla catena di comando militare e a un gruppo di scienziati coinvolti nel programma nucleare della Repubblica islamica. Nel corso dell’operazione, Tel Aviv ha dichiarato di aver ucciso numerosi alti ufficiali e di aver ottenuto risultati “attesi da decenni”, parole del ministro della Difesa Yoav Gallant, che ha definito l’intervento “preventivo” e necessario per neutralizzare una crescente minaccia.
Teheran ha reagito in serata con il lancio di almeno 150 missili balistici verso Israele, alcuni dei quali hanno superato le difese antimissile del sistema Iron Dome, provocando esplosioni, incendi e feriti lievi a Tel Aviv e Gerusalemme. Le autorità israeliane hanno ordinato alla popolazione di rifugiarsi nei bunker, mentre le sirene antiaeree risuonavano nelle principali città. Fonti iraniane hanno inoltre rivendicato l’abbattimento di due caccia israeliani e la cattura di una pilota, circostanza tuttavia smentita dallo Stato ebraico.
Il nuovo comandante delle Guardie Rivoluzionarie, generale Mohammad Pakpour – subentrato dopo l’uccisione del predecessore Hossein Salami – ha minacciato “gravi conseguenze” per Israele, parlando di una “porta dell’inferno ormai aperta”. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha confermato in un messaggio video che l’intelligence prevedeva “più ondate di attacchi iraniani”. Una prima offensiva, avvenuta già nella notte, aveva visto l’impiego di circa un centinaio di droni, tutti intercettati prima di entrare nello spazio aereo israeliano.
L’attacco israeliano arriva alla vigilia del sesto round di colloqui tra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare, previsti in Oman e ora cancellati. Il presidente americano Donald Trump ha elogiato l’azione definendola “eccellente”, aggiungendo che “Teheran ha avuto la sua occasione e l’ha sprecata”. Lo stesso Trump ha però lasciato intendere una possibile riapertura diplomatica: “Due mesi fa abbiamo dato all’Iran un ultimatum di 60 giorni. Siamo al giorno 61. Potrebbero avere una seconda possibilità”, ha scritto in un messaggio pubblicato su Truth.
Secondo fonti della difesa israeliana, l’operazione è stata decisa in seguito a rapporti di intelligence che indicavano un’accelerazione significativa da parte dell’Iran nella produzione di missili balistici: fino a 300 al mese, pari a circa 10.000 in tre anni. “È una minaccia esistenziale”, ha dichiarato Netanyahu, paragonando l’impatto di questi ordigni a “migliaia di autobus carichi di esplosivo lanciati contro le città israeliane”.
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Teheran ha minimizzato l’entità dei danni subiti, parlando di “lesioni superficiali” e negando la presenza di vittime nei siti colpiti. Tuttavia, fonti occidentali confermano che l’infrastruttura nucleare iraniana ha subito danni considerevoli, con possibili ripercussioni sul programma atomico. La situazione resta estremamente fluida, mentre la comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione una crisi che rischia di allargarsi e compromettere ulteriormente gli equilibri dell’intera regione mediorientale.
Come l’Iran potrebbe far male a Israele
L’area metropolitana di Tel Aviv è finita nuovamente sotto attacco ieri sera. Secondo fonti dei media israeliani, tra cinque e sette missili balistici lanciati dall’Iran sono stati intercettati dal sistema di difesa aerea Iron Dome, che è entrato in funzione dopo l’attivazione delle sirene d’allarme in diversi quartieri della città. Le autorità confermano che l’allerta è ancora in corso, in attesa di verificare l’eventuale arrivo di ulteriori vettori.
La risposta di Teheran è stata immediata e di ampia portata, segnando un nuovo picco nella tensione tra i due Paesi. L’attivazione dell’Iron Dome ha impedito, almeno in parte, che i razzi colpissero aree civili densamente popolate. Operativo dal 2011, il sistema Iron Dome (Cupola di Ferro) rappresenta oggi uno degli strumenti principali della difesa israeliana contro razzi a corto raggio e colpi di artiglieria. Sviluppato congiuntamente dalle aziende Rafael Advanced Defense Systems e Israel Aerospace Industries, con un sostegno determinante da parte degli Stati Uniti, è progettato per intercettare e distruggere proiettili in volo, prima che possano raggiungere centri abitati o infrastrutture sensibili.
La decisione di dotarsi di un sistema di questo tipo fu presa nel 2007, dopo che durante la guerra del Libano del 2006 Hezbollah aveva lanciato migliaia di razzi contro il nord di Israele. All’epoca, fu il ministro della Difesa Amir Peretz a promuovere formalmente il progetto. Da allora, l’Iron Dome è diventato una componente essenziale nella strategia di difesa del Paese. Ogni batteria del sistema può contenere fino a venti missili intercettori Tamir, ciascuno dei quali è in grado di neutralizzare il bersaglio in volo, con un raggio d’azione fino a 70 chilometri. Secondo i dati forniti dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), il tasso di successo delle intercettazioni si attesta tra l’85% e il 90%. Le batterie sono operative in qualsiasi condizione meteorologica e attive 24 ore su 24.
Come spiegato dal Messaggero, Israele dispone attualmente di dieci batterie Iron Dome, posizionate in modo strategico nei pressi dei principali centri urbani, per massimizzare la copertura delle aree più esposte. Ogni batteria ha un valore stimato intorno ai 50 milioni di dollari, mentre il costo di un singolo missile intercettore si aggira sui 100.000 dollari. Una batteria è in grado di proteggere un’area di circa 150 chilometri quadrati.
Il sistema si è dimostrato particolarmente efficace nel contenere l’impatto degli attacchi missilistici provenienti da Gaza, dal Libano e, più recentemente, dall’Iran. Tuttavia, l’intensificarsi degli scambi bellici tra Tel Aviv e Teheran sta mettendo a dura prova anche le capacità di difesa più avanzate. Mentre la tensione resta alta in tutto il Paese, l’esercito israeliano continua a monitorare l’evoluzione della situazione in coordinamento con i partner internazionali. Secondo fonti di intelligence, nuovi attacchi non sono esclusi nelle prossime ore.
Franco Lodige, 14 giugno 2025
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