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Ecco quando torneremo alla normalità

lockdown depressione

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di Carlo Toto

Da circa un anno ascoltiamo annunci che indicano un ritorno alla normalità, ma puntualmente smentiti da continue azioni politiche incoerenti, spesso giustificate attraverso l’analisi dei dati sui decessi e dei contagi causati dal Covid-19. Oggi le teorie e le ipotesi sulle riaperture lasciano il campo libero a nuovi dati statistici. Infatti, un nuovo studio di Iss, ministero della Salute e Fondazione Kessler fissa la tabella di marcia per il ritorno dell’Italia alla normalità post Covid. Sullo studio pesano le incognite legate alle varianti Covid ed alla durata dell’immunità.

Ritorno alla normalità

La migliore delle ipotesi possibili secondo lo studio è che si torni alla normalità ad agosto prossimo, ma a determinate condizioni: riportare al più presto i contagi di Covid-19 a un tasso di incidenza al di sotto dei 50 casi per 100 mila abitanti, oggi sopra i 200 in diverse Regioni d’Italia, garantire un ritmo di 500 mila somministrazioni di vaccino al giorno, tenere l’Rt non superiore a 1. Queste le principali linee guida per arrivare a un tasso di decessi simile a quello provocato dall’influenza.

L’aspetto fondamentale sottolineato a più riprese dagli studiosi è la capacità di realizzare una campagna di vaccinazione adeguata, cioè con 4 dosi al giorno ogni 1000 abitanti, a cui bisogna aggiungere il recupero del tempo fino ad ora “perso”. Nel caso in cui le vaccinazioni dovessero procedere, invece, al ritmo di 2 dosi al giorno per ogni 1000 abitanti, la campagna vaccinale si chiuderebbe in 2 anni e per allentare totalmente le misure di contenimento bisognerebbe attendere 21 mesi. Per quanto riguarda l’effetto del farmaco, se questo scomparisse nell’arco di un anno o dopo 6 mesi, tra pochi mesi (entro la fine dell’anno) serviranno nuove misure di contenimento, al fine di evitare la ripartenza del virus. Un altro nodo riguarda le varianti: lo studio ipotizza che queste possano far aumentare la trasmissibilità del coronavirus dal 20% all’80% in più rispetto al virus originario.

È il momento di agire

Al di là degli “studi” e delle “ipotesi” è precipuo osservare che le imprese sono allo stremo e tante persone sono in attesa della vaccinazione che ci auguriamo sia sempre facoltativa come in questo momento e mai obbligatoria. Si parla spesso di “vaccini” essenziali per tutelare i cittadini dall’esposizione al contagio da Covid-19, ma notiamo a malincuore che si tratta poco il tema della necessità di un “vaccino” per la tutela delle libertà personali.

Per chi possiede una cultura sui diritti umani è inammissibile pensare di separare la tutela della salute da quella della libertà. Infatti, secondo la Costituzione dell’OMS, l’obiettivo dell’Organizzazione è “il raggiungimento, da parte di tutte le popolazioni, del più alto livello possibile di salute”, definita come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”. Dunque, da questa definizione si evince chiaramente che la salute e la libertà sono complementari. La domanda sorge spontanea: come si concilia il “benessere fisico e mentale” con l’annullamento delle libertà personali?