Fino a pochi anni fa, l’Italia si raccontava come una “repubblica del ceto medio”. Una società moderatamente benestante, coesa, capace di guardare al futuro con fiducia. Oggi quella narrazione è archiviata. Secondo un sondaggio Demos, solo il 45% degli italiani si riconosce nella classe media – erano il 60% nel 2006. La caduta è netta, e continua.
La percezione del declino è trasversale, ma colpisce più duramente disoccupati, operai, casalinghe, persone con bassa istruzione. E soprattutto i giovani: il 53% degli under 30 si sente in una posizione medio-bassa. Segno che al venir meno di un orizzonte di crescita si accompagna un futuro percepito come grigio, bloccato, opaco.
Politicamente invisibili
Chi si sente escluso non si riconosce più in nessuno schieramento politico. È il caso di chi non si colloca né a destra né a sinistra, ma soprattutto di chi si sente tagliato fuori dalle agende dei partiti. Non è solo sfiducia: è assenza di rappresentanza. Un paradosso in un Paese che si regge (ancora) sul lavoro e sul contributo fiscale proprio di quella classe media che oggi è diventata invisibile.
Il ceto medio è ancora il motore dell’Italia
Lo ricorda Alberto Brambilla, presidente del Centro studi Itinerari Previdenziali: è la piccola e media borghesia che tiene in piedi la manifattura, l’occupazione e il Pil. È la parte produttiva della nazione, quella che non chiede assistenza, ma lavoro e riconoscimento. E che oggi è doppiamente penalizzata: esclusa dagli aiuti di Stato e allo stesso tempo spremuta da un sistema fiscale che la considera solo un bancomat.
La linea rossa è chiara: chi dichiara più di 35mila euro l’anno viene sistematicamente tagliato fuori da qualsiasi beneficio. Nessuna tutela, nessuna voce. Solo obblighi.
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Un sistema fiscale sempre più iniquo
I numeri parlano chiaro: il 60% degli italiani paga meno del 10% di Irpef. Il grosso del gettito viene da chi ha redditi medio-alti. Eppure, paradossalmente, è proprio su questi che si concentrano le politiche fiscali più penalizzanti. Chi è al di sopra della soglia dei 35mila euro sostiene la sanità gratuita per tutti, la scuola, i servizi pubblici. E in cambio riceve… nulla. Nemmeno l’indicizzazione delle pensioni all’inflazione.
Il paradosso che uccide la classe media
Il rapporto Cida-Censis lo dice chiaramente: il ceto medio è troppo ricco per essere aiutato, troppo povero per vivere bene. Il 66% degli italiani si definisce classe media, ma la maggior parte teme che i figli staranno peggio e spera per loro un futuro all’estero. Il 70% chiede meno tasse sul reddito, l’80% denuncia il divario tra quanto paga e quanto riceve.
Eppure, questa parte della popolazione continua a investire sui figli, a fare da ammortizzatore sociale, ad aiutare economicamente le nuove generazioni. Ma quanto potrà reggere ancora?
Senza ceto medio non c’è futuro
Difendere la classe media, ammonisce Stefano Cuzzilla, presidente Cida, non è questione di categoria, ma di tenuta democratica e coesione sociale. Senza un fisco equo, senza meritocrazia, senza un welfare che funzioni per tutti – non solo per gli “ultimi” – il patto sociale è destinato a rompersi.
Non servono più slogan o bonus a pioggia. Serve una politica che abbia il coraggio di dire la verità e di premiare chi contribuisce davvero alla tenuta del Paese. Senza il ceto medio, l’Italia non tiene. Né economicamente. Né socialmente. Né politicamente.
La fine del centrodestra liberista
Questo disagio ha radici profonde. Lo testimonia, secondo i sondaggi qui citati, proprio la disaffezione del ceto medio per quella che dovrebbe essere la parte politica chiamata a rappresentare le sue istanze: il centrodestra. L’origine può essere fatta risalire all’alba della crisi dei subprime nel 2008 allorquando diventò chiaro che l’Italia non ne sarebbe stata immune (e purtroppo l’impatto fu peggiore del previsto con la conseguente crisi del debito sovrano che spazzò via un ventennio di crescita). In quel frangente l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti volle rassicurare tutti annunciando che lo Stato avrebbe fatto scudo alle eventuali vulnerabilità individuali. “Negli Usa se non hai una carta di credito non entri in ospedale, non ci sono le pensioni pubbliche, se Wall Street va male e sei un pensionato vai a mangiare il kitekat nelle roulotte“, dichiarò nel dicembre 2008 a Porta a porta.
Il centrodestra che conosciamo oggi è nato in quel momento e onestamente bisogna affermare che chi ne paga il prezzo è il ceto medio in quanto quest’area politica ha abdicato alla sua natura prima. Ieri il segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, ha rilanciato la vecchia ricetta berlusconiana: taglio della seconda aliquota Irpef dal 35 al 33% almeno fino a 60mila euro di reddito e, in prospettiva una flat tax al 24%. Ma queste promesse costano e il centrodestra dovrebbe pensare a come mantenerle, magari avviando riforme decise negli ambiti di spesa che frenano la riduzione della pressione fiscale. A partire da previdenza e sanità.
Enrico Foscarini, 4 agosto 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


