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Il tempo dell’esuberanza e della ragione

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Ci sono frasi che valgono più di intere enciclopedie. Ci sono termini che definiscono una situazione molto più di grandi analisi sociali o economiche.

Era il 1996. Alan Greenspan, allora presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana passava alla storia per l’uso della frase “esuberanza irrazionale” per descrivere la nascita di una bolla speculativa nel mercato azionario, una bolla che scoppiò quattro anni più tardi con la crisi dei titoli collegati a internet e alle nuove tecnologie.

Era il 2013. L’economista Robert Shiller vinceva il Nobel dell’economia grazie ai suoi studi sulle bolle finanziare e sul comportamento degli investitori riprendendo lo stesso concetto di Greenspan sostituendo peraltro il termine “esuberanza” con quello altrettanto significativo di “euforia”.

La storia economica è ricca di commenti e insieme di allarmi per gli andamenti dei mercati finanziari così come di previsioni fallite e giudizi interessati per cui è sempre difficile stabilire i confini della realtà. Questo è ancora più vero in un momento come l’attuale in cui la dimensione virtuale ha preso il sopravvento e in cui la rappresentazione, la narrazione come è di moda dire, conquista sempre maggiori spazi.

Uno degli elementi di questo nuovo scenario digitale in cui ci muoviamo è la progressiva scomparsa del denaro, almeno nella forma in cui siamo stati abituati ad utilizzarlo, cioè come banconote o monete, emesse da una banca centrale con un valore formalmente garantito dagli Stati.

Le transazioni digitali attraverso le carte di credito, gli smartphone, l’home banking hanno sempre più spazio e rappresentano un’innegabile comodità anche se sono solo un metodo diverso di utilizzare il denaro tradizionale.

In questi giorni sta tuttavia prendendo piede quella che potrebbe essere una rivoluzione dopo poco più di dieci anni dal momento in cui le cosiddette valute digitali (che sono qualcosa di molto diverso dalle transazioni digitali del denaro tradizionale) hanno fatto la loro apparizione.

Alla Borsa americana è stata infatti quotata per la prima volta una società, Coinbase, che gestisce e negozia le cosiddette criptovalute, il cui più noto esponente è il bitcoin, una valuta totalmente digitale che quest’anno ha messo a segno una crescita del suo valore superiore al 500%.

Ma negli ultimi mesi hanno messo a segno crescite rilevanti, dopo il tonfo della primavera scorsa allo scoppia della pandemia, anche tutti i mercati azionari pur a fronte di andamenti difficili, anzi di vera e propria crisi, per importanti comparti dell’economia come quello automobilistico o del trasporto aereo.

In questi andamenti finanziari l’esuberanza c’è, sicuramente. L’irrazionalità è probabile, ma è ancora da dimostrare. Perché, come diceva Polonio nell’Amleto di Shakespeare, “c’è del metodo in questa follia”. E il metodo è quello di dividere l’apparenza dalla realtà, di staccare il denaro dal valore delle cose, di pretendere in fondo di fare i soldi con i soldi.

Con il risultato tuttavia che prima o poi l’apparenza diventa realtà perché è quest’apparenza che condiziona le scelte concrete degli operatori e sono le scelte degli operatori, che possiamo chiamare risparmiatori o speculatori, compiute sulla base delle aspettative che determinano gli andamenti reali dei prezzi sui mercati finanziari.

Ci sono tutte le condizioni perché i bitcoin e le altre valute digitali siano da considerare, come ha affermato l’ex ministro italiano dell’economia Giulio Tremonti, “il nulla costruito sul nulla”, ma la realtà è che chi ha acquistato Bitcoin in un anno ha visto moltiplicare per dieci il proprio investimento.

E quindi la storia continuerà tra grandi innovazioni e grandi illusioni. Tra piccoli o grandi guadagni e rischi di altrettanto piccole o grandi perdite. Con una pericolosa asimmetria tuttavia. Quando i mercati finanziari creano ricchezza questa resta in gran parte all’interno del sistema, quando ci sono le crisi, come ha dimostrato ampiamente il crollo delle Borsa nel 2008, la frenata investe rapidamente anche l’economia reale.  

 

Gianfranco Fabi

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