Riflettori puntati sull’Europa, sulla sua crisi energetica, sugli automobilisti occidentali che guardano con apprensione alla crescita costante nel prezzo del diesel e della benzina. Ma in Asia la situazione pressocchè ignorata dai media, è ben peggiore. La sola Cina dipende in gran parte dal Golfo Persico e quindi da Hormuz per l’approvvigionamento di petrolio e raffinati e queste importazioni sono letteralmente collassate del 40%.
Gli effetti si stanno palesando in modo sempre più’ evidente su tre fronti. Al primo posto il progressivo inasprimento nella politica dei consumi energetici; al secondo nella drastica riduzione dei voli aerei interni cancellati per favorire l’utilizzo di treni, e non solo high speed. Al terzo posto, un massiccio ricorso al carbone, quale fonte di produzione di energia.
Il numero delle centrali di produzione di energia dal carbone ha superato quota mille e dal 2025 a oggi la Cina, che dispone di gran lunga della più grande rete mondiale di centrali elettriche a carbone con circa 1.200 GW (1,2 TW), ha segnato un incremento sul 2025 di 78,1 GW di nuova capacità a carbone; il che rappresenta il dato annuale più elevato dell’ultimo decennio. Nel primo semestre 2026 sono entrati in esercizio altri 30 GW, mentre 25,4 GW sono in fase di costruzione. Parlando dii impianti fisici, la stima attuale attribuisce alla Cina circa 1.000–1.100 centrali operative. Considerando invece le singole unità di generazione, il numero è di diverse migliaia.
Mentre l’Europa di dedica a tassare le emissioni con una ETS che sta penalizzando intere filiere e Bruxelles assiste al tracollo dell’automotive, sarebbe curioso verificare quanto il boom di produzione di energia bruciando carbone, incida sull’inquinamento globale dell’atmosfera.
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