Il precedente iRobot e il veto dell’Antitrust Ue
Quel “più ampio contesto” rimanda anche alle vicissitudini Antitrust europee, a partire dal caso iRobot, diventato emblematico. Nel 2022 Amazon aveva lanciato un’offerta da 1,7 miliardi di dollari per acquisire la storica azienda dei robot aspirapolvere. Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, l’Antitrust Ue, negli anni della linea dura di Margrethe Vestager e in parallelo con l’approccio statunitense di Lina Khan, ha bloccato l’operazione sostenendo che avrebbe minato la concorrenza, anche attraverso una possibile distribuzione privilegiata dei prodotti iRobot sulla piattaforma Amazon.
L’operazione rappresentava forse l’ultima possibilità di salvataggio per un’azienda già in difficoltà, travolta dalla concorrenza cinese a basso costo e incapace di reggere l’urto di un mercato sempre più aggressivo. Due anni dopo il veto europeo, iRobot è finita in Chapter 11, colpita definitivamente dall’aumento dei costi legati ai dazi introdotti dagli Stati Uniti nel 2025 sulle forniture provenienti da Cina e Vietnam. L’ironia, secondo molti osservatori, è che il no dell’Unione Europea, pensato per evitare eccessive concentrazioni, abbia aperto la strada a un esito ancora più problematico, con l’azienda destinata a finire nelle mani del suo creditore e fornitore cinese, Picea Robotics, sollevando interrogativi non solo concorrenziali ma anche politici e di sicurezza.
Lo scontro sul mercato italiano
In Italia, il confronto con l’Antitrust non è stato meno duro. A fine 2021 l’Agcm aveva inflitto ad Amazon una maximulta da 1,12 miliardi di euro per abuso di posizione dominante, accusando il gruppo di aver favorito il proprio servizio di logistica a scapito dei concorrenti. Una sanzione successivamente ridotta dal Tar, che ha accolto solo in parte il ricorso di Amazon, ritenendo corretto l’impianto del procedimento e sufficienti le prove raccolte, pur rivedendo la quantificazione della pena perché alcune condotte non configuravano un abuso. Amazon aveva difeso le proprie pratiche sostenendo che il trattamento preferenziale fosse giustificato da una maggiore efficienza e che le sue scelte avessero favorito lo sviluppo dell’e-commerce nel Paese, ma la sostanza della condanna è rimasta.
Il nuovo fronte del cloud e il Digital Markets Act
Lo sguardo dell’Antitrust europeo è ora puntato su un altro pilastro del gruppo, Amazon Web Services. Bruxelles ha avviato un’indagine di mercato parallela su Aws e su Microsoft Azure per valutare il loro peso nel settore del cloud computing, considerato strategico anche per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. La Commissione ha spiegato che «il cloud computing è la spina dorsale di molti servizi digitali» e che Aws e Azure hanno ormai «posizioni molto forti in relazione alle imprese e ai consumatori». L’obiettivo è capire se possano essere considerati “gatekeeper” e quindi soggetti alle regole più stringenti del Digital Markets Act, anche senza il superamento formale delle soglie economiche previste.
Un assedio regolatorio che pesa sugli investimenti
L’indagine durerà almeno dodici mesi, con altri sei mesi concessi alle aziende per adeguarsi in caso di rilievi. Un orizzonte lungo che, sommato ai contenziosi fiscali, alle sanzioni nazionali e ai veti europei, rafforza la percezione di Amazon di trovarsi sotto un assedio regolatorio continuo in Italia e in Europa. Ed è proprio questa sensazione di accerchiamento che oggi sembra tradursi in scelte concrete, come lo stop ai droni e il rallentamento degli investimenti, con effetti che vanno ben oltre il singolo progetto e interrogano il futuro del rapporto tra il Vecchio Continente e uno dei suoi principali investitori tecnologici.
Enrico Foscarini, 29 dicembre 2025