L’istruttoria dell’Antitrust su Glovo e Deliveroo riporta al centro il tema delle condizioni di lavoro dei rider, ma apre anche una questione più ampia: quanto spazio resta in Italia per le piattaforme digitali. L’Autorità contesta alle due società di aver diffuso messaggi «non veritieri» sul proprio impegno etico, costruendo «un’immagine aziendale fondata sul rispetto di standard etici» che non troverebbe riscontro nelle condizioni reali.
Le aziende respingono le accuse e assicurano «piena collaborazione», ribadendo di operare «nel rispetto della legge» e di essere «convinte della correttezza delle proprie pratiche commerciali». Le ispezioni sono già partite, ma il vero nodo si intreccia con ciò che sta accadendo sul piano normativo.
Il decreto Primo Maggio e la stretta sulla gig economy
L’inchiesta arriva infatti mentre è appena entrato in vigore il decreto Lavoro del Primo Maggio, che rappresenta il tentativo più ambizioso degli ultimi anni di regolamentare il settore. Il provvedimento introduce il reato di caporalato digitale, stabilendo che anche l’uso degli algoritmi può configurare intermediazione illecita, e impone un compenso minimo orario agganciato ai contratti collettivi, indipendente dal numero di consegne effettuate.
Non solo. Le piattaforme dovranno garantire una trasparenza totale sui compensi, consentendo ai rider di accedere a report dettagliati sui criteri di calcolo, e farsi carico integralmente delle dotazioni di sicurezza. In prospettiva, ciò significa anche rendere comprensibili sistemi complessi: gli algoritmi di assegnazione degli ordini arrivano mediamente a 2.000 righe di codice, che dovranno essere “tradotte” in informazioni leggibili. Misure che puntano a superare la stagione delle promesse e dei codici etici, ma che comportano anche un aumento significativo dei costi e degli obblighi per le aziende.
Un settore ormai strutturale
Il problema è che non si tratta più di un comparto marginale. In Italia si contano oltre 75mila rider attivi e circa 1,1 milioni di lavoratori coinvolti nella gig economy, mentre l’e-commerce ha raggiunto i 66,6 miliardi di euro. Le piattaforme digitali contribuiscono ormai a circa l’1,8% del Pil e hanno generato una quota rilevante dei nuovi posti di lavoro negli ultimi due anni.
Intervenire era inevitabile, ma farlo senza tenere conto della sostenibilità economica rischia di produrre effetti opposti. Il modello del delivery, infatti, si regge su margini ridotti e su una domanda molto sensibile ai prezzi.
Il precedente delle piattaforme che se ne vanno
Negli ultimi anni, il mercato italiano ha già perso diversi operatori. Uber Eats ha chiuso nel 2023, ufficialmente per crescita insufficiente, ma in un contesto segnato da incertezza normativa e contenziosi. Getir ha abbandonato il Paese lasciando a terra centinaia di lavoratori, mentre Gorillas era già uscita nel 2022.
Il copione è sempre lo stesso: costi crescenti, regole instabili, bassa marginalità. Ogni ulteriore irrigidimento – dal salario minimo obbligatorio alla responsabilità sugli algoritmi – rischia, quindi, di rendere il mercato ancora meno attrattivo.
Un equilibrio fragile
L’indagine dell’Antitrust aggiunge pressione a un sistema già sotto stress. Se venissero accertate violazioni, le sanzioni potrebbero arrivare fino al 10% del fatturato globale, con un impatto rilevante. Ma il punto resta un altro: come garantire diritti senza espellere chi crea lavoro.
Il rischio concreto è un cortocircuito: più vincoli, meno operatori, meno opportunità. Perché se le piattaforme decidono di ridimensionarsi o uscire dal mercato, le tutele restano sulla carta ma il lavoro scompare. E a quel punto il problema non sarà più come regolamentare la gig economy, ma come sostituirla.
Enrico Foscarini, 6 maggio 2026