L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust) ha avviato due istruttorie contro Activision Blizzard, gruppo Microsoft, per i videogiochi Diablo Immortal e Call of Duty Mobile, accusati di pratiche commerciali ingannevoli, aggressive e lesive dei diritti dei consumatori. Titoli definiti free-to-play, ma che prevedono acquisti in-game, una formula ormai strutturale dell’industria videoludica globale.
Secondo l’Autorità, le due esperienze di gioco utilizzerebbero meccanismi capaci di spingere gli utenti a giocare con maggiore assiduità, prolungare le sessioni e aderire alle offerte promosse, sfruttando un design delle interfacce definito manipolativo e potenzialmente idoneo a favorire comportamenti di spesa non pienamente consapevoli, soprattutto da parte dei minorenni.
Il punto, tuttavia, non è tanto l’apertura dell’istruttoria, legittima nell’ambito della tutela del consumatore, quanto la svolta culturale che sembra emergere. L’Antitrust non si limita più a valutare comportamenti economici concreti, ma sembra voler giudicare intenzioni, suggestioni, dinamiche psicologiche, spingendosi verso un terreno etico che poco ha a che fare con il libero mercato.
Dal consumatore al soggetto da proteggere
Nel mirino finiscono le notifiche push, le offerte a tempo limitato, le valute virtuali vendute in bundle, elementi descritti come strumenti capaci di condizionare il giocatore inducendolo a spendere più del necessario. L’Autorità parla di ripetute esortazioni a non perdere contenuti premiali e di meccanismi che renderebbero poco comprensibile il valore reale delle monete virtuali.
Ma siamo sicuri che tutto questo esca dal perimetro di una normale strategia commerciale? Il rischio evidente è che si scambi il marketing aggressivo con una forma di abuso morale, trasformando l’Antitrust in un arbitro delle scelte individuali. In un’economia liberale il consumatore non è un soggetto fragile da salvare, ma un individuo responsabile che sceglie, sbaglia, impara.
Minori, videogiochi e il grande assente: la responsabilità genitoriale
Il tema dei minori è quello più delicato e più facilmente strumentalizzabile. L’Autorità sottolinea come anche i bambini e gli adolescenti possano essere indotti a spendere cifre significative, proprio a causa della loro particolare vulnerabilità. Un’osservazione che non può essere liquidata con leggerezza, ma che non giustifica una deresponsabilizzazione totale degli adulti.
Nel comunicato si evidenzia che le funzioni di parental control sarebbero pre-impostate in modo da tutelare meno il minore, consentendo acquisti in-game, tempi di gioco illimitati e interazioni con altri giocatori, soprattutto in assenza di un comportamento attivo di supervisione da parte del genitore. Ed è qui che emerge la grande ipocrisia del dibattito pubblico.
Troppo spesso i genitori mollano i figli davanti a smartphone, console e tablet, delegando all’algoritmo e allo Stato ciò che dovrebbe essere esercizio quotidiano di educazione e controllo. Chiedere all’Antitrust di supplire a questa mancanza significa spostare il problema, non risolverlo.
Dati personali, consensi e tutela contrattuale: il confine scivoloso
Le istruttorie riguardano anche le modalità di acquisizione dei consensi al trattamento dei dati personali, poiché il consumatore verrebbe indotto a selezionare tutti i consensi, inclusa la profilazione commerciale, credendo di trovarsi di fronte a una scelta obbligata. Si contestano inoltre informative ritenute inadeguate sui diritti contrattuali, come il diritto di ripensamento, e la possibilità di bloccare unilateralmente l’account senza un reale contraddittorio.
Sono temi seri, ma che rientrano già in un quadro normativo ampio e stratificato. Il dubbio legittimo è se l’Antitrust stia svolgendo un controllo di legalità o stia assumendo un ruolo “salvifico”, volto a moralizzare un settore considerato pericoloso per definizione.
Un’Authority può educare?
La domanda finale è inevitabile: l’Antitrust ha davvero il potere di intervenire sulle dinamiche educative e psicologiche dei videogiochi? Formalmente no. Il suo mandato è la tutela della concorrenza e dei consumatori, non l’ingegneria sociale. Eppure, come spesso accade in Italia, i confini sembrano elastici.
Contrastare pratiche realmente ingannevoli è doveroso. Trasformare però ogni strategia commerciale in una colpa morale rischia di soffocare l’innovazione, infantilizzare il consumatore e alimentare l’idea che lo Stato debba proteggerci da tutto, anche da noi stessi.
Così non va. La tutela dei minori è sacrosanta, ma non può diventare l’alibi per una deriva etica dell’Antitrust che finisce per punire non i comportamenti, ma le intenzioni. E magari, alla fine, anche quelle dei ragazzini.
Enrico Foscarini, 16 gennaio 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


