Economia

L'ANALISI

Auto elettrica, così Europa e Usa hanno bruciato 55 miliardi

Le svalutazioni - di cui oltre la metà riconducibili a Stellantis - smascherano il fallimento del Green Deal Ue e delle politiche di Biden che hanno favorito la Cina

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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I 55 miliardi di dollari di svalutazioni registrati tra il 2025 e l’inizio del 2026 dall’industria automobilistica globale per i calcoli sbagliati sull’auto elettrica non sono una fluttuazione ciclica né un errore di previsione. Sono il conto finale di una scelta politica sbagliata, imposta dall’alto, che porta nomi e cognomi ben precisi: Ursula von der Leyen, Frans Timmermans e Joe Biden.

La narrazione dell’auto elettrica come inevitabile, desiderata dal mercato e sostenibile industrialmente si è schiantata contro la realtà. I bilanci delle case automobilistiche hanno certificato ciò che i consumatori avevano già detto: l’elettrico forzato non funziona. E quando il mercato non funziona, l’ideologia produce solo distruzione di valore, occupazione e competitività.

Il Green Deal e la cecità programmata di Bruxelles

Il bando dei motori endotermici dal 2035, pilastro del Green Deal voluto dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen e disegnato politicamente da Frans Timmermans, ha imposto una monotecnologia ignorando deliberatamente la neutralità tecnologica. Un atto di pianificazione centrale degno dell’economia sovietica, non di un continente che pretende di difendere il libero mercato.

Di fronte al rischio di collasso industriale, Bruxelles ha introdotto correzioni cosmetiche, come la possibilità di mediare le emissioni su base triennale tra il 2025 e il 2027 o l’ipotesi di una deroga del 10% per ibridi e endotermici dopo il 2035. Ma il bando resta formalmente in piedi, continuando a distruggere valore oggi sulla base di una promessa futura sempre più fragile.

Non a caso Oliver Zipse, CEO di BMW, ha definito il bando un “errore strategico colossale”, mentre Ola Källenius, alla guida di Mercedes, ha avvertito che forzare l’elettrico oltre i limiti dell’infrastruttura porterà alla distruzione di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Avvertimenti ignorati da una burocrazia europea sorda alla realtà industriale.

I numeri del disastro: 55 miliardi bruciati

Il totale delle svalutazioni parla da solo. Stellantis ha registrato 26,5 miliardi di dollari, pari a 22,2 miliardi di euro, nel secondo semestre 2025, cancellando programmi BEV, svalutando piattaforme e congelando investimenti. Ford ha contabilizzato 19,5 miliardi di dollari a dicembre 2025, chiudendo di fatto il capitolo dei veicoli elettrici pesanti. General Motors ha aggiunto 6 miliardi di dollari a gennaio 2026, certificando il fallimento della piattaforma Ultium. Volkswagen, attraverso Porsche, ha subito un impatto di 6 miliardi di dollari, mentre Renault ha bruciato 1,5 miliardi di euro nella cessione forzata della quota Nissan dopo il fallimento dell’IPO di Ampère.

Questi numeri non rappresentano una crisi dell’auto, ma una crisi dell’auto elettrica imposta per legge.

Biden e il fallimento americano dell’elettrico

Negli Stati Uniti, l’amministrazione Joe Biden ha replicato lo stesso schema dirigista. Normative sulle emissioni irrealistiche e il piano federale da 5 miliardi di dollari per la rete di ricarica NEVI hanno prodotto risultati minimi. Al 2025, solo una frazione delle colonnine promesse è stata effettivamente realizzata.

Nel frattempo i costruttori, spinti da regolamenti e sussidi, hanno investito miliardi su modelli che il mercato non voleva. Il risultato è stato lo scontro frontale con i consumatori americani, soprattutto nei segmenti chiave dei truck e dei pick-up. Ford ha visto il F-150 Lightning fermarsi a 25.583 unità vendute nel 2025, nonostante incentivi e sconti, mentre GM ha dovuto abbandonare l’obiettivo di un milione di EV prodotti entro il 2025.

Il vero vincitore: la Cina sovvenzionata

Mentre l’Occidente si avvita nelle svalutazioni, la Cina incassa. Non grazie al mercato, ma a un sistema di sussidi statali massicci. Tra il 2009 e il 2023 Pechino ha iniettato oltre 230 miliardi di dollari nel settore dell’auto elettrica, costruendo una filiera verticalmente integrata, protetta e finanziata dallo Stato.

BYD è diventata il primo produttore mondiale superando Tesla, grazie alla Blade Battery e a costi strutturalmente inferiori. Geely utilizza una strategia multi-brand per esportare tecnologia cinese in Europa attraverso marchi storici come Volvo e Lotus. SAIC, con MG, è entrata nella top 20 dei brand europei, sfruttando il marchio britannico come cavallo di Troia industriale.

Il paradosso è evidente nel caso della MG4, venduta in Cina tra 68.800 e 102.800 yuan, cioè tra 8.350 e 12.500 euro, mentre in Europa parte da 25.990 euro e supera i 30.000 euro. Un differenziale che consente ai produttori cinesi di assorbire i dazi e continuare a fare dumping, mentre le aziende europee chiudono stabilimenti.

Un mercato che non esiste, pagato con disoccupazione reale

Il risultato finale è un mercato elettrico drogato, che sopravvive solo grazie a sussidi pubblici e penalizzazioni normative dell’endotermico. Un mercato che non regge senza incentivi, ma che ha già prodotto disoccupazione, chiusure di impianti e perdita di sovranità industriale.

Il Green Deal non ha salvato il pianeta. Ha indebolito l’Europa, consegnato il primato industriale alla Cina e dimostrato che quando la politica sostituisce il mercato, il conto lo pagano lavoratori, imprese e contribuenti.

I 55 miliardi di svalutazioni non sono un incidente di percorso. Sono la prova definitiva che l’auto elettrica imposta per legge è stato il più grande harakiri industriale dell’Occidente moderno.

Enrico Foscarini, 7 febbraio 2026

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