La chiamavano transizione, ma sempre più somiglia a una forzatura politica che ha messo in ginocchio un intero settore industriale. La corsa all’auto elettrica, alimentata da regolazioni europee e aspettative finanziarie gonfiate, ha già bruciato oltre 100 miliardi tra svalutazioni, progetti falliti e investimenti mai recuperati. Una cifra che racconta meglio di qualsiasi slogan quanto sia stata distorta e innaturale questa accelerazione verso l’elettrico.
Alla fine del 2022, abbagliati dalle valutazioni stellari di Tesla e dal mito della rivoluzione green, i grandi gruppi automobilistici avevano pianificato investimenti per oltre 500 miliardi. Una scommessa che oggi si rivela per quello che è: una rincorsa obbligata, non una scelta industriale razionale. E infatti il mercato non ha risposto.
Regole, incentivi e finanza: il mix che ha drogato il mercato
Il punto non è che l’elettrico non cresca, ma che lo faccia solo se sostenuto artificialmente. Senza incentivi pubblici, la domanda crolla. Non è un dettaglio: è la prova che il prodotto, così com’è, non sta in piedi da solo.
Come ha spiegato Dario Duse di AlixPartners, “la regolamentazione imponeva la transizione pena pesanti multe”. Tradotto: le case automobilistiche non hanno investito perché convinte, ma perché costrette. Nel frattempo, i mercati finanziari premiavano chi annunciava piani sempre più aggressivi sull’elettrico, trasformando un settore a lungo termine in una bolla guidata dal breve periodo. Il risultato è stato un cortocircuito: decisioni industriali prese per inseguire Bruxelles e la Borsa, non i clienti.
Domanda debole e tecnologia nelle mani della Cina
C’è poi un problema ancora più profondo, che raramente viene ammesso: l’Europa non controlla la tecnologia chiave dell’elettrico. Batterie e filiera sono dominate dalla Cina, che oggi detta tempi, costi e condizioni. Nel frattempo, i produttori europei hanno smantellato il loro vantaggio competitivo più evidente: la capacità di costruire motori termici.
Il paradosso è evidente. Abbiamo distrutto una competenza industriale unica per inseguire una tecnologia che dipende da altri. E mentre la domanda occidentale arranca, i produttori cinesi avanzano con modelli più economici grazie a una filiera integrata e costi più bassi.
Il conto: svalutazioni, fabbriche ferme e occupazione a rischio
Dal 2024 in poi, la realtà ha presentato il conto. Le svalutazioni si sono accumulate: decine di miliardi bruciati da gruppi come Stellantis, Ford, Honda, Renault e Volkswagen altri. Interi programmi cancellati, piattaforme elettriche ridimensionate, fabbriche sottoutilizzate.
In Europa, gli impianti viaggiano mediamente al 50% della capacità, con punte molto più basse. È la fotografia di una sovraccapacità costruita su previsioni irrealistiche. E quando la domanda non arriva, resta solo una strada: tagliare.
Il problema è che tagliare costa. E molto. Tra esuberi, riorganizzazioni e riconversioni, ogni scelta diventa politicamente esplosiva. Così iniziano a circolare ipotesi di vendita degli stabilimenti ai gruppi cinesi. Un passaggio che, se confermato, segnerebbe una resa industriale oltre che economica.
Il grande equivoco europeo
L’Unione europea continua a spingere su obiettivi sempre più stringenti, fino al divieto di fatto dei motori termici dal 2035. Ma il mercato racconta un’altra storia. Le elettriche crescono, sì, ma non abbastanza da sostenere investimenti di questa portata. E soprattutto non senza sussidi.
Negli Stati Uniti, basta togliere gli incentivi per vedere le vendite crollare. In Europa si procede nella direzione opposta: meno incentivi ma più obblighi. Una combinazione che rischia di essere letale per l’industria. Nel frattempo, ibrido e motori tradizionali restano le uniche fonti di margine. Sono loro a tenere in piedi i conti, mentre l’elettrico continua a bruciare cassa.
Una transizione senza basi industriali
Il filo rosso che lega questa crisi è semplice: si è tentato di imporre una trasformazione radicale senza tecnologia propria, senza domanda reale e senza sostenibilità economica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’industria strategica indebolita, una dipendenza crescente dalla Cina e un conto miliardario che qualcuno dovrà pagare.
E mentre si continua a parlare di futuro elettrico, il presente racconta un’altra verità: senza incentivi, senza protezioni e senza narrazione, queste auto non si vendono. E senza vendite, nessuna industria può sopravvivere.
Enrico Foscarini, 17 marzo 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


