La vicenda dei tre ragazzini di Pradamano, alle porte di Udine, ha sollevato un polverone mediatico che merita un’analisi lucida e priva di cialtronerie demagogiche. Tre adolescenti di dodici e tredici anni hanno deciso di trascorrere le loro vacanze estive costruendo un piccolo banchetto nel cortile di casa per vendere limonata fresca, caffè e dolci con un obiettivo chiarissimo: raccogliere i soldi necessari per comprarsi un vecchio Piaggio Ciao. Un’iniziativa spontanea che aveva incassato la simpatia della comunità locale, interrotta bruscamente dall’arrivo della Polizia Locale a seguito di una formale segnalazione. L’episodio ha scatenato le reazioni più disparate, ma per valutare davvero quanto accaduto occorre separare i principi liberali dal sensazionalismo di maniera.
Definire l’Italia un paese morto dominato dagli invidiosi appare francamente esagerato. Chi si professa liberale sa perfettamente che lo Stato di diritto si fonda sul rispetto delle leggi e che la legalità non è un’opzione a intermittenza. La somministrazione di alimenti e bevande comporta rischi sanitari reali e oggettivi ai quali tre minorenni non potrebbero mai rispondere sul piano legale o civile. Basti pensare all’ipotesi tutt’altro che remota di un ingrediente avariato o di un’intossicazione alimentare per comprendere che la tutela della salute pubblica richiede precise garanzie normativo-sanitarie.
La piaga dell’iper-regolamentazione
Se il rispetto della legge resta un punto fermo ineludibile, ciò su cui è doveroso interrogarsi è la struttura soffocante del nostro ordinamento. Il vero problema italiano risiede in una legislazione elefantiaca e incapace di distinguere tra la grande attività d’impresa e il lavoretto saltuario svolto da ragazzini per guadagnare qualche soldino. Nel nostro Paese si finisce inevitabilmente col mettere tutto sullo stesso piano, trattando un banchetto improvvisato di limonate nel cortile di casa con le medesime pretese burocratiche riservate a un ristorante stellato.
Questo vizio regolatorio e paternalista ha già mostrato i suoi danni in molti altri ambiti del tessuto economico e sociale. Un esempio lampante è rappresentato dai rider della gig economy, veri e propri portabandiera della flessibilità e delle nuove forme di lavoro autonomo, che un’ossessione normativa e sindacale ha finito per trasformare, di fatto, in lavoratori dipendenti. La tendenza a voler imbrigliare ogni singola espressione di iniziativa all’interno di binari ipertrofici finisce sistematicamente per uccidere la flessibilità spontanea e disincentivare la voglia di fare.
La lezione di Luigi Furini
Le disavventure dei giovani friulani richiamano alla mente la parabola raccontata da Luigi Furini nel suo celebre libro Volevo solo vendere la pizza. Nel testo, l’autore narra la tragicomica odissea di un giornalista che decide di aprire una piccola pizzeria d’asporto a Pavia, venendo travolto da una mole surreale di adempimenti: corsi HACCP per distinguere le mozzarelle dai detersivi, normative sulla sicurezza con corsi per spiegare come si appoggia una scala al muro, valutazioni del rischio per lavoratrici gestanti e persino la numerazione obbligatoria delle trappole per topi. Un labirinto costoso e kafkiano che portò inevitabilmente alla chiusura dell’attività.
Oggi il quadro normativo in materia di sicurezza alimentare e sul lavoro è se possibile ancora più rigido e stratificato, trasformando ogni tentativo di fare impresa in un percorso ad ostacoli irrazionale. Quando la legge pretende di regolare nel minimo dettaglio qualsiasi gesto e di azzerare ogni margine di rischio teorico, il risultato non è la sicurezza, ma la paralisi della società.
Promuovere la responsabilità individuale
Resta comprensibile la profonda amarezza espressa dai giovani protagonisti quando la Polizia Locale è dovuta intervenire per far chiudere il banchetto. Uno dei ragazzi ha infatti dichiarato con genuina disillusione: “Pensavo fosse una bella cosa e volevo andare avanti”. Questa frase racchiude il paradosso di una nazione che, con il pretesto della tutela assoluta, scoraggia l’autosufficienza e l’intraprendenza giovanile, finendo per premiare chi sceglie l’inattività o il disimpegno.
Un Paese moderno e veramente libero non ha bisogno di scorciatoie illegali né di indignazioni di pancia, ma di riforme profonde che promuovano la responsabilità individuale. Continuare a costruire un sistema normativo iperprotettivo e soffocante significa offrire a troppi cittadini un comodo pretesto per l’irresponsabilità. Se vogliamo che i nostri giovani imparino il valore del lavoro, del sacrificio e dell’autonomia, dobbiamo pretendere leggi chiare, proporzionate e ragionevoli, all’interno delle quali sia possibile agire e crescere. Soltanto quando la responsabilità tornerà ad essere il pilastro della libertà potremo dire di vivere in un Paese davvero maturo.
Enrico Foscarini, 10 agosto 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


