Economia
ESTREMO RIPOSO

Bare cinesi, la concorrenza arriva anche nell’ultimo viaggio

Il mercato italiano vale 142 milioni e l'import è in crescita. I produttori europei chiedono a Bruxelles un’indagine antidumping

La globalizzazione arriva anche nell’ultimo viaggio. Nei porti europei sbarcano infatti bare cinesi a prezzi molto inferiori rispetto a quelli dei produttori continentali. In alcuni casi, secondo le aziende europee, i cofani arriverebbero smontati e imballati in confezioni piatte, per essere assemblati una volta entrati nell’Ue.

Il fenomeno sta mettendo sotto pressione un’industria di nicchia ma tutt’altro che irrilevante. In Italia il mercato della produzione di cofani funebri vale circa 142 milioni di euro, mentre le aziende produttrici sono nell’ordine delle 40-50. La Cina è ormai diventata il principale fornitore estero: nel 2025 le importazioni italiane di bare cinesi hanno raggiunto circa 11,2 milioni di euro, per oltre 167mila pezzi.

Prezzi cinesi tre volte più bassi

Il principale argomento dei produttori europei è il differenziale di costo. Secondo i dati citati in un’interrogazione al Parlamento europeo, produrre una bara costa mediamente 260 euro in Italia contro circa 80 euro in Cina. Il prodotto cinese può quindi arrivare sul mercato europeo a un prezzo compreso fra 100 e 110 euro.

Il divario viene attribuito al minor costo della manodopera e delle materie prime, ma anche a possibili sovvenzioni pubbliche e incentivi all’esportazione. Proprio su questo punto i produttori europei hanno chiesto alla Commissione europea di valutare l’apertura di un’indagine antidumping.

Un mercato europeo sempre più sotto pressione

I numeri mostrano che il fenomeno non riguarda soltanto l’Italia. Il valore delle importazioni di bare in legno dalla Cina nell’Unione europea è passato da circa 16 milioni di euro nel 2022 a 28 milioni nel 2025. Nello stesso periodo, secondo le stime dei produttori, il numero delle aziende europee sarebbe sceso da 120 a 90.

Ma attenzione a non confondere concorrenza e dumping. Un prodotto cinese che costa meno non è automaticamente un prodotto venduto slealmente. Se la differenza dipende da costi produttivi inferiori, il mercato deve poterla assorbire. Il discorso cambia se emergono sussidi distorsivi, pratiche di elusione doganale o violazioni delle regole europee.

La «scappatoia Ikea»

È proprio sul fronte doganale che si concentra una delle accuse più curiose. I produttori parlano di una sorta di «scappatoia Ikea»: le bare verrebbero spedite dalla Cina smontate, come mobili componibili, e dichiarate attraverso codici relativi ai componenti in legno per essere poi assemblate in Europa.

L’ipotesi deve naturalmente essere verificata. Lo stesso vale per i dubbi sollevati sulla presenza di vernici e sostanze non conformi alle norme europee, che potrebbero diventare particolarmente rilevanti nel caso della cremazione. Non si tratta di accuse che possano essere considerate provate senza controlli.

Bruxelles deve verificare, non proteggere

La richiesta dei produttori europei è dunque arrivata sul tavolo della Commissione. Per ottenere misure antidumping, però, non basta dimostrare che una bara cinese costa meno. Occorre provare che il prezzo sia frutto di pratiche scorrette, che l’industria europea subisca un danno e che esista un nesso tra i due fenomeni.

È una distinzione importante anche dal punto di vista liberale. Proteggere un’industria dalla concorrenza solo perché è italiana sarebbe contrario alle regole del mercato. Se invece emergessero sovvenzioni distorsive, aggiramenti delle norme o prodotti non conformi, intervenire sarebbe una questione di concorrenza leale.

La partita delle bare cinesi, insomma, vale più dei suoi 142 milioni di fatturato italiano. È un piccolo caso di scuola per capire se l’Europa saprà difendere il mercato senza trasformarlo in protezionismo.

Enrico Foscarini, 6 novembre 2026

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