Economia
SVOLTA NECESSARIA

Il Brasile al voto paga il conto salato di Lula

Debito record e tassi alle stelle mettono alla prova la tenuta economica di un Paese che deve scegliere tra il presidente uscente e Bolsonaro jr

Il Brasile sceglie il suo futuro economico. Domenica 25 ottobre, nel ballottaggio presidenziale, gli elettori dovranno decidere se confermare Luiz Inácio Lula da Silva oppure affidare il Paese a Flávio Bolsonaro, esponente della destra e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. La posta in gioco va ben oltre la contrapposizione politica: riguarda la sostenibilità dei conti pubblici, il potere d’acquisto delle famiglie e la capacità della maggiore economia latinoamericana di attrarre investimenti.

Il bilancio del terzo mandato di Lula presenta luci e ombre. La disoccupazione è scesa ai minimi storici e la povertà si è ridotta, ma questi progressi convivono con un debito pubblico in crescita, un deficit elevato e tassi d’interesse che penalizzano il credito e gli investimenti. Il nodo è il modello di crescita perseguito dal presidente uscente: quanto può durare una politica che sostiene consumi e redditi attraverso la spesa pubblica senza riuscire a stabilizzare l’indebitamento?

Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, il debito pubblico lordo brasiliano è destinato ad avvicinarsi al 98% del Pil nel 2026, quasi 14 punti in più nell’arco di quattro anni. Anche le analisi del Congresso e degli organismi economici nazionali segnalano un disavanzo primario, cioè al netto degli interessi, che rende difficile arrestare la dinamica del debito. Il problema è aggravato dal peso della spesa obbligatoria, che lascia margini limitati per gli investimenti produttivi.

Il deficit finanzia il consenso, ma non risolve i problemi

Lula ha puntato sul sostegno alle fasce più deboli, sul rafforzamento dei trasferimenti sociali e sull’aumento del reddito disponibile. Misure che hanno contribuito a ridurre la povertà, ma che sollevano una questione decisiva: se le maggiori uscite pubbliche non sono accompagnate da una crescita duratura della produttività e da coperture stabili, il costo ricade sull’intero sistema economico.

La criticità non è l’esistenza di una rete di protezione sociale in sé, quanto la difficoltà di finanziarla senza alimentare il disavanzo e comprimere le risorse destinate a infrastrutture, innovazione e competitività. Il Fondo monetario internazionale ha richiamato l’attenzione sulla crescita della spesa obbligatoria, sulle agevolazioni fiscali e sull’elevato costo degli interessi, fattori che limitano gli investimenti pubblici produttivi e frenano le prospettive di sviluppo.

Il deterioramento dei conti non è peraltro nato con l’ultimo mandato di Lula: il Brasile si trascina da anni rigidità di bilancio, un sistema fiscale complesso e una spesa previdenziale difficile da contenere. Ma la scelta di sostenere l’economia attraverso l’intervento pubblico senza imprimere una svolta credibile alla dinamica del debito ha reso più urgente il problema. Per gli investitori, la questione è se il prossimo governo saprà finalmente affrontarlo.

Debito e tassi: il conto arriva a famiglie e imprese

Quando i mercati dubitano della capacità di un governo di tenere sotto controllo il debito, il finanziamento del Tesoro diventa più oneroso e la banca centrale è chiamata a mantenere una politica monetaria restrittiva per contenere l’inflazione e le aspettative sui prezzi. È una spirale che può finire per neutralizzare parte dei benefici delle misure espansive.

Il Brasile ne offre un esempio evidente. A settembre 2026 la banca centrale ha fissato il tasso di riferimento Selic al 13,75%, un livello che rende costosi mutui, prestiti e finanziamenti alle imprese. Il credito caro scoraggia gli investimenti, frena gli acquisti delle famiglie e riduce la capacità del sistema produttivo di aumentare la propria offerta. Il risultato è un’economia che rischia di perdere slancio proprio mentre il governo rivendica i risultati ottenuti sul fronte sociale.

Il problema del potere d’acquisto, del resto, non si esaurisce nei dati sull’occupazione. Secondo l’analisi pubblicata da La Voce, il reddito pro capite reale brasiliano ha smesso di crescere in modo significativo dal 2016. L’aumento dei redditi nominali non si è tradotto in un miglioramento equivalente del benessere materiale, perché l’inflazione ne ha eroso una parte consistente.

È qui che emerge il limite della ricetta di Lula: più spesa pubblica non significa automaticamente più ricchezza, soprattutto se il costo del denaro rimane elevato e il reddito reale ristagna. Senza un aumento della produttività, un contesto favorevole alle imprese e una traiettoria fiscale credibile, i trasferimenti rischiano di offrire un sollievo immediato senza risolvere le cause della debolezza economica.

La crescita resta fragile

Sarebbe però scorretto ignorare i risultati positivi. La disoccupazione brasiliana è scesa al 3,3% a metà 2026. Nel primo biennio del terzo mandato di Lula, inoltre, la quota di popolazione che viveva con meno di 8,60 dollari al giorno è passata dal 26,62% al 21,67%, secondo la soglia utilizzata nell’analisi.

Sono miglioramenti reali, ma non bastano a dimostrare che il modello economico sia sostenibile nel lungo periodo. Il mercato del lavoro può beneficiare della ripresa dei consumi e delle politiche di sostegno, mentre il deterioramento dei conti pubblici si manifesta gradualmente, attraverso interessi più alti, minori investimenti e una maggiore vulnerabilità agli shock esterni.

Le prospettive di crescita segnalano già un rallentamento. BBVA Research, nell’aggiornamento di fine settembre, stima un aumento del Pil del 2,1% nel 2026 e dell’1,8% nel 2027, indicando fra i fattori frenanti le condizioni monetarie restrittive e l’indebolimento della domanda. Il Fondo monetario internazionale prevede invece una crescita del 2,4% nel 2026, con rischi legati soprattutto all’inflazione e alle tensioni internazionali. Le diverse stime convergono su un punto: il Brasile non può dare per scontata una crescita robusta.

La sfida è trasformare l’occupazione in maggiore produttività, investimenti e salari reali più alti. Per riuscirci servono un quadro normativo prevedibile, meno ostacoli burocratici, infrastrutture efficienti e un sistema tributario più semplice. La riforma dell’Iva già approvata rappresenta un passo verso la razionalizzazione fiscale, ma la sua attuazione completa è prevista su un orizzonte pluriennale.

Flávio Bolsonaro e la promessa di una correzione più rapida

La candidatura di Flávio Bolsonaro si inserisce in questo quadro. Il senatore ha promesso un aggiustamento dei conti più rapido, puntando a migliorare il saldo primario di circa l’1,5% del Pil nell’arco di 18 mesi. La strategia mira a rafforzare la fiducia degli investitori e a creare le condizioni per una riduzione del costo del finanziamento.

Il programma della destra richiama inoltre la necessità di contenere la spesa, ridurre la burocrazia e valorizzare le privatizzazioni e la cessione di attività pubbliche. Sono obiettivi che possono contribuire a migliorare l’ambiente per l’iniziativa privata, ma la loro efficacia dipenderà dalle misure concrete e dalla capacità di costruire una maggioranza parlamentare.

Anche il fronte di Lula parla di consolidamento fiscale, ma con tempi più graduali e con l’intenzione di proteggere i programmi sociali. I collaboratori del presidente uscente hanno indicato l’obiettivo di arrivare a un avanzo primario effettivo di circa l’1,3% del Pil entro il 2030, partendo da un disavanzo previsto dello 0,4% nel 2026. La distanza fra le due impostazioni riguarda soprattutto la velocità dell’aggiustamento e il peso che dovrà ricadere sulla spesa pubblica.

Nessuna delle due ricette è priva di difficoltà. Una correzione troppo brusca può pesare sulla domanda, mentre un risanamento rinviato rischia di lasciare il debito su una traiettoria crescente. Ma la prudenza non può diventare un alibi per rinviare indefinitamente le decisioni: la stabilità dei conti è una condizione per finanziare anche le politiche sociali, non il loro antagonista.

La partita geopolitica con Washington e Pechino

La scelta degli elettori avrà conseguenze anche sulle relazioni commerciali. Lula ha privilegiato il rapporto con i Brics e con la Cina, ormai destinazione di quasi un terzo delle esportazioni brasiliane, mentre gli Stati Uniti restano un partner di primo piano. Le tensioni con l’amministrazione di Donald Trump, comprese le misure tariffarie imposte nel corso del 2026, hanno aggiunto incertezza per le imprese esportatrici.

Flávio Bolsonaro è più vicino politicamente a Washington e promette di rafforzare i rapporti con gli Stati Uniti. Un eventuale riavvicinamento potrebbe aprire opportunità commerciali, ma non garantirebbe automaticamente maggiori esportazioni o investimenti. Il Brasile dovrà evitare di dipendere eccessivamente da un singolo mercato e difendere l’accesso alle principali economie mondiali.

Per attrarre capitali, la variabile decisiva resta comunque interna: conti pubblici credibili, inflazione sotto controllo, regole stabili e costi di finanziamento compatibili con gli investimenti. La ricchezza di risorse naturali, il peso dell’agroindustria e le potenzialità energetiche del Paese rappresentano vantaggi importanti, ma non possono compensare all’infinito le inefficienze strutturali.

Il vero test per il prossimo presidente

Il ballottaggio odierno mette dunque il Brasile davanti a una scelta che non può essere ridotta alla contrapposizione fra protezione sociale e mercato. La questione è se il Paese riuscirà a costruire un modello capace di sostenere le fasce più deboli senza compromettere la stabilità finanziaria e la crescita futura.

Lula può rivendicare il calo della disoccupazione e della povertà, ma lascia in eredità una situazione fiscale che richiede interventi più incisivi. Flávio Bolsonaro promette una correzione più rapida e un maggiore spazio per l’iniziativa privata, ma dovrà dimostrare di poter trasformare gli annunci in risparmi strutturali e riforme realizzabili.

La lezione economica è chiara: senza disciplina fiscale, crescita della produttività e investimenti privati, i risultati sociali rischiano di rivelarsi fragili. Chi vincerà dovrà affrontare il costo del debito, la rigidità della spesa e la debolezza dei redditi reali. Per il Brasile non basterà distribuire meglio le risorse disponibili: occorrerà creare le condizioni perché il Paese torni a produrre più ricchezza.

Enrico Foscarini, 25 ottobre 2026

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