Il governo ha compiuto un passo decisivo nel riconoscimento e nella valorizzazione dei caregiver, ossia coloro che assistono un parente prossimo in condizioni di disabilità compiendo rinunce quotidiane. Nell’articolo 53 della legge di Bilancio si prevede un fondo dedicato a queste figure di rilevante importanza sociale e, inoltre, la ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, ha annunciato un disegno di legge ad hoc che sarà presentato dall’esecutivo all’inizio del 2026. «Abbiamo il dovere di dare risposte a tutte quelle persone che amano e che curano i propri cari e che non vogliono essere sostituite, ma tutelate e sostenute adeguatamente nel loro compito», ha dichiarato Locatelli. Qui termina la parte “libro Cuore” di questo articolo e inizia una riflessione che può essere approfondita solo parzialmente.
Chi sono i caregiver
In Italia sono circa sette milioni le persone che ogni giorno assistono familiari non autosufficienti, contribuendo in modo decisivo a sostenere il sistema socio-sanitario. Il lavoro dei caregiver, gratuito e costante, si traduce in un valore economico stimato tra il 2,5 e il 3% del Pil. Finora in Italia non esisteva una normativa nazionale che riconoscesse e tutelasse il loro ruolo, eccezion fatta per la legge 205/2017 e un fondo dedicato del 2020, sempre giudicati insufficienti rispetto ai reali bisogni. A livello locale, dodici Regioni avevano tentato di normare la figura, ma senza un approccio uniforme e risolutivo. La manovra rappresenta dunque un primo passo concreto, anche se le risorse stanziate – 1,15 milioni per il 2026 (per creare una piattaforma dedicata) e 207 milioni a partire dal 2027 (cifra che potrebbe salire a 257 milioni attingendo alle dotazioni per le politiche sociali) – appaiono ancora limitate rispetto al numero dei caregiver e all’impegno quotidiano che sostengono. Locatelli ha definito queste somme «un punto di partenza, su cui lavorare insieme perché da dieci anni le famiglie stanno aspettando».
Il nuovo disegno di legge
Il disegno di legge introduce finalmente una definizione chiara: il caregiver familiare è chi assiste il coniuge, il convivente di fatto o un parente entro il secondo o terzo grado. Viene istituito un sistema di tutele graduato in base al livello di impegno assistenziale: dal caregiver prevalente convivente con più di 91 ore settimanali, al caregiver non convivente con almeno 30 ore, fino a chi dedica tra 10 e 30 ore settimanali all’assistenza.
Per i caregiver prevalenti conviventi, con Isee fino a 15.000 euro e reddito personale non superiore a 3.000 euro lordi annui, è previsto un contributo economico trimestrale fino a 1.200 euro a partire dal 2027. Una misura che, come sottolineano associazioni e esperti, rappresenta un passo storico di riconoscimento, anche se il valore economico resta simbolico rispetto all’impegno richiesto.
Le criticità
Se da un lato il disegno di legge riconosce dignità giuridica e sociale ai caregiver, dall’altro le risorse disponibili coprono una fetta molto ridotta della platea effettiva, stimata in almeno 2,2 milioni di persone che oggi si prendono cura dei familiari. Il contributo mensile di 400 euro si traduce in circa un euro l’ora per una funzione essenziale e usurante, senza alcuna copertura previdenziale aggiuntiva. Questo evidenzia come, nonostante la buona volontà del governo, il peso economico e sociale del caregiving sia ancora troppo poco valorizzato nelle politiche di bilancio.
Criticità emergono anche nella gestione pratica: la piattaforma Inps prevista per raccogliere le domande, necessaria per distribuire i fondi, dovrà far fronte a una domanda molto superiore ai posti disponibili, con rischi di lunghe attese e di esclusione di molti aventi diritto.
I conti non tornano
Secondo l’Inapp, la spesa pubblica italiana per la long term care nel 2022 rappresentava l’1,9% del Pil (25 miliardi di euro), con un forte ricorso al sostegno diretto delle famiglie. In realtà, si tratta di un computo non semplice perché si tratta di una stima riferita prevalentemente all’indennità di accompagnamento per i non autosufficienti che godono della legge 104. Se si considera in un senso più ampio la spesa pubblica per l’assistenza in generale, si raggiunge il 2,5% del Pil, cioè oltre 50 miliardi di euro. E, invece, un recente rapporto della Fondazione per la sussidiarietà ci dice che nel 2024 per il welfare familiare (salute e assistenza ad anziani e disabili) hanno speso 138 miliardi di euro, ovvero quasi 5.400 euro per ciascun nucleo. Insomma, se il reddito non è elevato, si fa molta fatica ad assistere un disabile in Italia.
Il Pnrr non ha funzionato
Le disfunzionalità del sistema possono essere affrontate da due punti di vista. Partiamo da quello più recente in ordine cronologico. Il Pnrr prevedeva (è meglio usare l’imperfetto considerato che ormai è vicino alla conclusione) due misure in ambito socio-assistenziale. In primo luogo, si puntava su un potenziamento dei servizi sociali territoriali con 500 milioni di euro. L’obiettivo è stato riprogrammato con i fondi del Piano nazionale complementare e dei Fondi di coesione Ue. Gli 803 interventi ammessi a finanziamento vivranno di vita propria dopo agosto 2026, ma già dall’entità dello stanziamento si comprende che non saranno risolutivi. Il secondo intervento, da un miliardo di euro, prevedeva la realizzazione delle Case di comunità, una rete territoriale per garantire la continuità dei servizi sociali e assistenziali. I ritardi sono biblici.
Affrontare il problema alla radice
In un Paese che spende oltre il 16% del Pil (364 miliardi di euro) per pensioni la cui erogazione è garantita da trasferimenti diretti dal Tesoro all’Inps, non trovare spazio per alleviare la fatica dei caregiver familiari grida vendetta. Tanto più che gli italiani soffrono una pressione fiscale al 42,8% del Pil cui si aggiunge la compartecipazione ai servizi sanitari tramite ticket (salvo che non si rientri nei limiti Isee che ne garantiscono la totale gratuità). Anche se la ministra Locatelli trovasse 250 milioni di euro nel 2027, sarebbero completamente insufficienti rispetto alle dimensioni del fenomeno di cui stiamo parlando.
Poiché la questione della disabilità interessa tutti noi, non si possono proporre soluzioni con l’accetta. In un’ottica liberale abbassare la pressione fiscale significa poter pianificare il rischio di disabilità sottoscrivendo polizze long term care che garantiscono assistenza nei momenti difficili della vita. Resterebbe, comunque, il problema di come gestire l’esistente. Gli sforzi del Terzo settore, molto attivo su questo fronte, non bastano.
Servirebbe anche più spirito bipartisan per ricercare una soluzione, ma il centrosinistra non si è dimostrato molto collaborativo con la maggioranza in quanto parrebbe preferire una sorta di sussidio per chi si dedica all’assistenza. Va detto che anche la soluzione prevista dal ddl (una sorta di bonus caregiver per chi ha l’Isee basso) non rappresenta certo l’optimum. Ecco perché il rischio di andare fuori strada su un tema così delicato è altissimo.
Enrico Foscarini, 25 novembre 2025
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