Economia
IL FATTO

Carta d’identità: da oggi con quella cartacea non si può espatriare

Il documento resta valida in Italia ma non per viaggiare. La CIE apre il dibattito su sicurezza, tecnologia e ruolo dello Stato

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La carta d’identità cartacea arriva al capolinea, almeno per quanto riguarda l’utilizzo nei viaggi all’estero. Da oggi entra infatti pienamente a regime la disciplina europea che impone standard di sicurezza più elevati per i documenti personali, rendendo di fatto inutilizzabili oltre frontiera i vecchi documenti privi dei requisiti tecnologici richiesti.

In Italia, però, il passaggio sarà meno traumatico del previsto. Dopo gli allarmi dei Comuni e le difficoltà organizzative legate alla corsa alla sostituzione dei documenti, il governo ha scelto di intervenire con una proroga. Le carte d’identità cartacee ancora valide potranno continuare a essere utilizzate sul territorio nazionale e nei rapporti con la pubblica amministrazione fino alla loro naturale scadenza, anche oltre il termine inizialmente fissato.

Una decisione che evita il rischio di un ingorgo negli uffici anagrafici e che rappresenta soprattutto una presa d’atto della realtà: la trasformazione digitale dello Stato non può essere imposta ignorando la capacità concreta delle strutture pubbliche di gestire il cambiamento.

La proroga salva gli sportelli, ma non i viaggi all’estero

La deroga, tuttavia, ha confini precisi. Chi deve espatriare dovrà comunque avere una Carta d’identità elettronica oppure un passaporto. La vecchia carta cartacea potrà continuare a certificare l’identità del cittadino in Italia, ma non sarà più sufficiente per attraversare le frontiere europee.

Il deputato della Lega Simone Billi, presidente del Comitato per gli italiani nel mondo, ha chiarito il punto spiegando che “l’eventuale estensione prevista dal governo riguarda esclusivamente alcuni utilizzi sul territorio nazionale e nei rapporti con la Pubblica Amministrazione. Non riguarda invece l’espatrio”.

Il motivo è legato al Regolamento europeo 2019/1157, che prevede requisiti comuni per i documenti d’identità degli Stati membri. La logica è quella di aumentare l’affidabilità dei controlli alle frontiere attraverso documenti dotati di elementi di sicurezza uniformi.

La Carta d’identità elettronica integra infatti caratteristiche tecnologiche che la vecchia versione cartacea non possiede, tra cui la Machine Readable Zone (MRZ), cioè una sezione leggibile automaticamente dai sistemi informatici utilizzati nei controlli.

Una transizione inevitabile, ma gestita in ritardo

Il problema italiano non è mai stato tanto la necessità del cambiamento quanto il modo in cui è stato organizzato. La sostituzione di milioni di documenti richiede tempo, personale e capacità amministrativa.

Secondo i dati dell’Osservatorio Digital Identity & Wallet del Politecnico di Milano, ad aprile 2026 erano già circa 54,5 milioni le Carte d’identità elettroniche valide, pari al 92% della popolazione italiana. Un risultato importante, ma ancora insufficiente per completare una transizione che coinvolge milioni di cittadini.

Tra agosto 2025 e aprile 2026 sono state rilasciate oltre 6,8 milioni di nuove CIE, con un ritmo superiore rispetto all’anno precedente. Ma l’accelerazione non è bastata a eliminare completamente il problema. Restavano infatti diversi milioni di cittadini ancora in possesso del vecchio documento.

La proroga concessa dal governo evita quindi una situazione paradossale: obbligare tutti a cambiare documento in una fase in cui gli stessi uffici pubblici non erano materialmente in grado di soddisfare la domanda.

Quando la sicurezza diventa un tema di libertà

Fin qui la questione appare soprattutto tecnica e organizzativa. Ma il passaggio dalla carta cartacea alla CIE apre anche un interrogativo più ampio sul rapporto tra cittadino e Stato nell’epoca digitale.

La carta d’identità tradizionale aveva una funzione essenziale e limitata: certificare nome, cognome, data di nascita e identità del titolare. La nuova identità digitale, invece, si inserisce in un sistema più complesso fatto di autenticazioni, accesso ai servizi online, verifiche automatiche e integrazione con piattaforme pubbliche.

Il vantaggio è evidente: più efficienza, meno burocrazia potenziale, maggiore sicurezza contro falsificazioni e furti d’identità. Ma ogni evoluzione tecnologica porta con sé anche una questione di equilibrio: quali informazioni deve possedere lo Stato e quali sono invece i confini oltre i quali il controllo rischia di diventare eccessivo?

In una prospettiva liberale, il punto centrale non è rifiutare l’innovazione tecnologica, ma ricordare che la tecnologia deve restare uno strumento al servizio del cittadino e non trasformarsi in un meccanismo attraverso cui il cittadino viene progressivamente sottoposto a una maggiore pervasività amministrativa.

Il principio dovrebbe essere semplice: lo Stato deve raccogliere e utilizzare soltanto le informazioni necessarie per svolgere le proprie funzioni, garantendo contemporaneamente sicurezza e tutela della sfera privata.

Più controlli per chi rispetta le regole

Il tema della sicurezza, inoltre, presenta una contraddizione che merita di essere discussa. La CIE nasce con l’obiettivo di rendere più semplice e affidabile l’identificazione delle persone. Ma il sistema funziona soprattutto nei confronti di chi è già inserito nei circuiti istituzionali.

Sono i cittadini regolarmente registrati che devono prenotare appuntamenti, sostituire i documenti, adeguarsi alle nuove procedure e sostenere i relativi costi. In altre parole, il rafforzamento dei sistemi di identificazione incide soprattutto su chi già rispetta le regole e mantiene un rapporto ordinario con lo Stato.

La domanda politica, quindi, non riguarda soltanto l’efficacia della tecnologia, ma anche la sua applicazione concreta. Ogni nuovo obbligo deve essere valutato non solo per gli obiettivi dichiarati, ma anche per gli effetti che produce sulla vita quotidiana delle persone.

La sicurezza è un valore fondamentale, ma in una società libera deve sempre convivere con un altro principio altrettanto importante: il limite del potere pubblico.

Una società di cittadini o di soggetti da controllare?

La vicenda della carta d’identità elettronica rappresenta dunque molto più della semplice sostituzione di un documento. È il simbolo di una trasformazione più ampia: quella di una società nella quale sempre più attività passano attraverso sistemi digitali di identificazione.

La sfida dei prossimi anni sarà trovare un equilibrio tra efficienza amministrativa, sicurezza e libertà individuale. Una pubblica amministrazione moderna deve certamente utilizzare la tecnologia per funzionare meglio, ma non può dimenticare che il suo compito non è rendere il cittadino più facilmente controllabile, bensì offrirgli servizi più semplici e rispettosi dei suoi diritti.

La differenza è sostanziale. Una democrazia liberale non si misura soltanto dalla capacità dello Stato di conoscere i propri cittadini, ma dalla capacità di garantire che quel potere venga esercitato con proporzione e responsabilità. Perché tra una società di cittadini e una società di sudditi passa anche il modo in cui viene gestita una semplice carta d’identità.

Enrico Foscarini, 3 agosto 2026

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