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Case green, Bruxelles mette in mora tutti e 27 gli Stati Ue

Ecco tutti i dettagli dell'ennesima follia. Spaziani Testa: "Il miglioramento energetico va incentivato, non imposto"

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Ci risiamo. L’ennesima follia green partorita a Bruxelles si schianta contro la realtà, e lo fa nel modo più clamoroso possibile: tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea, Italia compresa, sono finiti sotto procedura d’infrazione per non aver recepito entro il 29 maggio la direttiva sulle cosiddette case green. Non uno, non dieci, non venti: ventisette su ventisette. Quando un impianto normativo riesce a mettere d’accordo governi di ogni colore politico nel non applicarlo, forse il problema non sono i governi.

Bruxelles invia le lettere di messa in mora, nessuno escluso

La direttiva in questione, adottata nel 2024 e nota agli addetti ai lavori come EPBD (Energy Performance of Buildings Directive), punta a ridurre progressivamente consumi ed emissioni degli edifici attraverso ristrutturazioni, nuovi standard energetici e piani nazionali con obiettivi al 2030, 2033 e 2050. Il termine per recepirla negli ordinamenti nazionali scadeva il 29 maggio, e a quella data non un solo Paese dell’Unione risultava in regola. La Commissione ha quindi inviato le lettere di costituzione in mora a tutte le capitali, che ora hanno due mesi di tempo per comunicare a Bruxelles le misure adottate. In mancanza di una risposta soddisfacente, la Commissione potrà inviare un parere motivato, secondo passaggio di un iter che, in teoria, può arrivare fino alla Corte di giustizia Ue.

Non è nemmeno la prima infrazione sul tema. Già a marzo era stata aperta una procedura contro l’Italia e altri 18 Paesi, tra cui Francia e Germania, per il mancato invio della bozza dei piani nazionali di ristrutturazione, che avrebbe dovuto essere trasmessa entro il 31 dicembre 2025. La nuova procedura riguarda invece, più a monte, il mancato recepimento della direttiva nell’ordinamento nazionale: un fallimento che si somma al precedente e che coinvolge, stavolta, l’intera Unione senza eccezioni.

Le reazioni: “Direttiva irrealistica e ideologica”

Le reazioni della politica italiana non si sono fatte attendere, e sono state tutt’altro che tenere. Per l’eurodeputata Ppe Letizia Moratti, presidente della Consulta nazionale di Forza Italia, quanto accaduto è “la dimostrazione plastica e surreale del fallimento di una direttiva irrealistica e fortemente ideologica”, che la Commissione dovrebbe “sospendere e riscrivere”. Parole nette, che fotografano un cortocircuito ormai difficile da negare persino dentro le stanze europee.

Sulla stessa linea Flavio Tosi, di Forza Italia, che ha sintetizzato con efficacia il senso della vicenda: “Se la Commissione arriva a mettere in mora contemporaneamente tutti gli Stati membri, significa che il problema non sono i governi nazionali, ma una direttiva costruita senza un adeguato confronto con la realtà”. Un concetto tanto semplice quanto, evidentemente, ancora poco digerito da chi a Bruxelles continua a scrivere norme come se il mercato immobiliare europeo fosse un foglio bianco.

A dare probabilmente la lettura più puntuale della vicenda è però Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia e voce che su questi temi ha sempre mantenuto una lucidità fuori dal coro. Spaziani Testa boccia senza mezzi termini l’impostazione della direttiva, ribadendo un principio che dovrebbe essere elementare e che invece a Bruxelles continua a sfuggire: “Il miglioramento delle prestazioni energetiche degli immobili va incentivato, non imposto”. Una frase che vale come manifesto contro un approccio calato dall’alto, punitivo nei confronti dei proprietari e totalmente indifferente ai costi reali che milioni di famiglie dovrebbero sostenere per adeguarsi a obiettivi decisi a tavolino.

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Cosa prevede davvero la direttiva, tra obiettivi e arzigogoli

Va detto, per onestà, che la direttiva approvata nel 2024 non impone ai proprietari di ristrutturare automaticamente le abitazioni entro date fisse: la versione finale ha eliminato l’obbligo, presente nella proposta del 2021, di portare ogni singolo edificio in classe energetica E entro il 2030 e in classe D entro il 2033. Fissa invece obiettivi generali di riduzione dei consumi su base nazionale, lasciando ai governi il compito di decidere con quali strumenti, incentivi e priorità raggiungerli. Per gli edifici residenziali ogni Paese dovrà definire un percorso che punta a una riduzione del consumo medio di energia primaria di almeno il 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035.

Per gli edifici non residenziali e quelli pubblici, invece, la Commissione ha scelto la strada degli standard minimi di prestazione energetica, con la riqualificazione obbligatoria del 16% degli immobili peggiori entro il 2030 e del 26% entro il 2033. I nuovi edifici dovranno essere a emissioni zero dal 2028 se pubblici e dal 2030 per tutti gli altri, mentre l’orizzonte finale resta la decarbonizzazione dell’intero patrimonio edilizio europeo entro il 2050. Nel frattempo, tra un obiettivo intermedio e l’altro, la direttiva ha già prodotto un primo effetto concreto e immediato: dal 1° gennaio 2025 sono vietati gli incentivi pubblici per l’installazione di caldaie alimentate esclusivamente a combustibili fossili, un obbligo che aveva una scadenza autonoma, slegata da quella generale del 29 maggio, e che l’Italia non ha rispettato, tanto da essere già sotto infrazione anche su questo fronte specifico.

E ora? Il 2026 resta l’anno della verità

Il quadro che emerge, tra piani non presentati, incentivi non aboliti e ora un recepimento mancato su scala continentale, racconta di una macchina normativa che fatica a stare in piedi da sola. Entro fine 2026 i governi dovranno comunque presentare la versione definitiva dei piani nazionali di ristrutturazione, indicando obiettivi, politiche, incentivi e investimenti necessari: un appuntamento che si aggiunge a una lista di scadenze già saltate. In Italia, peraltro, la Legge di delegazione europea 2025 non include, allo stato, la direttiva case green tra le norme da recepire, segno che la distanza tra i tempi di Bruxelles e quelli di Roma resta ampia.

Difficile, a questo punto, continuare a parlare di semplici ritardi tecnici. Quando l’intera Unione europea, senza eccezioni, non riesce a stare dietro ai propri stessi obiettivi, il problema evidentemente non è la cattiva volontà di questo o quel governo, ma la sostenibilità stessa di un impianto pensato più per soddisfare un’agenda ideologica che per funzionare nel mondo reale.

Enrico Foscarini, 15 luglio 2026

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