Economia
IL FATTO

Follie green: le cretinate verdi presentano il conto a Volkswagen

Wolfsburg travolta dal Green Deal: tagli, fabbriche a rischio e migliaia di posti di lavoro in bilico

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Le follie green presentano il conto nel modo più brutale possibile. A pagarlo, questa volta, è la Volkswagen, il colosso che per decenni ha rappresentato la forza dell’industria tedesca e che oggi prepara la più grande ristrutturazione della propria storia. Sul tavolo ci sono fabbriche che rischiano di chiudere, fino a 100mila posti di lavoro in bilico nel mondo e una drastica riduzione della produzione.

È il simbolo di una crisi che non riguarda soltanto un marchio. È il fallimento di una strategia industriale che l’Europa ha perseguito negli ultimi anni nel nome della transizione ecologica. E c’è un paradosso difficile da ignorare: proprio la Germania, dopo lo scandalo Dieselgate, è stata tra i principali sponsor del Green Deal europeo e dello stop ai motori termici. Oggi, però, è proprio l’industria tedesca a pagare uno dei prezzi più pesanti di quella scelta, trascinando con sé l’intera filiera automobilistica europea.

Le follie green costringono VW alla più grande ristrutturazione di sempre

Dopo la riunione del consiglio di sorveglianza dedicata ai nuovi tagli ai costi, l’amministratore delegato Oliver Blume ha confermato che il gruppo è impegnato nella “riorganizzazione più ampia nella storia del gruppo”.

Secondo Blume, il piano servirà a rendere Volkswagen “ancora più solida e competitiva, anche in un contesto globale estremamente difficile”, assumendosi “la responsabilità per il futuro sostenibileuropee dell’azienda”. Il manager ha aggiunto che il gruppo vuole “limitare i rischi, cogliere nuove opportunità grazie alle nostre forze e dare un chiaro segnale di rinnovamento per la Germania come polo economico”.

Dietro queste parole, tuttavia, c’è una realtà molto diversa: un colosso che corre ai ripari dopo anni di investimenti miliardari nella transizione elettrica mentre il mercato rallenta e la concorrenza cinese continua a guadagnare terreno.

Meno modelli, meno fabbriche, meno lavoratori

Il direttore finanziario Arno Antlitz ha confermato che Volkswagen continuerà a investire nell’auto elettrica e nello sviluppo del software, mantenendo però competitiva anche la gamma dei motori a combustione.

Per raggiungere gli obiettivi economici sarà però necessario tagliare pesantemente i costi. Il gruppo punta a dimezzare la gamma dei modelli, ridurre fino al 75% le varianti di motori e allestimenti, semplificare la struttura e aumentare la redditività.

Secondo le indiscrezioni della stampa tedesca, il piano potrebbe arrivare a coinvolgere 100mila-120mila posti di lavoro a livello globale, mentre quattro stabilimenti tedeschi sarebbero destinati alla chiusura nei prossimi anni.

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Le indiscrezioni hanno provocato la rivolta dei lavoratori. Centinaia di dipendenti hanno manifestato davanti alla sede di Wolfsburg con trombe, sirene e striscioni mentre il consiglio di sorveglianza era riunito. Il piano prevedrebbe la chiusura degli stabilimenti di Zwickau, Emden, Hannover e Neckarsulm, coinvolgendo circa 50mila lavoratori.

La presidente del comitato aziendale, Daniela Cavallo, ha parlato di “minacce irresponsabili” che saranno “contrastate con tutte le forze”. Ancora più duro Thorsten Gröger, negoziatore di IG Metall: “Chi attacca i lavoratori e la gestione condivisa corre il rischio di scatenare un grande conflitto sociale”.

Le follie green hanno indebolito il cuore industriale d’Europa

Il management parla apertamente di una situazione che rappresenta “una minaccia per la stessa esistenza” del gruppo. Secondo la Bild, nel 2025 Volkswagen ha consegnato circa 9 milioni di automobili, quasi il 20% in meno rispetto al 2019.

Naturalmente le cause della crisi sono molteplici: la concorrenza cinese, i dazi americani, il ritardo nello sviluppo del software e dell’intelligenza artificiale e un mercato dell’elettrico che cresce molto meno delle aspettative.

Ma sarebbe difficile sostenere che le follie green non abbiano avuto un ruolo. Il Green Deal, con obiettivi sempre più rigidi e lo stop ai motori termici, ha imposto all’industria europea una corsa costosissima proprio mentre i concorrenti internazionali continuavano a muoversi con maggiore flessibilità.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La casa automobilistica che più di ogni altra rappresentava la potenza manifatturiera tedesca è oggi costretta a tagliare investimenti, ridurre la produzione, chiudere stabilimenti e mettere a rischio decine di migliaia di posti di lavoro. E mentre Bruxelles continua a difendere la propria strategia, il conto delle follie green continua a essere pagato da imprese, lavoratori e contribuenti europei.

Enrico Foscarini, 10 luglio 2026

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