Il caso Cloudflare segna uno dei passaggi più delicati nel rapporto tra regolazione pubblica, libertà economica e architettura di Internet. La maxi multa da oltre 14 milioni di euro inflitta dall’Agcom alla società americana per la violazione della legge antipirateria non è solo una sanzione amministrativa: è un precedente che rischia di ridefinire il ruolo degli intermediari digitali e, soprattutto, i confini dell’intervento statale nello spazio online.
La reazione di Cloudflare è stata durissima. Il Ceo Matthew Prince ha denunciato quello che definisce apertamente un meccanismo di censura, affermando che l’azienda potrebbe “interrompere i milioni di dollari in servizi di cybersecurity pro bono forniti alle imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina, sospendere i servizi gratuiti per gli utenti italiani, rimuovere i server dal Paese e cancellare ogni piano di investimento futuro”. Una risposta che ha il sapore di una ritorsione, ma che nasce da una contestazione più profonda sul metodo adottato dalle autorità italiane.
Il nodo Piracy Shield e il rischio di overblocking
Secondo Prince, l’ordine dell’Agcom imporrebbe a Cloudflare di censurare “entro 30 minuti, senza controllo giudiziario, senza processo equo e senza possibilità di ricorso, qualsiasi sito ritenuto sgradito da un ristretto gruppo di interessi mediatici”. L’accusa più grave riguarda la richiesta di intervenire a livello di DNS e infrastruttura globale, una misura che, per sua natura, non distingue tra contenuti illeciti e legittimi e che rischia di oscurare migliaia di siti innocenti.
È un timore tutt’altro che teorico. In passato, il sistema Piracy Shield ha già prodotto blocchi accidentali di servizi perfettamente legali, mostrando quanto sia fragile l’idea di una repressione automatica e centralizzata della pirateria. Dal punto di vista liberale, il problema non è la tutela del diritto d’autore, ma la proporzionalità dello strumento e l’assenza di contrappesi giurisdizionali.
La replica dell’industria dei contenuti
Le parole di Prince hanno provocato una reazione immediata e durissima da parte dei titolari dei diritti. La Lega Serie A ha parlato di “un cumulo di mistificazioni, minacce e falsità”, sostenendo che la sanzione “non ha nulla a che vedere con la censura di Internet, ma riguarda esclusivamente la protezione dei diritti d’autore sul live sportivo e sui contenuti audiovisivi”.
Secondo questa linea, Cloudflare sarebbe stata colpita perché, a differenza di altri operatori, avrebbe scelto deliberatamente di non collaborare con autorità, forze dell’ordine e magistratura, diventando di fatto “la prima scelta delle associazioni criminali” per la gestione di servizi illeciti. Una lettura che sposta il tema dal piano delle libertà a quello della responsabilità.
Stato regolatore o Stato padrone della rete?
Anche la Fapav (la Federazione contro la pirateria audiovisiva a cui aderiscono, tra gli altri, Anec, Anica, Apa e Univideo) difende l’operato dell’Agcom, definendo la sanzione “coerente con la legge antipirateria approvata all’unanimità dal Parlamento” e ribadendo che “non esiste alcuna censura né violazione della libertà d’impresa”. La pirateria, ricordano, produce danni per miliardi di euro ogni anno e richiede la collaborazione di tutti gli attori del sistema.
Eppure, è proprio qui che si apre la frattura. Dal punto di vista liberale, imporre a un’infrastruttura globale di rete di agire come sceriffo del web, senza un vaglio giudiziario preventivo e con effetti potenzialmente extraterritoriali, significa scaricare sui fornitori di tecnologia una funzione tipicamente statale. Una scelta che rischia di frammentare Internet, disincentivare gli investimenti e trasformare la regolazione in deterrenza.
Un precedente che va oltre Cloudflare
Il caso Cloudflare, dunque, va letto come un tassello di un mosaico più ampio che riguarda non solo l’Italia, ma l’intero contesto normativo europeo, sempre più orientato a scaricare sulle infrastrutture tecnologiche compiti di controllo e sorveglianza che un tempo spettavano allo Stato di diritto. La fine del principio di “safe harbor”, sancita dal Digital Services Act e dalla Direttiva Copyright, ha progressivamente trasformato gli intermediari in soggetti responsabili non per ciò che fanno, ma per ciò che non riescono a bloccare abbastanza in fretta. Il Piracy Shield rappresenta l’applicazione più radicale di questa logica: un sistema automatizzato, privo di vaglio giudiziario, in cui un’autorità amministrativa delega a soggetti privati il potere di oscurare porzioni della rete entro 30 minuti.
È lo stesso dna che molti critici intravedono in proposte europee come il Chat Control, dove la lotta a reati gravissimi diventa il grimaldello per normalizzare la scansione preventiva delle comunicazioni private. Il rischio, denunciato dai giuristi, è che una volta accettato il principio dell’oscuramento immediato per una partita di calcio, lo stesso strumento possa essere esteso al dissenso politico, all’informazione scomoda o alla concorrenza indesiderata. In questo quadro, la minaccia di Cloudflare di ritirarsi dall’Italia non appare come un capriccio, ma come il sintomo di una frammentazione di Internet sempre più evidente, uno “splinternet” in cui l’Europa rischia di somigliare, nei mezzi se non nelle intenzioni, a quei modelli autoritari che dice di voler contrastare.
Enrico Foscarini, 12 gennaio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


