Aveva ragione, numeri alla mano, chi definiva l’accordo commerciale sui dazi siglato il 27 luglio 2025 tra Stati Uniti e Unione europea come un male minore. Ma rischia di aver avuto ragione anche chi lo considerava un’intesa fragile, scritta sulla sabbia. Con Donald Trump, gli accordi valgono finché convengono, soprattutto quando la controparte viene percepita come debole. Il caso Groenlandia ha riportato questa logica al centro della scena, aprendo una nuova crisi transatlantica che rischia di travolgere proprio quella faticosa tregua sui dazi.
In ballo ci sono oltre 850 miliardi di euro di scambi bilaterali, più di 570 miliardi di export europeo verso gli Stati Uniti e circa 60 miliardi di esportazioni italiane. Numeri che spiegano perché la tensione stia crescendo rapidamente, tra minacce incrociate di dazi e controdazi.
La “pace di Turnberry” e l’accordo asimmetrico sui dazi
Quella intesa era stata ribattezzata la pace di Turnberry, dal resort scozzese dove Ursula von der Leyen volò per incontrare Trump dopo settimane di scontro. Gli Stati Uniti avevano già imposto una tariffa del 10% sui beni europei e minacciavano di salire al 50%, mentre all’interno dell’Ue i governi erano divisi su come reagire. L’accordo limitò le tariffe americane a un tetto del 15% sulla maggior parte delle merci europee, lasciando al 50% solo acciaio e alluminio, in cambio dell’azzeramento dei dazi europei sui beni industriali statunitensi.
L’Europa accettò anche impegni pesanti, dall’acquisto di gas e chip americani fino a vaghe promesse di investimenti, in un quadro che molti definirono una capitolazione. Eppure, col passare delle settimane, emerse che altri alleati di Washington avevano accettato condizioni persino peggiori.
Un accordo doloroso ma sostenibile per l’export europeo
Secondo gli economisti Daniel Gros e Niccolò Rotondi, il dazio medio effettivamente pagato oggi dalle merci europee è attorno al 6%, più alto solo rispetto a Canada e Messico ma inferiore a quello applicato a Corea, Giappone e soprattutto Cina. Dopo l’esplosione dell’export a inizio 2025, dovuta alla corsa ad anticipare i dazi, i flussi si sono ridotti ma hanno retto. Molte imprese sono riuscite a scaricare parte dei costi sui prezzi finali, grazie alla scarsa sostituibilità dei loro prodotti. In sintesi, l’accordo è stato doloroso ma sostenibile, soprattutto per grandi esportatori come Germania e Italia.
Un’intesa fragile e continuamente contestata
La tregua, però, non ha mai prodotto vera fiducia. Bruxelles ha accusato Washington di violare lo spirito dell’accordo continuando a tassare al 50% non solo acciaio e alluminio, ma anche i prodotti derivati. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno replicato che l’Europa non ha fatto la sua parte, perché mentre i dazi americani sono scesi subito al 15% con un semplice ordine esecutivo, l’azzeramento delle tariffe europee è ancora in attesa del via libera del Parlamento.
Sul tavolo è rimasta anche la richiesta americana, giudicata inaccettabile da Bruxelles, di ammorbidire le regole su Big Tech, segno che l’accordo di Turnberry era più una tregua tattica che una vera pace commerciale.
La Groenlandia e la nuova escalation sui dazi
La crisi esplosa attorno alla Groenlandia ha fatto saltare l’equilibrio precario. La minaccia americana di nuovi dazi del 10% contro i Paesi europei schierati a difesa di Nuuk ha spinto l’Ue a rispolverare una lista di controdazi da 93 miliardi, già approvata e semplicemente sospesa lo scorso agosto. Quella sospensione scade il 6 febbraio, e senza alcun intervento legislativo le tariffe tornerebbero automaticamente in vigore.
Bruxelles ha chiarito che “questi nuovi dazi non sono contro alcuni Paesi ma contro tutti gli Stati membri”, respingendo il tentativo di Washington di differenziare le tariffe per dividere i Ventisette. Anche perché, nello spazio economico unico europeo, distinguere l’origine reale dei beni è tecnicamente quasi impossibile.
Le armi sul tavolo dell’Unione europea
Per ora la parola d’ordine resta de-escalation, ma l’Unione non intende farsi trovare impreparata. Oltre ai controdazi da 93 miliardi, Bruxelles valuta la sospensione definitiva dell’accordo di agosto, la cui ratifica è scomparsa dall’agenda dell’Europarlamento. In campo c’è anche lo Strumento Anti-Coercizione, invocato dalla Francia di Macron, che bloccherebbe gran parte delle relazioni commerciali con gli Stati Uniti. Un’arma considerata da “fine del mondo”, da usare solo come extrema ratio.
Nel frattempo la Commissione prepara un dossier per dimostrare che la sicurezza in Groenlandia non è minacciata da Russia o Cina, cercando di smontare il pretesto americano e di rafforzare la cooperazione con l’isola artica, i cui cittadini sono europei a tutti gli effetti.
Il tentativo italiano di disinnescare la crisi
In questo quadro teso, Giorgia Meloni ha provato a giocare un ruolo di mediazione, cercando di disinnescare una spirale che rischia di sfuggire di mano. La premier ha chiarito che “il tema non è creare un’escalation ma dialogare, la strada giusta è lavorare insieme per rispondere a una preoccupazione che ci coinvolge tutti”, spiegando che l’invio simbolico di militari europei in Groenlandia non era un’iniziativa anti-americana ma una mossa comunicata male, con il rischio di un’interpretazione errata a Washington.
L’obiettivo, nella lettura del governo italiano, è riportare la crisi all’interno della Nato, evitando sanzioni e ritorsioni che finirebbero per spaccare l’Occidente. Una linea in parte condivisa anche dal segretario generale dell’Alleanza atlantica Mark Rutte, che ha reso noto di aver parlato con Trump “riguardo alla situazione della sicurezza in Groenlandia e nell’Artico”, annunciando nuovi contatti nei prossimi giorni.
Il nodo politico
Resta però il nodo politico di fondo. Liquidare tutto come un semplice problema di comunicazione appare poco convincente. L’invio improvviso di 33 soldati per piantare una bandiera non rappresenta né una deterrenza credibile né una strategia per l’Artico, ma una provocazione, per di più mentre a Washington erano in corso colloqui diplomatici con Danimarca e Groenlandia.
Non sorprende quindi la risposta dura della Casa Bianca, anche alla luce dell’avvertimento del segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui Trump “quando dice che farà qualcosa, lo intende sul serio”. In questo contesto, la linea italiana appare la più pragmatica: segnalare a Trump che dividere l’Occidente non conviene a nessuno, ma offrirgli una via d’uscita cooperativa, chiarendo però che “insieme” non può più significare che il peso della sicurezza continui a ricadere solo sugli Stati Uniti.
Un passaggio decisivo per Ue e Nato
Il Consiglio europeo straordinario convocato nei prossimi giorni dovrà decidere se lasciare scattare i controdazi o se tentare un ultimo canale di mediazione. Come ha ricordato il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, serve “unità sui principi del diritto internazionale”, sostegno a Danimarca e Groenlandia e “disponibilità a difenderci da qualsiasi forma di coercizione”.
Il fattore tempo è cruciale. Una guerra commerciale aperta costerebbe fino a un punto di Pil all’Europa, colpendo un’economia che fatica già a crescere dell’1%. Ma c’è chi avverte che non rispondere oggi significa pagare un prezzo più alto domani. La domanda resta aperta: resistere ora o accettare che la tregua di Turnberry fosse solo una pausa prima del prossimo scontro.
Enrico Foscarini, 19 gennaio 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra
Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


