Il Dpfp 2026 fotografa un’Italia che continua a muoversi dentro un quadro internazionale difficile, ma che riesce a mantenere una traiettoria di finanza pubblica compatibile con le regole europee. Il documento inviato dal governo al Parlamento indica una crescita del Pil dell’1% nel 2026, superiore allo 0,6% previsto nel precedente Documento di finanza pubblica, mentre il deficit scende al 2,9% del Pil, tornando sotto la soglia europea del 3 per cento. Per il triennio successivo il quadro programmatico prevede una crescita reale dello 0,8% nel 2027, dello 0,9% nel 2028 e dello 0,8% nel 2029.
Deficit sotto il 3%, possibile l’uscita dalla procedura Ue
È soprattutto il capitolo sui conti pubblici a contenere uno dei passaggi più significativi del documento. Il Dpfp ricorda che, per uscire dalla Procedura per disavanzi eccessivi, non basta riportare il deficit sotto il 3%: il dato deve restare stabilmente al di sotto di quella soglia anche nelle previsioni della Commissione europea per i due anni successivi.
Secondo le stime del governo, il rientro è confermato già nel 2026 e, nello scenario programmatico, il deficit al netto dell’effetto della clausola di salvaguardia resta sotto il 3% per tutto l’orizzonte previsivo. Il documento sottolinea inoltre che il disallineamento della crescita della spesa netta nel 2027 sarebbe interamente riassorbito dall’attivazione della clausola.
La conclusione del Dpfp è particolarmente rilevante: «Ove tali andamenti fossero confermati anche nelle Previsioni di primavera del 2027 della Commissione europea, si ritiene che possano sussistere le condizioni affinché il Consiglio deliberi l’abrogazione della Procedura per disavanzi eccessivi nei confronti dell’Italia sulla base dei dati di consuntivo del 2026».
Il confronto con le stime europee è peraltro favorevole. Per il 2026 e il 2027 la Commissione europea e il Dpfp collocano entrambi il rapporto deficit/Pil al 2,9%. Cambia soltanto la composizione del saldo: nel 2027 il Dpfp stima un avanzo primario dell’1,4%, un decimo in più rispetto alla Commissione.
Il debito sale ancora, ma la fiammata è temporanea
Il dato più pesante resta quello del debito pubblico, destinato a salire dal 136,7% del Pil del 2025 al 138,1% nel 2026 e al 138,5% nel 2027, prima di scendere al 137,9% nel 2028 e al 136,6% nel 2029.
Il Dpfp individua però con precisione la ragione dell’aumento. L’aggiustamento stock-flussi legato all’impatto di cassa dei crediti edilizi maturati nel periodo 2020-2024 pesa ancora sul profilo del debito. Il documento spiega che, dopo l’aumento dei primi due anni, il rapporto «tornerà in un sentiero di decisa discesa a partire dal 2028», grazie soprattutto al miglioramento del saldo primario, fino al 136,3% nel quadro tendenziale e al 136,6% nello scenario programmatico nel 2029.
Non è quindi il ritorno del deficit a spiegare la dinamica del debito, ma soprattutto il particolare effetto di cassa dei vecchi crediti fiscali. Nel frattempo il saldo primario continua a rafforzarsi: nello scenario programmatico passa dallo 0,8% del Pil del 2025 all’1,2% nel 2026, allo 0,9% nel 2027, all’1,4% nel 2028 e al 2,4% nel 2029.
La spesa netta resta dentro le regole
Il parametro decisivo del nuovo quadro europeo è la spesa netta. Nel 2027 il dato programmatico sale al 3,3%, ma comprende la spesa finanziata attraverso la clausola di salvaguardia nazionale. Al netto della clausola, la crescita si colloca all’1,9% nel 2027, all’1,7% nel 2028 e all’1,5% nel 2029: esattamente i limiti raccomandati dal Consiglio.
La clausola consente al governo di finanziare nel 2027 e nel 2028 fino a 0,3 punti di Pil per la difesa e altrettanti per la resilienza energetica. L’utilizzo complessivo, fino allo 0,6% del Pil annuo, resta quindi ampiamente sotto il limite dell’1,5% previsto dalla Commissione. Il Dpfp sottolinea inoltre che la concentrazione degli incrementi sugli investimenti pubblici permetterebbe di mantenere la quota finanziata con risorse nazionali sopra la media degli anni del Pnrr.
È proprio da questo meccanismo che emerge un elemento importante per gli anni successivi. Il confronto fra la spesa programmata e quella tendenziale, corretta per l’effetto della clausola, «non emergerebbe la necessità di una correzione di bilancio per il 2027», mentre «nel 2028 e nel 2029 si renderebbero disponibili spazi di bilancio per una manovra moderatamente espansiva».
Gli shock energetici non fanno deragliare la traiettoria
Il Dpfp non nasconde i rischi. Lo scenario internazionale resta caratterizzato da tensioni geopolitiche, prezzi energetici elevati e condizioni finanziarie meno favorevoli. Per misurare la vulnerabilità dei conti, il documento costruisce due scenari avversi: uno con prezzi di petrolio e gas più elevati nel 2027 e 2028 e uno con condizioni finanziarie più restrittive, comprendente un aumento dell’Euribor e uno spread Btp-Bund superiore di 50 punti base rispetto allo scenario di base.
Nel caso di uno shock energetico, la crescita del Pil sarebbe inferiore di 0,2 punti nel 2027 e di 0,1 nel 2028, per poi risultare superiore di 0,1 punti nel 2029 con il rientro dei prezzi. Nello scenario finanziario, invece, il Pil crescerebbe 0,1 punti in meno nel 2027 e 0,2 punti in meno sia nel 2028 sia nel 2029.
Anche sul debito l’effetto degli shock resta circoscritto. Con prezzi energetici più elevati il rapporto arriverebbe al 138,7% nel 2027, al 138,4% nel 2028 e al 137,2% nel 2029. Con condizioni finanziarie peggiori salirebbe invece al 138,6%, al 138,5% e al 137,9%. In entrambi i casi, il rapporto tornerebbe comunque a scendere dal 2028. Il Dpfp conclude che, nonostante le condizioni avverse ipotizzate, «l’impatto sulla dinamica del rapporto debito/PIL risulta contenuta, confermando la sostenibilità del debito nel breve termine».
La vera sfida resta la crescita
Il quadro dei conti pubblici migliora, ma il Dpfp mette in evidenza anche il limite strutturale dell’economia italiana: la crescita potenziale resta contenuta. Nello scenario programmatico è stimata in media intorno all’1% annuo nel periodo 2026-2029. Il contributo del lavoro rallenta progressivamente, mentre quello della produttività totale dei fattori resta nullo fino al 2028 e diventa appena positivo nel 2029.
È qui che la partita dei prossimi anni si sposta dai saldi di bilancio alla capacità di aumentare il prodotto. Il Dpfp stima che le riforme del Pnrr già attuate possano portare il livello del Pil nel 2031 del 3,9% sopra quello di uno scenario senza Pnrr, mentre le nuove riforme legate all’estensione del periodo di aggiustamento del PSBMT aggiungerebbero altri 0,5 punti. Gli investimenti già realizzati avrebbero un impatto dell’1,4%, cui si aggiungerebbero 0,8 punti dagli investimenti programmati.
Il messaggio complessivo del documento è quindi duplice: la fase di consolidamento dei conti prosegue, con il deficit sotto il 3% e il debito destinato a tornare a scendere dopo il picco legato ai crediti edilizi; contemporaneamente, gli effetti delle regole europee e della clausola lasciano nel 2028 e nel 2029 un primo spazio per una politica di bilancio meno restrittiva. Prima, però, viene il 2027: un anno nel quale il Dpfp non individua né la necessità di una correzione né margini per una manovra espansiva. Ecco perché riteniamo che, ove sia utilizzata per promuovere investimenti produttivi, Bruxelles dovrebbe accogliere la richiesta di Meloni a Bruxelles per una flessibilità di bilancio che tenga conto degli effetti dell’inflazione sulla traiettoria della spesa netta. Se ne parlerà all’Ecofin di novembre.
Enrico Foscarini, 3 ottobre 2026
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