Economia
IL CASO

Ex Ilva, la Cassazione decide sull’area a caldo. Ma l’aria di Taranto non è irrespirabile

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Martedì 20 ottobre la Corte di Cassazione metterà la parola fine a una delle vicende giudiziarie più pesanti per l’industria italiana. I giudici di piazza Cavour dovranno stabilire se le sentenze che hanno condotto allo spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva, cioè gli altoforni dove a Taranto si produce l’acciaio, poggiano su basi solide oppure se la Corte d’Appello di Milano ha commesso un errore di valutazione di grande portata. Sbilanciarsi sull’esito è azzardato, eppure diversi elementi lasciano intravedere le condizioni per un ribaltamento del verdetto.

Salute contro impresa, un’equazione da rivedere

L’impianto delle decisioni finora assunte ruota attorno a un principio preciso: la tutela della salute viene prima del diritto di «fare impresa». Un assunto che nessuno contesta in astratto, ma che va misurato sulla realtà. E la realtà è che l’Ilva di oggi non è quella del 2013. Che Taranto abbia vissuto per anni una vera emergenza sanitaria è fuori discussione, ma le rilevazioni più recenti restituiscono un quadro assai meno drammatico di quello su cui si è costruita la narrazione giudiziaria e politica attorno allo stabilimento.

L’aria di Taranto più pulita di quella di Milano e Torino

I numeri arrivano dai report Arpa. Le concentrazioni di PM10 e PM2,5 registrate a Taranto risultano più basse di quelle di molti capoluoghi italiani, in particolare del Centro-Nord. Nella comparazione nazionale relativa al 2025, anno in cui il siderurgico lavorava ancora a ritmi ben superiori a quelli ridotti all’osso del 2026, il PM10 tarantino si attesta su circa 20 microgrammi per metro cubo, con il quartiere Tamburi, da sempre simbolo dell’inquinamento cittadino, fermo tra 20 e 22. Nello stesso periodo Cremona sfiora i 31 microgrammi, Lodi, Cagliari e Verona si avvicinano ai 29, mentre Torino e Milano si muovono attorno ai 28. Taranto, in altre parole, non rappresenta affatto un’anomalia nel panorama italiano.

Coperture, cokerie e falda: gli interventi realizzati

La qualità dell’aria resta naturalmente un indicatore parziale, che va letto insieme al lavoro di risanamento ambientale portato avanti negli ultimi anni. Sono stati coperti i parchi minerale e fossile e i parchi minori, chiusi i nastri trasportatori oggetto delle prescrizioni e confinati diversi edifici adibiti alla gestione dei materiali polverulenti, con l’obiettivo principale di limitare la diffusione delle polveri durante lo stoccaggio e la movimentazione. A queste opere si sommano gli interventi sulle cokerie, sul trattamento delle acque industriali, la rimozione dei materiali accumulati nel tempo e le misure di messa in sicurezza della falda.

Amianto, bonifica quasi completata

Capitolo a parte merita l’amianto. Il rapporto Ispra sui controlli effettuati nel 2025, reso pubblico il 31 marzo 2026, certifica che il programma organico di rimozione aveva raggiunto l’87,7% di avanzamento. Non è un caso che proprio su questo punto si sia concentrato il procuratore generale della Cassazione, che nella sua requisitoria ha chiesto di riesaminare le prove sulla presunta dispersione di amianto e sull’impatto ambientale e sanitario dell’area a caldo.

Progressi arrivati troppo tardi?

Il bilancio è chiaro: lo stabilimento di oggi è profondamente diverso da quello di dieci anni fa. Resta da capire se questi passi avanti siano giunti in tempo o se Taranto sia destinata a scontare comunque gli errori del passato. Una risposta che dipende ora interamente dalla Suprema Corte, e che peserà non solo sul futuro della città ma anche sulla certezza del diritto per chi investe nell’industria italiana.

Il piano ponte e i lavoratori in cassa integrazione

In attesa della sentenza, il governo ha varato un piano ponte che al momento coinvolge 8.622 addetti in cassa integrazione. A Taranto sono interessati fino a 6.964 lavoratori su un organico di 7.875, a Genova 870 su 917 e a Novi Ligure 515 su 542.

Enrico Foscarini, 18 ottobre 2026

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