A Taranto l’area a caldo dell’ex Ilva è stata spenta. Dopo l’avvio delle procedure nei giorni scorsi, tutti gli impianti sono ormai fermi. A comunicarlo ai sindacati ieri, durante il tavolo al ministero del Lavoro sulla cassa integrazione, è stato il direttore generale di Acciaieria d’Italia in amministrazione straordinaria, Maurizio Saitta: «Da questa mattina non c’è più nulla di acceso. Tutti gli impianti dell’area a caldo sono stati spenti».
È il punto di arrivo della decisione della Cassazione che ha confermato il provvedimento della Corte d’Appello di Milano sullo stop dell’area a caldo. Ma è anche, soprattutto, la fine della produzione siderurgica integrata a Taranto almeno per il momento, con conseguenze che vanno ben oltre i cancelli dello stabilimento.
Il prezzo della transizione senza industria
Il paradosso è evidente. L’Italia si trova nel pieno di una trasformazione del proprio sistema industriale e dovrebbe investire per rendere più competitiva e meno emissiva la siderurgia. Invece, prima ancora che sia pronta un’alternativa industriale credibile, si spegne la capacità produttiva esistente.
La questione non è negare l’esigenza di ridurre l’impatto ambientale delle produzioni industriali. È stabilire se la strada per arrivarci debba essere quella di chiudere gli impianti prima di aver costruito quelli nuovi. Per un Paese manifatturiero come l’Italia, è una differenza decisiva.
L’acciaio non è un prodotto marginale. Serve alla meccanica, all’automotive, alle costruzioni, alle infrastrutture e a una lunga catena di fornitori. Perderne la produzione nazionale significa aumentare la dipendenza dall’estero proprio mentre l’Unione europea parla continuamente di autonomia strategica e resilienza delle filiere.
Il principio di precauzione non può diventare certezza del danno
Il nodo più controverso resta quello sanitario. La tutela della salute è naturalmente un diritto fondamentale e nessuna impresa può essere autorizzata a violare le norme ambientali. Ma un conto è imporre interventi per ridurre un rischio accertato, un altro è arrivare alla paralisi di un impianto strategico sulla base di valutazioni che devono ancora dimostrare con precisione il rapporto tra esposizione, emissioni e patologie.
È una distinzione tutt’altro che accademica. La presenza di una sostanza pericolosa non dimostra automaticamente che vi sia stata un’esposizione sufficiente a provocare un determinato danno. Allo stesso modo, una correlazione epidemiologica non equivale automaticamente alla dimostrazione di un nesso causale individuale.
Anche la requisitoria della Procura generale della Cassazione aveva sollevato obiezioni sulla ricostruzione del rischio, contestando l’utilizzo di dati riferiti a periodi e condizioni produttive precedenti e chiedendo di considerare le valutazioni sanitarie successive. Markdown incollato(2)
Non è una questione di negare i rischi, ma di pretendere che siano dimostrati con il massimo rigore scientifico possibile. Perché se il principio di precauzione diventa sufficiente, da solo, a rendere irreversibile una decisione industriale, il confine tra tutela dell’ambiente e sostituzione della politica industriale con la discrezionalità giudiziaria diventa molto sottile.
La fabbrica chiude, la riconversione resta sulla carta
Intanto, però, ci sono i lavoratori. Al tavolo del ministero del Lavoro, la Fim-Cisl ha chiesto di «chiarire immediatamente il disallineamento temporale tra la richiesta di cassa integrazione fino a febbraio e le garanzie sul finanziamento degli strumenti di sostegno al reddito attive fino a giugno».
Il problema è che la cassa integrazione non è una politica industriale. Può accompagnare una ristrutturazione, ma non può diventare la risposta permanente alla perdita di capacità produttiva. Lo ha ricordato anche la Fiom-Cgil attraverso Loris Scarpa, secondo il quale «non si può pensare di risolvere queste continue crisi (…) solo mettendo le persone in cassa integrazione. Chiediamo lavoro e chiediamo una prospettiva per tutte le persone».
È difficile dargli torto su un punto: un lavoratore non vive di ammortizzatori sociali, vive di lavoro.
L’industria non si fa con gli altiforni spenti
Il paradosso diventa ancora più evidente guardando alla cosiddetta decarbonizzazione. Guglielmo Gambardella, segretario nazionale Uilm, ha denunciato che gli interventi messi in campo dopo gli impegni assunti a Palazzo Chigi «smentiscono» quanto concordato e ha chiesto «quanto prima» un nuovo chiarimento al governo.
La domanda, allora, è semplice: dove sta il piano industriale alternativo?
Se l’obiettivo è produrre acciaio con tecnologie meno emissive, bisogna costruire gli impianti, finanziare gli investimenti, assicurare energia competitiva e creare le condizioni perché il capitale privato possa partecipare alla trasformazione. Non basta spostare fondi da un capitolo all’altro della decarbonizzazione né annunciare genericamente una riconversione.
Perché tra chiudere una fabbrica e trasformarla c’è una differenza enorme.
L’Italia non può diventare importatrice di ciò che produceva
Il rischio finale è quello di una gigantesca contraddizione industriale: l’Italia riduce la propria produzione di acciaio mentre continua ad averne bisogno. La domanda non scompare perché viene spento un altoforno. Semplicemente, viene soddisfatta altrove.
E qui emerge il vero problema delle politiche ambientali costruite senza una sufficiente considerazione della competitività. Se una produzione viene espulsa dall’Italia e trasferita in Paesi dove gli standard ambientali sono meno rigorosi, le emissioni possono semplicemente cambiare geografia, mentre il nostro sistema industriale perde occupazione, competenze e capacità produttiva.
È il rischio della cosiddetta delocalizzazione delle emissioni, ma anche di una più generale delocalizzazione industriale.
L’industria non è un residuo del passato
La vicenda dell’ex Ilva non nasce certo oggi. Ci sono stati errori politici, gestionali e industriali enormi. La gestione ArcelorMittal non ha prodotto la soluzione promessa e lo Stato si è ritrovato nuovamente al centro di una crisi che avrebbe dovuto essere risolta con un progetto industriale di lungo periodo.
Ma proprio per questo la risposta non può essere quella di rinunciare alla produzione.
Un Paese che perde l’acciaio perde una parte della propria industria pesante. E un Paese che perde l’industria pesante diventa più dipendente dall’estero per le proprie filiere strategiche. La transizione ecologica avrebbe dovuto servire a rendere l’industria più moderna e competitiva, non a trasformare la deindustrializzazione in una politica ambientale.
Taranto diventa così il simbolo di una contraddizione italiana: si parla continuamente di autonomia strategica, reshoring, sicurezza delle catene di approvvigionamento e rilancio della manifattura, ma intanto si spegne uno degli impianti siderurgici più importanti del Paese senza che esista ancora un’alternativa produttiva pienamente operativa.
La tutela dell’ambiente è compatibile con l’industria. La decarbonizzazione è compatibile con la produzione. La sicurezza dei lavoratori è compatibile con la competitività. Quello che non è compatibile con un grande Paese manifatturiero è l’idea che per risolvere un problema industriale basti spegnere la fabbrica.
Taranto oggi non ha semplicemente spento degli altiforni. Ha spento una parte della capacità produttiva italiana. Una popolazione intera ha bloccato la principale industria del Paese in nome delle storie strappalacrime, per riconvertirsi in un popolo di pizzaioli e di camerieri (mestieri che si possono esercitare ove la manodopera immigrata non risulti più conveniente). E il conto, prima o poi, qualcuno dovrà pagarlo. Di certo, i tarntini saranno i primi.
Enrico Foscarini, 7 novembre 2026
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