Il destino dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto rischia di trasformarsi nel monumento definitivo al fallimento dell’interventismo statale e del fondamentalismo ecologista. Le ultime indiscrezioni sul futuro del polo industriale tracciano una strada inquietante, fatta di ridimensionamenti strutturali e delocalizzazioni forzate. Secondo quanto ricostruito, il piano in via di definizione per l’ingresso del gruppo indiano JSI di Naveen Jindal prevede che il preridotto non venga più prodotto a Taranto, bensì in Oman.
Questo arretramento non è figlio del mercato, ma delle barriere burocratiche e ideologiche erette dagli enti locali tarantini, che hanno impedito il posizionamento di una nave gasiera nel porto, essenziale per l’approvvigionamento energetico a costi competitivi. Il recente decreto legge 107/2026 ha certificato la resa, spostando un miliardo di euro destinato alla produzione di preridotto dal Ministero dell’Ambiente a quello delle Imprese, mutandone radicalmente la finalità.
Il ventennio rosso e la guerra ideologica alla produzione
Vent’anni di amministrazione della sinistra in Puglia hanno scientificamente demolito il tessuto produttivo della regione, scambiando la civiltà industriale con la decrescita infelice. Le radici del disastro affondano nella stagione politica inaugurata da Nichi Vendola, che ha trasformato la retorica ambientalista in un’arma di distruzione di massa contro la produzione, ponendo le basi per la successiva paralisi gestionale.
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La linea ideologica dello stop generalizzato alla produzione è stata poi ereditata e coltivata da Michele Emiliano e Antonio Decaro, campioni di un ecologismo di facciata che ha sistematicamente ostacolato ogni tentativo di modernizzazione e di efficientamento delle infrastrutture energetiche. L’industria e la produzione manifatturiera rappresentano l’unico vero motore della civilizzazione e del benessere economico; negare questa realtà significa condannare un territorio alla povertà e al ritorno a una condizione di barbarie economica e sociale.
Il declassamento di Taranto e la svendita della sovranità economica
Il declassamento del polo siderurgico da produttore autonomo e trasformatore di acciaio a semplice hub subordinato a forniture estere rappresenta un drammatico passo indietro per la sovranità economica italiana. Di fronte a questa deriva, il gruppo americano Flacks, selezionato come partner d’elezione per il salvataggio, ha espresso profonda preoccupazione per la mancanza di trasparenza nelle procedure competitive in corso.
Il presidente Michael Flacks ha ribadito la validità di una proposta alternativa focalizzata sullo sviluppo del territorio, dichiarando apertamente: «Stiamo lavorando a un articolato piano di rilancio industriale insieme a partner di primo piano come Metinvest Adria e Danieli. Il nostro obiettivo è preservare l’intera capacità produttiva di Taranto, salvaguardare tutti gli attuali livelli occupazionali e sviluppare la produzione di acciai ad alto valore aggiunto». L’alternativa tra la difesa dell’orgoglio manifatturiero e la sottomissione ai diktat pauperisti della sinistra non è mai stata così evidente.
Enrico Foscarini, 11 luglio 2026
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