Il recente rapporto sullo stato del decennio digitale pubblicato dalla Commissione europea offre un quadro impietoso sulla gestione dei fondi pubblici e sulle reali prospettive di sviluppo tecnologico del nostro Paese. Davanti ai dati che monitorano le competenze digitali, la trasformazione delle imprese e la digitalizzazione dei servizi pubblici, emerge con chiarezza la cronica mancanza di lungimiranza dei governi italiani, incluso quello attuale, sulla necessità di promuovere una filiera Ict di alta qualità e ad alto valore aggiunto. Tuttavia, l’errore di fondo risiede nella convinzione che la soluzione a questa stagnazione passi attraverso una pianificazione centralizzata o una nuova ondata di interventi statali.
L’idea stessa di politica industriale evoca dinamiche inefficienti e superate, mentre l’esperienza internazionale dimostra che i mercati più dinamici e innovativi prosperano dove lo Stato fa un passo indietro. Negli Stati Uniti, ad esempio, il mercato tecnologico si è sviluppato liberamente, guidato dalle forze della concorrenza, dal capitale di rischio e dallo spirito imprenditoriale, senza attendere i piani pluriennali di qualche ministero. Al contrario, l’approccio europeo e nazionale tende a ingabbiare l’economia in schemi rigidi, allocando ingenti capitali verso progetti che spesso non intercettano le reali esigenze del mercato.
Ict e fondi europei: l’inefficienza della spesa pubblica in Italia
L’analisi dei flussi finanziari evidenzia come l’Italia gestisca le risorse comunitarie in modo radicalmente diverso rispetto ai principali partner europei, confermando una preoccupante tendenza all’allocazione inefficiente delle risorse. Il nostro Paese è destinatario della quota più significativa di fondi pubblici europei a gestione diretta, con ben 62,3 miliardi di euro a disposizione, una cifra nettamente superiore ai 46,8 miliardi della Germania o ai 10,2 miliardi della Francia. Nonostante questa enorme mole di denaro pubblico, il capitale privato è pressoché assente nel processo di trasformazione digitale italiano, un primato negativo condiviso soltanto con Polonia e Portogallo.
Mentre in Germania gli investimenti privati coprono il 54,2% del bilancio destinato al digitale e in Francia superano il 42%, l’Italia continua a fare affidamento esclusivamente sulla spesa pubblica. Le risorse vengono così parcellizzate in mille rivoli, con il 54% dei finanziamenti pubblici indirizzato alla digitalizzazione delle Pmi e alla realizzazione di reti di connettività, lasciando solo le briciole allo sviluppo di tecnologie innovative e ad alto valore aggiunto. Questa redistribuzione a pioggia non crea valore strutturale, ma genera una pericolosa dipendenza dal sussidio statale che rischia di svanire bruscamente alla scadenza dei progetti legati al Pnrr.
Meno tasse e più efficienza per liberare il mercato
Invece di ostinarsi a programmare la crescita a tavolino con decreti e cabine di regia, la vera svolta per il comparto tecnologico italiano deriverebbe da uno shock fiscale e da una profonda semplificazione burocratica. Sarebbe decisamente più utile ed economicamente efficiente (ove si potesse farlo) usare i fondi europei per tagliare le tasse, riducendo il carico fiscale che grava sulle imprese e lasciando che i privati decidano dove e come investire i propri capitali. Soltanto restituendo risorse al mercato e riducendo il peso dello Stato si può creare un ambiente attrattivo per i grandi investitori internazionali e per la nascita di nuovi unicorni.
La crescita della filiera Ict non si compra con i bandi pubblici, ma si coltiva garantendo un contesto normativo snello e, soprattutto, un sistema educativo moderno e competitivo. Il vero limite strutturale che emerge anche dalle raccomandazioni europee è la grave carenza di specialisti delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, un vuoto che l’attuale sistema scolastico non riesce a colmare. Il Paese ha un disperato bisogno di una scuola più efficiente, capace di preparare davvero i ragazzi alle professioni del futuro, superando i vecchi schemi ideologici e integrando le competenze richieste dal mercato in una logica di reale valorizzazione del capitale umano.
Enrico Foscarini, 9 luglio 2026
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