C’è un filo di prudenza che oggi lega le decisioni di politica monetaria a Francoforte e a Washington, ma le condizioni istituzionali e politiche sulle due sponde dell’Atlantico restano profondamente diverse. Dopo due anni di rialzi aggressivi per contenere l’inflazione più elevata degli ultimi decenni, Bce e Fed hanno iniziato ad allentare il freno. Non si tratta però di un ritorno all’espansione monetaria senza vincoli, bensì di una fase in cui la priorità diventa la credibilità delle regole più che la gestione discrezionale del ciclo.
In Europa il dibattito resta prevalentemente tecnico e ancorato al mandato della stabilità dei prezzi. Negli Stati Uniti, al contrario, la traiettoria dei tassi si intreccia con una tensione politica crescente sull’autonomia della Federal Reserve, trasformando la politica monetaria in un terreno di scontro istituzionale.
La Bce e il ritorno alla normalità monetaria
Per la Banca centrale europea il 2025 ha segnato una fase di normalizzazione dopo l’eccezionalità della stretta. Con otto riduzioni consecutive, il tasso sui depositi è sceso al 2%, livello che Christine Lagarde ha definito “coerente con il ritorno verso la stabilità dei prezzi”. Il target di inflazione al 2% resta fissato per il 2026, ma la Bce evita qualsiasi automatismo, consapevole che le aspettative contano quanto i dati correnti.
Le pressioni salariali nei servizi, l’incertezza geopolitica e un mercato dell’energia strutturalmente più fragile suggeriscono cautela. Da qui la linea del mantenimento dei tassi “più a lungo possibile allo stesso livello”, un approccio che riflette una visione neoclassica: evitare stimoli prematuri che distorcano i segnali di prezzo e ritardino gli aggiustamenti reali dell’economia.
Le tradizionali divisioni tra Paesi riemergono anche in questa fase. In Germania prevale il timore che un allentamento eccessivo riaccenda l’inflazione, mentre in Francia e in Italia l’attenzione è più rivolta ai costi del credito e agli effetti sui bilanci pubblici. In questo contesto si collocano le parole di Isabel Schnabel, che ha dichiarato di sentirsi “abbastanza a mio agio” con l’idea che la prossima mossa della Bce possa essere un rialzo. Non un auspicio restrittivo, ma un richiamo alla necessità di non trasformare la politica monetaria in uno strumento di sostegno permanente alla crescita.
La Fed tra mercato del lavoro e pressione politica
Negli Stati Uniti il quadro appare più instabile. Dopo aver mantenuto i tassi oltre il 4,5% per tutto il 2024, la Federal Reserve ha iniziato a ridurli solo nella seconda metà del 2025. Oggi, con il costo del denaro tra il 3,5 e il 3,75%, i mercati scommettono su ulteriori tagli nel 2026, giustificati dal rallentamento del mercato del lavoro più che da un vero rischio recessivo.
Qui emerge la differenza di impostazione. Mentre l’economia continua a crescere, l’attenzione della Fed si concentra sull’occupazione, alimentando il sospetto che il doppio mandato finisca per diluire la priorità della stabilità monetaria. Le tensioni con la Casa Bianca accentuano il problema. Donald Trump accusa Jerome Powell di “lentezza” nel ridurre i tassi e prepara la sua successione, aprendo un interrogativo cruciale sull’indipendenza della banca centrale.
Le divisioni interne al Federal Open Market Committee sono ormai evidenti. Accanto ai membri del board più inclini a sostenere l’economia con ulteriori tagli, diversi presidenti delle Fed regionali temono che un allentamento prolungato cristallizzi un’inflazione intorno al 3%, erodendo la credibilità dell’istituzione. In un’ottica liberale, il rischio non è tanto una crescita più lenta, quanto la perdita dell’ancoraggio delle aspettative.
Il 2026 e i limiti della politica monetaria
Guardando al 2026, emerge un punto comune tra Europa e Stati Uniti: la politica monetaria ha esaurito gran parte della sua spinta propulsiva. In Europa la Bce sembra orientata a una lunga pausa intorno al 2%, pronta a intervenire solo in caso di deviazioni significative dal target o di shock esterni. Negli Stati Uniti la traiettoria dei tassi dipenderà meno dai modelli macroeconomici e più dalla capacità del prossimo presidente della Fed di difendere l’autonomia dell’istituzione.
In entrambi i casi, il messaggio dei mercati è chiaro. La crescita sostenibile non può essere prodotta artificialmente dal costo del denaro. Conta la qualità delle regole fiscali, la concorrenza, la produttività e la capacità di lasciare che i prezzi riflettano la scarsità reale delle risorse. Il 2026 non sarà l’anno dei grandi tagli, ma quello in cui si misurerà se Fed e Bce sapranno restare arbitri credibili, e non attori politici, in un’economia che ha bisogno soprattutto di stabilità.
Enrico Foscarini, 26 dicembre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


