Arriva Ferragosto e, puntuale come le ferie, torna anche la liturgia sindacale contro i negozi aperti e il lavoro festivo. I centri commerciali restano aperti, gli italiani continuano a fare acquisti e la Cgil rispolvera la consueta rappresentazione dei lavoratori costretti a sacrificare l’estate sull’altare dei consumi. Un copione ormai rodato, nel quale il lavoro festivo diventa automaticamente sfruttamento e il part-time viene fatto coincidere con il lavoro povero.
Una narrazione che sembra avere più a che fare con la propaganda che con la complessità del mercato del lavoro. Tanto che Confcommercio, chiamata in causa dalla Filcams-Cgil, ha deciso di riportare la discussione su un terreno un po’ meno ideologico: quello della contrattazione tra imprese e lavoratori.
Confcommercio: «Basta con gli slogan»
«Ogni anno ritorna, puntuale, il dibattito estivo sulle attività lavorative e sugli orari di lavoro», osserva Mauro Lusetti, vicepresidente di Confcommercio con incarico alla contrattazione collettiva. Il punto, spiega, è trovare «il punto di equilibrio tra le esigenze dei singoli lavoratori e quelle delle imprese, chiamate a rispondere alla domanda dei consumatori soprattutto nel periodo estivo e nelle località di villeggiatura».
Per Lusetti, questo equilibrio «è e deve rimanere innanzitutto materia di confronto tra le parti sociali», soprattutto quando si parla «della qualità del lavoro, delle retribuzioni, degli orari e della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro». Ma con una condizione precisa: «senza slogan e senza equazioni semplicistiche».
È un richiamo tutt’altro che secondario. Perché raccontare ogni turno di Ferragosto come una sorta di moderna catena di montaggio e ogni apertura domenicale come un attacco ai diritti dei lavoratori significa ignorare come funziona concretamente un’impresa commerciale. Chi lavora nei negozi non è uno schiavo: è un lavoratore retribuito, inserito in un contratto e in un sistema di regole che disciplina turni, riposi e giornate festive.
Il lavoro nei giorni festivi fa parte, in determinati settori, della normale organizzazione dell’attività. E può essere programmato nell’ambito dei rapporti di lavoro, tenendo conto delle esigenze organizzative dell’impresa. Il punto, dunque, non è stabilire per decreto che lavorare a Ferragosto sia una forma di sfruttamento, ma lasciare che siano contratti e organizzazione del lavoro a trovare il punto di equilibrio.
Il part-time non è automaticamente lavoro povero
Lo stesso ragionamento vale per il part-time. La Filcams-Cgil lo presenta come uno dei simboli di un modello occupazionale che impoverisce i lavoratori. Confcommercio invita invece a evitare scorciatoie concettuali.
«È fuorviante considerare, a priori, il part-time come sinonimo di lavoro povero e precarietà», sottolinea Lusetti. Le analisi dell’associazione distinguono infatti fenomeni che troppo spesso vengono sovrapposti: la povertà lavorativa non coincide automaticamente con il livello della retribuzione, ma dipende anche dalla quantità di lavoro effettivamente svolto, dalle ore e dalle giornate lavorate.
Il problema salariale esiste e merita di essere affrontato. Ma trasformare qualsiasi contratto part-time in una prova di sfruttamento significa ignorare che il lavoro a tempo parziale può rispondere anche a esigenze differenti, comprese quelle di conciliazione tra vita privata e lavoro. «Part-time e precarietà non sono sinonimi», ribadisce Confcommercio.
La polemica di Ferragosto e la politica
Il punto è che ogni estate la stessa discussione viene impacchettata come una grande emergenza sociale, con tanto di lavoratori poveri, centri commerciali dipinti come luoghi di sfruttamento e consumatori trasformati quasi nei complici inconsapevoli di un sistema oppressivo. Poi Ferragosto passa, i negozi riaprono a pieno regime e il tema torna nel cassetto fino all’estate successiva.
Il problema salariale italiano è reale e non ha bisogno di essere negato. Ma proprio per questo meriterebbe una discussione seria su produttività, salari, contratti, costo del lavoro e organizzazione delle imprese, non l’ennesima guerra ideologica contro le aperture festive.
E in un clima che è già inevitabilmente condizionato dall’avvicinarsi della stagione elettorale, la tentazione di soffiare sulle tensioni tra imprese e lavoratori può diventare ancora più forte. La polemica sul Ferragosto nei centri commerciali, da questo punto di vista, sembra soprattutto l’ennesimo episodio di una strategia comunicativa facile da mettere in scena e difficile da tradurre in soluzioni concrete.
Meno slogan, dunque, e più contrattazione. Perché tra un lavoratore che vuole lavorare, un’impresa che deve restare aperta e un consumatore che vuole acquistare non c’è necessariamente una guerra sociale da combattere. C’è, molto più semplicemente, un mercato del lavoro da organizzare.
Enrico Foscarini, 14 agosto 2026
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