Economia

IL COMMENTO

Fisco: le ricette mainstream non funzionano più

Una critica liberale a Pietro Reichlin: non serve modificare il prelievo fiscale, bisogna proprio cambiare paradigma

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Il dibattito sul fisco continua a ruotare attorno a un’illusione: che si possa mantenere una pressione fiscale elevata, correggendone gli effetti con piccoli ritocchi redistributivi. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema che penalizza il lavoro produttivo e scarica il peso del bilancio su una base sempre più ristretta.

Come ricordato anche dall’economista Pietro Reichlin sulla Stampa, “i lavoratori dipendenti con redditi tra 28 e 50mila euro sono sottoposti ad aliquote marginali tra il 35 e il 43%”, mentre una quota enorme del gettito Irpef grava su pochi contribuenti. Non è un dettaglio tecnico: è la fotografia di un sistema sbilanciato che ha smesso di essere equo già da tempo.

Il punto è semplice: chi produce sostiene quasi tutto, mentre il resto del sistema si regge su eccezioni, regimi speciali e frammentazioni che lo rendono sempre meno leggibile e sempre meno efficiente.

Il mito della redistribuzione come soluzione universale

Nel dibattito economico italiano continua a dominare una risposta automatica: se c’è un problema, si aumenta la tassazione e si redistribuisce. È la linea che attraversa molta parte della cultura economica mainstream, inclusa quella ribadita da Reichlin che propone di seguire le linee indicate da Ocse e Fmi: riforma del catasto allineandolo ai valori di mercato, imposta sulle successioni e azzeramento della flat tax per i professionisti con redditi fino a 85mila euro.

Il problema è che questa impostazione parte da un presupposto ormai superato: che il vincolo principale sia la domanda e non la struttura produttiva. Ma oggi il nodo non è redistribuire meglio, è far sopravvivere la base produttiva sotto il peso di un fisco che è già tra i più elevati d’Europa. Continuare a rispondere con schemi redistributivi significa ignorare la realtà: una pressione fiscale che si avvicina o supera il 43%, un sistema che disincentiva crescita dimensionale delle imprese e un cuneo fiscale che resta tra i più pesanti dell’area Ocse.

Inflazione e debito: la lettura rassicurante che non regge più

Nel 2021 si poteva ancora discutere di inflazione come fenomeno transitorio. Oggi non più. L’inflazione ha eroso salari reali, risparmi e capacità di investimento, trasformandosi in un fattore strutturale di impoverimento del ceto produttivo. A quel tempo Reichlin osservava correttamente che l’aumento dei prezzi può ridurre il valore reale del debito, ma aggiungeva subito che “un aumento dell’inflazione può far aumentare i tassi di interesse nominali facendo svanire il beneficio”.

È una lettura tecnicamente corretta, ma incompleta: si concentra sugli equilibri finanziari e lascia sullo sfondo ciò che conta davvero, cioè la capacità del sistema economico di generare crescita reale. E infatti lo stesso impianto teorico porta sempre alla stessa conclusione: serve stabilità monetaria, serve prudenza fiscale, serve redistribuzione. Ma nel frattempo la crescita non arriva.

Un sistema che tassa troppo e produce troppo poco

Il punto non è solo tecnico. È strutturale.

Abbiamo costruito un sistema in cui:

  • il lavoro è iper-tassato
  • la crescita è sotto-finanziata
  • la produttività è stagnante
  • la redistribuzione è diventata la scorciatoia permanente

E ogni volta che si palesano segni di crisi, la risposta è sempre la stessa: più intervento pubblico, più redistribuzione, più complessità fiscale.

La zavorra teorica da cui liberarsi

Il vero problema non è solo la politica fiscale del governo di turno. È l’impianto culturale che continua a considerare normale un livello di pressione fiscale che in altri Paesi sarebbe considerato incompatibile con la crescita.

È qui che serve una rottura netta. Non si tratta di correggere il sistema. Si tratta di riconoscere che una parte importante delle ricette dominanti – quelle che insistono sulla redistribuzione come soluzione universale – è diventata una zavorra intellettuale e politica. Continuare su questa strada significa solo una cosa: più tasse, meno crescita, più stagnazione.

Serve cambiare paradigma, non aggiustare il passato

La discussione economica italiana ha bisogno di meno ingegneria redistributiva e più realtà. Finché il dibattito resterà incastrato tra fiscalità elevata e soluzioni neokeynesiane, il risultato non potrà cambiare.

È il momento di dirlo senza ambiguità: alcune impostazioni teoriche non sono più una guida utile. Sono diventate parte del problema.

Enrico Foscarini, 12 giugno 2026

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