Al XXIV Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione, il Forum Coldiretti in corso a Roma, la parola più ricorrente non è stata né prezzi né mercati, ma pace. Con chiaro riferimento al conflitto in Ucraina. Il tono lo ha dato l’apertura, affidata a Michele Placido e al discorso all’umanità di Chaplin nel “Grande dittatore”. Lo ha confermato il segretario generale Vincenzo Gesmundo: «La guerra è già entrata nelle case e nelle imprese degli italiani». Gesmundo ha ricordato che «negli ultimi dieci anni, la spesa militare sul pianeta è aumentata del 40%, con un balzo particolarmente significativo per i Paesi europei, che hanno più che raddoppiato le risorse destinate agli armamenti».
I costi della guerra pesano sui campi
Il ragionamento parte da un dato concreto: il conflitto pesa sui costi dei fattori di produzione agricola e sulla vita quotidiana dei cittadini, dalla spesa alle cure fino alla scuola. Secondo Gesmundo è un logoramento che «si traduce nell’erosione delle principali fondamenta delle nostre democrazie, mina la coesione sociale, produce fenomeni sempre più estesi di insofferenza, se non di rivolta». Dietro le parole c’è un mondo agricolo che non ne può più, dopo anni di rincari energetici e filiere sotto pressione. Coldiretti rivendica i risultati ottenuti: «Abbiamo riportato sotto l’euro il costo del gasolio agricolo in quasi tutta Italia, grazie a questo modo di fare e alla nostra capacità di mobilitarci e presentare non solo proteste, ma proposte concrete».
La strada dei «profeti disarmati»
Gesmundo ha richiamato la voce di Papa Leone XIV e ha chiesto un ritorno della politica e il pieno utilizzo degli strumenti diplomatici. «Noi scegliamo la strada dei profeti disarmati», ha detto. Ha poi precisato che «la nostra posizione non si basa su un pacifismo astratto, ma sulla certezza che non vi sono alternative alla ricerca della pace, che la guerra, segnatamente per il nostro popolo, per i contadini, rappresenta solo distruzione e morte». Il pensiero è andato agli agricoltori ucraini morti sulle mine nei campi e ai contadini russi mandati a combattere: «Il nostro non è esercizio astratto di contabilità, è riaccensione di memoria, in un momento in cui la retorica bellicistica sommerge i popoli europei». Non è mancata la rivendicazione di autonomia: «Coldiretti non è in prestito alla politica, sia essa di destra o di sinistra o di centro».
Zuppi e Cacciari: difesa proporzionata ed Europa mediatrice
Sulla stessa linea si è mosso il cardinale Matteo Zuppi: «La difesa è una cosa, il riarmo è un’altra. La difesa deve essere proporzionata». Sulla deterrenza Zuppi ha riconosciuto che «funziona, ma deve essere molto calmierata, molto calcolata. Altrimenti la deterrenza ridiventa riarmo». La sua sintesi è stata «se vuoi la pace, prepara la pace». Nel confronto con il cardinale, Massimo Cacciari ha indicato per l’Europa una funzione di mediazione: «O siamo ponte tra mondo atlantico e Asia o non esistiamo».
Un Occidente sul banco degli imputati
Il panel “Tra guerra e tecnocrazia” ha spostato il discorso sull’Occidente. Massimo D’Alema ha parlato di «un buco nero impressionante, che mette in discussione un sistema di valori». Ha descritto in Occidente «un declino della politica e l’insorgere di un potere tecnocapitalistico». Luciano Canfora ha ricondotto l’instabilità di oggi agli esiti della Guerra fredda («I vincitori hanno pensato di poter stravincere») e ha indicato nel Vaticano «l’unica voce politica lungimirante». Antonio Spadaro ha avvertito che «il primo fronte della guerra oggi è il fronte cognitivo». Più ottimista Giulio Tremonti: «Io non credo che il nostro futuro sia così drammatico come immaginiamo».
Il tassello che manca
La domanda di pace che arriva dalle campagne è comprensibile e merita ascolto, perché chi produce cibo paga per primo il conto delle crisi. Dal Forum emerge però un’idea di Occidente ridotta quasi solo ai suoi limiti: tecnocrazia, finanza, riarmo. Resta in ombra ciò che l’Occidente è stato e continua a essere. Sono le democrazie liberali, l’economia di mercato e le società aperte che hanno consentito all’agricoltura europea di crescere e di esportare nel mondo. È anche il principio per cui ogni popolo ha il diritto di scegliere da che parte stare. Una pace duratura, in Ucraina come altrove, difficilmente potrà fare a meno di questi elementi. Tremonti lo ha ricordato a modo suo: i problemi dell’Europa «sono problemi nostri che dobbiamo risolvere noi».
Enrico Foscarini, 20 ottobre 2026
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