Economia
IL FATTO

Gasolio: perché l’intesa Trump-Putin cambia poco

L’accordo riapre il mercato ma l’effetto sui prezzi è limitato. In Italia pesano accise, tempi e danni alle raffinerie

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L’apertura di un canale per le forniture di gasolio russo riaccende le speranze di un allentamento delle tensioni sul mercato energetico internazionale, ma per gli automobilisti italiani la strada verso prezzi più bassi resta in salita. L’accordo annunciato da Donald Trump con Vladimir Putin, accolto con soddisfazione dal presidente americano e con contrarietà da Volodymyr Zelensky, ha prodotto una prima reazione sulle quotazioni, senza però innescare una correzione significativa. A frenare le prospettive di ribasso sono soprattutto i volumi disponibili, i danni subiti dalle infrastrutture russe e le peculiarità del mercato europeo, dove le sanzioni continuano a impedire l’importazione diretta dei prodotti petroliferi russi.

Le quantità in gioco sono ancora limitate

L’intesa prevede l’immissione immediata sul mercato mondiale di 300mila tonnellate di gasolio russo, alle quali dovrebbero aggiungersene altre 500mila a novembre e un ulteriore milione dopo dicembre. Contestualmente, il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato una sospensione per sei mesi delle sanzioni statunitensi sulle forniture di gasolio russo destinate ai mercati mondiali.

Per capire la portata dell’operazione bisogna confrontare questi quantitativi con le dimensioni del mercato. I consumi globali di gasolio oscillano fra 3,8 e 4,1 milioni di tonnellate al giorno. Le 300mila tonnellate previste nell’immediato rappresentano quindi meno della domanda mondiale di una singola giornata. Anche considerando l’intero pacchetto da 1,8 milioni di tonnellate, l’incidenza rimane contenuta rispetto ai circa 120 milioni di tonnellate che il mondo consuma nell’arco di quattro mesi.

L’accordo può contribuire a riequilibrare l’offerta, ma non è sufficiente da solo a cambiare radicalmente le condizioni del mercato. In un settore regolato dall’incontro fra domanda e offerta, l’effetto sui prezzi dipende dalla quantità effettivamente disponibile, dalla regolarità delle consegne e dalle prospettive di approvvigionamento nei mesi successivi.

Il ribasso non è consolidato

L’annuncio ha comunque provocato una prima flessione dei prezzi internazionali. Brent e Wti hanno registrato un arretramento dopo la comunicazione dell’intesa, diffusa poco prima delle 21 di venerdì 9 ottobre, ora italiana. Nella mattinata di sabato 10 ottobre, tuttavia, le quotazioni sono tornate a salire leggermente, con il Brent intorno a 104 dollari al barile e il Wti sopra quota 91 dollari.

La reazione più evidente si è osservata negli Stati Uniti sui futures del gasolio Ulsd, il riferimento per il diesel a bassissimo contenuto di zolfo consegnato nel porto di New York, scesi di circa il 4% dopo l’annuncio.

Il presidente di Unem, Gianni Murano, riconosce che l’intesa può avere un effetto sui prezzi, ma invita a non sopravvalutarne le dimensioni. «L’annuncio può generare sicuramente un impatto ribassista sui prezzi del gasolio, seppure le quantità ipotizzate, un milione di tonnellate tra tre mesi, non sembrano decisive in un mercato come quello europeo, compreso il Regno Unito, che ne assorbe circa cinque milioni al mese».

Per Murano, dunque, l’intesa «ha una valenza politica». Il suo significato potrebbe andare oltre le prime consegne: «In prospettiva, apre spiragli di pace per il conflitto tra Russia e Ucraina che, con l’interruzione degli attacchi ucraini alle raffinerie russe, può far tornare sul mercato tutto il potenziale del terzo polo di raffinazione globale».

L’Europa resta fuori dalle forniture russe

La sospensione delle sanzioni americane non equivale a una riapertura generalizzata dei mercati occidentali al diesel di Mosca. L’Unione europea mantiene le restrizioni sul petrolio russo e sui suoi derivati, compresi benzina e gasolio: il provvedimento statunitense non autorizza automaticamente le importazioni in Italia o negli altri Paesi europei.

È quindi più probabile che i nuovi quantitativi siano destinati ai mercati che già acquistavano prodotti russi, fra cui Turchia, Africa e Corea, piuttosto che agli Stati Uniti, che attualmente producono più diesel di quanto ne consumino.

L’effetto potenziale resta comunque significativo sul piano degli scambi internazionali. Se le nuove forniture raggiungeranno effettivamente i compratori e contribuiranno a liberare altri quantitativi presso i fornitori alternativi, il mercato potrà beneficiare di una maggiore disponibilità complessiva. Ma la dimensione di questo vantaggio dipenderà dall’effettiva capacità della Russia di ripristinare la produzione e dalle condizioni geopolitiche.

In altre parole, la prospettiva di un mercato più aperto può favorire la concorrenza fra fornitori, ma per trasformarsi in un beneficio concreto deve tradursi in barili e prodotti raffinati realmente disponibili, non soltanto in annunci diplomatici.

Diesel italiano sopra i due euro

Per gli automobilisti italiani il problema è particolarmente rilevante, perché il gasolio è il carburante che ha registrato uno degli aumenti più marcati nel corso dell’anno. A gennaio il prezzo medio era di 1,66 euro al litro. Secondo i dati del ministero delle Imprese e del Made in Italy, sabato 10 ottobre il diesel self-service sulla rete stradale si attestava a 2,252 euro al litro. A fine settembre, dopo il dimezzamento dello sconto sulle accise, il prezzo aveva sfiorato quota 2,36 euro, il livello più alto dall’inizio delle serie storiche considerate.

Anche un’eventuale distensione internazionale, tuttavia, non si tradurrebbe immediatamente in un risparmio alla pompa. Alessandro Lanza, economista e presidente della Fondazione Eni Enrico Mattei (Feem), individua tre fattori che possono rallentare o ridurre la trasmissione dei ribassi. «Anche una tregua efficace arriverebbe ai distributori con tre filtri. Il primo è il tempo: i listini all’ingrosso reagiscono in giorni, quelli alla pompa in settimane, e la discesa è storicamente più lenta della salita».

Il secondo elemento è il fisco. Il 5 ottobre è terminato lo sconto sulle accise di 6,1 centesimi al litro e il governo ha annunciato il ricorso alle accise mobili, un meccanismo che utilizza l’extragettito Iva generato dai rincari dei carburanti per compensare parte degli aumenti. «Se i prezzi scendessero, quel cuscinetto si assottiglierebbe e parte del calo resterebbe all’Erario», osserva Lanza.

Il terzo fattore riguarda le politiche commerciali delle compagnie. Il tetto di 2,19 euro al litro applicato da Eni sulla rete Enilive, ricorda l’economista, è previsto in scadenza alla fine di ottobre. Un elemento che rende ancora più difficile prevedere quanto e quando le oscillazioni internazionali si rifletteranno sui prezzi praticati ai consumatori.

Le raffinerie russe restano il vero punto debole

Al di là dell’intesa politica, la variabile decisiva rimane la capacità produttiva della Russia. Gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche hanno danneggiato gli impianti di raffinazione, riducendo la disponibilità di prodotti petroliferi e costringendo Mosca a proteggere il proprio mercato interno. Prima di questa ondata di attacchi, la Russia produceva fra 85 e 90 milioni di tonnellate di gasolio all’anno. Circa due terzi erano destinati ai consumi domestici, mentre il restante terzo veniva esportato. La capacità di raffinazione dei prodotti petroliferi risulta ora diminuita di circa il 30% rispetto ai livelli normali.

Nei primi mesi dell’anno la produzione si attestava intorno a 7,5 milioni di tonnellate mensili, prima di subire una contrazione tale da indurre il governo russo a bloccare temporaneamente le esportazioni per tutelare l’approvvigionamento interno. È questo il nodo che rende incerta la prospettiva di un ribasso duraturo: la sospensione delle sanzioni americane può facilitare le vendite, ma non ripristina automaticamente gli impianti danneggiati né garantisce un flusso regolare di nuove forniture.

Perché l’intesa produca effetti tangibili, sarà quindi necessario che alla distensione diplomatica seguano un recupero della capacità di raffinazione e un aumento effettivo dei quantitativi disponibili. Solo allora il mercato potrà misurare la portata dell’accordo. Per gli automobilisti italiani, nel frattempo, il prezzo del diesel continuerà a dipendere non soltanto dalle quotazioni internazionali, ma anche dalla fiscalità nazionale e dalla rapidità con cui gli eventuali ribassi si trasferiranno ai distributori.

Enrico Foscarini, 10 ottobre 2026

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