Economia

SI APRE UN ALTRO FRONTE

Giorgetti-Confindustria, scontro su Transizione 5.0

Imprenditori contro il taglio degli incentivi. Il ministro oppone i vincoli di bilancio e la necessità di fronteggiare lo shock energetico. Tensioni nel governo

Giorgetti Orsini Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Il confronto, anche duro, tra Confindustria e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti segna uno spartiacque nel rapporto tra politica economica e sistema produttivo. La polemica sul decreto fiscale e sulla Transizione 5.0 non è soltanto una disputa sugli incentivi, ma il riflesso di una stagione in cui le scelte diventano inevitabilmente più selettive e la gestione delle risorse pubbliche impone priorità sempre più stringenti.

Sul tavolo c’è il nodo della tenuta dei conti pubblici in un contesto di shock internazionale, con il governo chiamato a sostenere imprese e crescita senza perdere il controllo della finanza statale. È su questo equilibrio delicato che si è acceso lo scontro, mostrando quanto sia difficile conciliare aspettative del mondo produttivo e responsabilità di governo in una fase di forte instabilità economica.

La protesta di Confindustria

A dare voce al malcontento è stato il vicepresidente di Confindustria Marco Nocivelli, che ha parlato apertamente di “disposizioni molto penalizzanti” per le aziende, sottolineando come “il testo preveda un taglio del 65% del credito d’imposta richiesto” ed escluda alcuni investimenti nelle fonti rinnovabili. Secondo Nocivelli, “una simile decisione, che ricordiamo ha effetti retroattivi e lede il principio del legittimo affidamento, penalizza pesantemente le imprese che hanno completato ingenti investimenti nel 2025”, mettendo in difficoltà aziende che avevano programmato gli investimenti sulla base delle regole precedenti.

Sulla stessa linea si è mosso anche il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, che ha chiesto l’apertura immediata di un tavolo con il governo già nei prossimi giorni, segnalando la necessità di chiarire rapidamente le coperture e di ristabilire un quadro certo per le imprese. Il timore espresso dagli industriali è che un intervento così drastico sugli incentivi possa minare la fiducia e rallentare gli investimenti, proprio nel momento in cui la manifattura italiana prova a reggere l’impatto dello shock energetico e geopolitico.

Il messaggio che arriva da Viale dell’Astronomia è quindi netto: servono certezze e tempi rapidi, perché la riduzione degli incentivi rischia di trasformarsi in un problema di liquidità per molte aziende che hanno già impegnato capitali rilevanti.

La linea del Tesoro: vincoli di bilancio e shock esterno

La replica del ministro dell’Economia è arrivata dal Forum Finanza Teha di Cernobbio, dove Giorgetti ha ricostruito il quadro complessivo che ha portato alla decisione. Il ministro ha spiegato che “avevamo una traiettoria, dei programmi di un certo tipo, poi è successo un fatto al di fuori delle nostre possibilità, uno shock esterno paragonabile alla crisi in Ucraina”, chiarendo che l’esecutivo è stato costretto a rivedere le priorità.

Il punto centrale è la gestione delle risorse pubbliche. “Dobbiamo decidere chi aiutare e chi incentivare tenendo conto dei vincoli di bilancio che esistono sempre”, ha osservato il titolare del Tesoro, aggiungendo che la scelta sulle agevolazioni discende dalla necessità di stabilire dove indirizzare le disponibilità tra imprese energivore, trasporti e tagli alle accise.

Non una marcia indietro sugli incentivi, dunque, ma una rimodulazione dettata dalla realtà economica e dalla necessità di garantire stabilità finanziaria. “Dare un minimo di garanzia per agevolazioni paragonabili alla vecchia 4.0 e metterci in ascolto delle categorie per capire le emergenze e le priorità” è la linea indicata dal ministro.

Il nodo dei 3-4 miliardi e il taglio a 537 milioni

Per capire lo scontro bisogna tornare agli ultimi mesi del 2025, quando la Transizione 5.0 ha registrato una corsa agli investimenti molto superiore alle previsioni. Il plafond si esaurì il 7 novembre, ma le imprese furono comunque incoraggiate a presentare le domande fino al 27 novembre con la prospettiva di un rifinanziamento in legge di Bilancio.

Le aziende si aspettavano uno stanziamento tra i 3 e i 4 miliardi, mentre il decreto fiscale ha messo sul tavolo 537 milioni, riducendo l’incentivo al 35% del credito d’imposta originario. In termini concreti, su un investimento da un milione di euro l’agevolazione scende da 450mila a 157.500 euro, una riduzione che ha alimentato la tensione con il mondo industriale.

In questo quadro il governo ha scelto di privilegiare la sostenibilità dei conti e la capacità di intervenire sul caro energia e sulla crescita, aprendo però al confronto con le categorie produttive in vista della conversione del decreto.

Le tensioni nel governo e la mediazione di Palazzo Chigi

Dietro la decisione si muovono anche equilibri interni all’esecutivo. Secondo fonti di governo, nel Consiglio dei ministri si sarebbe consumato un duro confronto tra Giorgetti e il ministro delle Imprese Adolfo Urso, contrario alla riduzione degli incentivi.

Lo scontro avrebbe spinto Palazzo Chigi a mediare, inserendo nel comunicato finale l’impegno ad avviare un tavolo con le categorie produttive e valutare eventuali risorse aggiuntive in sede di conversione. Una dinamica che ripropone le tensioni già emerse sull’iperammortamento e sulla versione limitata ai beni strumentali europei, poi corretta proprio nel decreto fiscale.

Enrico Foscarini, 29 marzo 2026

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