Minimarket costretti a chiudere alle 22 nel fine settimana, visti di lavoro venduti a 16mila euro, un fiume di rimesse che in parte sparisce dai radar. La quarta puntata della nostra inchiesta sulle imprese straniere arriva a Roma, la città che più di ogni altra mostra come un’imprenditoria nata ai margini possa trasformarsi in un problema di ordine pubblico, di legalità e di finanza sommersa. Con un protagonista che ricorre in quasi tutti i capitoli: la comunità bengalese.
Lazio, seconda regione per imprese straniere
Secondo i dati InfoCamere del progetto Futurae, il Lazio conta 77.355 imprese straniere, il 13% del totale regionale, seconda regione italiana dopo la Lombardia. La provincia di Roma ne ospita 63.215, circa il 14% delle imprese del territorio: tre su quattro sono extra Ue, mentre la quota comunitaria, il 25%, è molto più alta che a Milano (13%) o a Napoli (7%), segno del peso della comunità romena. Prevalgono nettamente le ditte individuali sotto i sei addetti, concentrate nel commercio e nei servizi. A livello nazionale il Bangladesh è tra le comunità imprenditoriali più numerose, insieme ad Albania e Pakistan, e ha un peso crescente anche nei flussi migratori: nel 2025, secondo i dati del Viminale, è stato il primo Paese di provenienza degli sbarchi, con 20.259 arrivi. A Roma la sua specializzazione è nota a tutti: il commercio di vicinato, e in particolare i minimarket, che secondo la Camera di commercio già nel 2018 erano circa 664 a gestione bengalese nella sola città.
La risposta del Campidoglio alla malamovida
È proprio sui minimarket che il Campidoglio ha concentrato la sua offensiva contro la malamovida. Dal febbraio 2022 il sindaco Roberto Gualtieri ha imposto la chiusura dalle 22 alle 5 nei fine settimana, prima nei municipi del centro e poi in tutta la città, con l’ordinanza rinnovata più volte e stagionalmente rafforzata. Il motivo è noto ai residenti di Trastevere, San Lorenzo, Pigneto e Monti: birra e superalcolici a pochi euro venduti per strada fino a notte, con bivacchi, risse e vetri in terra. Nel 2023 il Comune è arrivato a ipotizzare di dimezzare i circa 1.200 minimarket del centro storico, portandoli a 600.
Il problema esiste, ma la soluzione scelta è discutibile. Il provvedimento colpisce tutti gli esercizi alimentari di vicinato, italiani e stranieri, regolari e irregolari, invece di sanzionare chi vende alcol a minori o fuori orario. In un intervento dal titolo eloquente, «La chiusura dei minimarket a Roma è un fallimento della politica», l’Istituto Bruno Leoni ha osservato che «quando la politica non sa risolvere un problema, sovente sceglie la scorciatoia di trovare un capro espiatorio». La questione vera, ancora una volta, è il controllo: dietro molte di queste vetrine ci sono turni da 10 o 12 ore, dipendenti pagati poco più di 500 euro al mese e contratti, come raccontava un lavoratore all’Espresso, «piccolo piccolo».
Pizzo, visti falsi e la criminalità bengalese organizzata
Negli ultimi anni Roma ha conosciuto anche forme di criminalità bengalese organizzata, che colpiscono prima di tutto i connazionali. Nel 2023 la procura ha indagato tre bengalesi accusati di imporre un pizzo di 20 euro, due volte a settimana, ai venditori di souvenir della zona di Fontana di Trevi, picchiando chi si rifiutava di pagare. Ma il fronte più grave è quello dei visti di lavoro. Nel giugno 2024 la premier Giorgia Meloni ha presentato un esposto alla Procura nazionale antimafia sul decreto flussi, denunciando che «la criminalità organizzata si è infiltrata nella gestione delle domande»: su 282mila richieste di lavoro stagionale, 157mila arrivavano dalla Campania, e solo il 3% circa dei visti si era tradotto in un contratto.
Le indagini hanno confermato il sospetto. Nel febbraio 2026 la Guardia di Finanza ha arrestato cinque persone, tre dipendenti dell’ambasciata italiana a Dacca e due imprenditori bengalesi residenti a Roma, accusati di aver ottenuto visti sulla base di contratti di lavoro fittizi. Alcuni migranti hanno raccontato di aver pagato fino a 16mila euro per un posto che non è mai esistito. È un mercato illegale che alimenta l’immigrazione irregolare, lo sfruttamento e, a valle, il lavoro nero nelle stesse attività commerciali della capitale.
Rimesse sparite e banche ombra
L’altra faccia di questa economia è il denaro che esce. Secondo la Banca d’Italia, nel 2025 le rimesse ufficiali dall’Italia hanno toccato 8,6 miliardi di euro, in crescita del 3,9%, e il Bangladesh si è confermato il primo Paese di destinazione con il 19,6% del totale, davanti a India e Marocco. Il Lazio è la regione che ha registrato gli incrementi più forti. Ma i flussi tracciati sono solo una parte della storia. Il caso della Cina è emblematico: un tempo ai vertici delle rimesse, oggi è scesa sotto lo 0,1%, appena 4 milioni di euro, nonostante una comunità imprenditoriale di oltre 50mila titolari.
Il denaro, semplicemente, viaggia per altre strade. La più antica è l’hawala, un sistema di compensazione fiduciaria in cui il contante consegnato in un phone center o in un negozio viene pagato all’estero da un intermediario corrispondente, senza che un solo euro attraversi le frontiere. A Roma la Guardia di Finanza ha già colpito questo mondo: nel 2020 il Nucleo speciale di polizia valutaria ha sequestrato un istituto di pagamento e sei agenzie di money transfer gestite da cittadini bengalesi, accusati di trasferimenti illeciti verso il Bangladesh per circa 20 milioni di euro, legati all’evasione fiscale e alla permanenza irregolare di connazionali. E nell’agosto 2025 un’operazione della Polizia in 26 province, Roma compresa, ha smantellato reti cinesi che usavano l’hawala per muovere denaro tra i continenti.
Una città che fatica a far rispettare le regole
Roma è la seconda provincia italiana per reati denunciati nell’Indice della criminalità del Sole 24 Ore, con quasi 7mila denunce ogni 100mila abitanti. Non tutto, ovviamente, si può ricondurre all’immigrazione. Ma il filo che lega minimarket, visti falsi e rimesse sommerse è lo stesso: un’economia parallela che cresce dove lo Stato non controlla. Chiudere i negozi alle 22 non basta, e anzi rischia di colpire chi lavora onestamente. Servono controlli sul lavoro, sui flussi finanziari e sugli ingressi, perché un mercato libero esiste solo se le regole valgono per tutti. Nell’ultima puntata scenderemo al Sud, tra Napoli e Caserta, dove le imprese straniere sono meno numerose ma i problemi di ordine pubblico sono tra i più gravi d’Italia.
Enrico Foscarini, 15 ottobre 2026
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