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L’IA cambierà il lavoro? Tra allarmi e dati reali, ecco la verità

Una rivoluzione chiamata Intelligenza Artificiale: l’impatto finora appare graduale

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Ogni rivoluzione tecnologica ha prodotto entusiasmi e paure. Più di mezzo secolo fa Arthur C. Clarke, autore di 2001: Odissea nello spazio, immaginava dispositivi con schermi ad alta definizione, comunicazioni istantanee e accesso universale alle informazioni. Arrivò persino a prevedere che un’assenza prolungata avrebbe richiesto spiegazioni.

All’inizio del Novecento, invece, Jean-Marc Côté raffigurava gli anni Duemila popolati da macchine volanti, barbieri automatizzati e guerre contro piovre giganti.

Il punto, osserva Marco Amicucci, Ceo di Skilla, è che “non è mai stato facile prevedere come le nuove tecnologie avrebbero cambiato la società e il lavoro”. L’incertezza sul futuro, spiega, “ha sempre spinto visionari ed esperti a fare previsioni, a volte catastrofiste, a volte entusiaste”, ma “non c’è modo di sapere quale stia davvero anticipando la traiettoria verso cui siamo diretti”.

IA e lavoro: troppe previsioni, pochi fatti

Oggi il dibattito su intelligenza artificiale e occupazione è affollato e spesso confuso. Secondo Amicucci, esiste “una abbondanza disorientante di proiezioni sull’impatto che in futuro l’IA avrà sull’occupazione” e molte notizie “non sono sempre del tutto affidabili”.

Il riferimento è anche ai casi di aziende che attribuiscono all’IA i propri licenziamenti. “Spesso si ha il sospetto che questi siano da attribuire a ristrutturazioni poco innovative”, sottolinea.

Non solo. “Le fonti di molti studi non sono sempre del tutto imparziali”, aggiunge, ricordando che una parte rilevante delle analisi proviene da think tank e società di consulenza che, pur lavorando con metodologie robuste, possono avere interesse a sostenere la narrazione di un’IA radicalmente rivoluzionaria.

A complicare ulteriormente il quadro c’è un nodo definitorio: “Intelligenza artificiale è una parola cappello”, osserva Amicucci, “che usiamo per riferirci a un ampio spettro di soluzioni, molto diverse tra loro, che andrebbero studiate separatamente”. Inoltre, è fondamentale distinguere “tra i tentativi di predire le conseguenze dell’IA che oggi usiamo e conosciamo e quelli che cercano di anticipare anche le conseguenze dell’IA che potrebbe esistere domani”.

Cosa sta succedendo davvero al mercato del lavoro

Di fronte a questa incertezza, l’approccio suggerito è pragmatico: guardare ai dati. “Nell’incertezza verso il futuro, si può provare a studiare almeno quanto sia cambiata fino a oggi l’occupazione a causa dell’IA”, afferma Amicucci.

Finora l’impatto appare concentrato su specifici segmenti del mercato del lavoro. Uno studio di Stanford University del 2025 ha evidenziato un calo dell’occupazione tra i giovanissimi nei lavori ad alta esposizione all’IA, come interpreti e sviluppatori software. Tuttavia, nel complesso, non si registrano sconvolgimenti generalizzati.

Anche il “Budget Lab” di Yale University ha analizzato la variazione del mix occupazionale negli ultimi tre anni. Il ritmo del cambiamento risulta coerente con una tendenza avviata ben prima della diffusione di ChatGPT e non molto diverso da quello osservato durante precedenti ondate di innovazione tecnologica, dalla diffusione dei computer all’avvento di internet.

Per Amicucci, i potenziali effetti dell’IA finora “non sono fuori dall’ordinario” e l’ansia di uno stravolgimento dell’occupazione, allo stato attuale, “rimane in gran parte speculativa”.

Non distruzione, ma trasformazione del lavoro

Questo non significa escludere cambiamenti profondi nel tempo. “Non implica che non ci possa essere una rivoluzione del lavoro”, precisa Amicucci, ma è plausibile che sia “più graduale”, come accaduto con l’introduzione dei computer, che hanno impiegato anni per trasformare davvero l’organizzazione degli uffici.

La fotografia attuale è chiara: “A oggi non abbiamo ancora osservato l’IA distruggere il lavoro, ma lo sta cambiando”. Non scenari apocalittici, dunque, bensì una trasformazione del lavoro che richiede aggiornamento continuo delle competenze.

Forse non ci aspettano piovre giganti, ma un nuovo modo di lavorare. E la vera sfida non è arrestare l’innovazione per paura, bensì accompagnare questa evoluzione con investimenti mirati in formazione, competenze digitali e capitale umano, affinché il cambiamento resti una leva di crescita e non diventi l’alibi per mascherare inefficienze.

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