La presidente della Bce rinvia a dicembre ogni decisione sui tassi e rivendica il ruolo di arbitro tra falchi e colombe. Ma proprio le sue parole restituiscono l’immagine di una presidenza che ha spesso seguito gli eventi più che anticiparli.
Tassi, la decisione resta aperta
La Banca centrale europea aspetterà dicembre prima di decidere se intervenire nuovamente sui tassi. È la principale indicazione arrivata da Christine Lagarde nel corso dell’incontro organizzato a Milano dall’Osservatorio for Independent Thinking di Andrea Ceccherini.
«Rivedremo il nostro processo a dicembre, perché avremo molte indicazioni per capire se dovremo alzare i tassi di interesse», ha spiegato la presidente della Bce. Un rinvio che, in una fase ancora caratterizzata da una forte incertezza sull’andamento dei prezzi, non è necessariamente una cattiva notizia. Anzi, significa lasciare spazio ai dati prima di prendere una decisione che avrebbe conseguenze sull’economia europea.
Il punto, però, è che la stessa Lagarde ha ricordato quanto sia difficile orientarsi nell’attuale scenario. «Sono ancora un gufo. Non sono diventata né una colomba né un falco», ha detto, spiegando che negli ultimi sette anni ha visto «molte colombe diventare un po’ più falchi» e viceversa.
Il ruolo dell’arbitro
È proprio questa rappresentazione della propria funzione a risultare particolarmente significativa. Lagarde ha raccontato il proprio mandato soprattutto come un esercizio di equilibrio tra posizioni differenti all’interno del Consiglio direttivo della Bce, più che come una leadership capace di imporre una precisa direzione alla politica monetaria.
«Negli ultimi sette anni ho visto molte colombe diventare un po’ più falchi, e ho visto molti falchi diventare un po’ più colombe», ha spiegato. A suo giudizio, il cambiamento sarebbe stato determinato dall’incertezza e dalle numerose crisi attraversate dall’economia europea: dall’inflazione quasi inesistente e dai tassi negativi alla fiammata dei prezzi, fino al ritorno dell’inflazione verso il 2% e alla successiva risalita che ha costretto la Bce a tornare a stringere.
«Questo ha portato molti dei miei colleghi della Banca centrale europea a guardare alla situazione economica così com’è, ad analizzare i dati e a non lasciarsi guidare da un’ideologia monetaria», ha aggiunto Lagarde. Un’affermazione che rivendica la capacità dell’istituzione di adattarsi ai fatti, ma che al tempo stesso restituisce l’immagine di una presidente impegnata soprattutto a mediare tra orientamenti diversi.
L’ammissione sulla diagnosi sbagliata
Più interessante ancora è il bilancio che Lagarde traccia dei suoi sette anni alla guida della Bce. «Se guardo a quello che abbiamo fatto negli ultimi sette anni non è stato tutto perfetto. Non abbiamo diagnosticato bene la situazione, ma abbiamo fatto bene rispetto ad altre banche centrali», ha ammesso.
È una frase certamente prudente, ma anche molto significativa. La Bce non ha diagnosticato bene la situazione: è la stessa presidente a riconoscerlo. E se la missione dell’istituto è, come ha ricordato Lagarde, «mantenere i prezzi stabili», il giudizio sul percorso compiuto non può essere separato dalle difficoltà incontrate proprio sul terreno dell’inflazione.
Lagarde ha ribadito che «la Bce ha una sola missione: mantenere i prezzi stabili. E ciò non può accadere senza stabilità finanziaria». Il problema è che, nella sua ricostruzione, la responsabilità delle decisioni sembra quasi dissolversi nella dialettica collettiva del Consiglio: falchi e colombe si spostano, i dati cambiano, le circostanze evolvono e la presidente svolge il compito di arbitro.
L’inflazione italiana e il fattore energia
Ancora più rivelatrice è stata la spiegazione offerta sull’inflazione italiana, tornata sopra il 4%. Lagarde ha utilizzato una metafora automobilistica: «È come il motore di un’auto, devi aprire il cofano e vedere cosa lo sta causando. Come mai questo numero è così alto? Principalmente è colpa dell’energia».
Secondo la presidente della Bce, «il prezzo dell’energia in Italia è aumentato del 20% e siccome tutto viene prodotto con l’energia, tutti i prezzi sono aumentati e così anche l’inflazione». Ma, ha aggiunto, «le cose cambiano in modo estremamente veloce» e la situazione dovrebbe modificarsi con il manifestarsi di un effetto base.
È una spiegazione tecnicamente comprensibile, ma politicamente lascia una domanda sul tavolo: se l’inflazione italiana è stata determinata in larga misura da uno shock energetico, quale ruolo ha avuto la politica monetaria europea nel leggere tempestivamente la natura di quella fiammata e nel calibrare la risposta? È proprio qui che la descrizione di Lagarde come semplice arbitro rischia di apparire riduttiva rispetto alle responsabilità connesse alla guida della principale istituzione monetaria europea.
Una presidenza al termine
Lagarde ha infine spiegato anche la scelta di anticipare di nove mesi la conclusione del proprio mandato. «Avrei comunque terminato a ottobre, perché questa è la regola: come presidente della Banca centrale europea hai un mandato di otto anni e alla fine non c’è rinnovo, non si prolunga: si va via, e basta. Quello che ho fatto è stato anticipare di nove mesi quell’uscita inevitabile».
Sul futuro non ha voluto fornire indicazioni precise. «Non soddisferò la vostra curiosità perché non sono sicura esattamente di quale forma prenderà», ha detto, aggiungendo però di voler «rimanere libera e indipendente» nelle proprie attività e nelle proprie dichiarazioni. Anche se le indiscrezioni la indicano come prossima presidente del World Economic Forum.
È un finale che lascia qualche perplessità, soprattutto alla luce del bilancio della sua presidenza. Perché rivendicare il ruolo di arbitro tra falchi e colombe può essere una buona rappresentazione del metodo, ma non basta a cancellare le responsabilità di chi ha guidato la Bce negli anni in cui l’inflazione è esplosa, è stata sempre affrontata con colpevole ritardo e ha richiesto una successiva e pesante stretta monetaria. La stessa Lagarde ammette che «non abbiamo diagnosticato bene la situazione». Una frase che pesa più di qualsiasi rivendicazione di equilibrio: un banchiere centrale non è chiamato soltanto a mediare tra posizioni diverse, ma soprattutto a capire per tempo dove sta andando l’economia. E se il prossimo approdo sarà davvero il WEF, il bilancio di questi sette anni alla Bce resterà inevitabilmente parte del suo biglietto da visita.
Enrico Foscarini, 5 novembre 2026
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