
La rottura tra Europa e Stati Uniti, al World Economic Forum di Davos 2026, è stata evitata solo per un soffio. Il compromesso sul cosiddetto framework relativo alla Groenlandia ha impedito uno scontro frontale, ma il clima che si è respirato tra le delegazioni ha lasciato segni profondi. Donald Trump ha attaccato apertamente il vecchio alleato europeo, mentre molti leader del Vecchio Continente hanno scelto la strategia dell’elusione. A emergere, però, è stato soprattutto il ruolo di Christine Lagarde, che ha trasformato il suo intervento di chiusura in una presa di posizione politica senza precedenti per una presidente della Bce.
I numeri “pazzeschi” e il richiamo alla verità
Nel suo special address, Trump ha parlato di una “crescita pazzesca con bassa inflazione” negli Stati Uniti, citando un +5,4% nel quarto trimestre del 2025. Lagarde non ha mai pronunciato il nome del presidente americano, ma il riferimento è apparso evidente quando ha affermato che “sentiamo circolare molti numeri e vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che i numeri devono essere definiti con precisione” perché “abbiamo una responsabilità verso la verità”. Quel 5,4%, infatti, è un dato annualizzato che va diviso per quattro, e la crescita stimata per l’intero 2025 negli Usa si attesta attorno al 2,1%, ben lontana dal miracolo evocato sul palco di Davos.
Il messaggio di Lagarde non era solo tecnico. Era un avvertimento contro quello che ha definito implicitamente un eccesso di “rumore”, capace di distorcere la percezione della realtà economica e di minare la fiducia, un capitale che “richiede tempo per essere costruito e pochissimo per essere eroso”.
Non solo Trump: il gelo con la delegazione americana
Ridurre tutto a uno scontro personale con Trump sarebbe però fuorviante. Il presidente Usa è stato il “catalizzatore”, ma il clima di tensione ha coinvolto l’intera delegazione americana. Emblematico l’episodio della cena di gala del 20 gennaio, quando Lagarde ha abbandonato il tavolo in segno di protesta dopo le dichiarazioni del segretario al Commercio Howard Lutnick, che aveva sostenuto che “il capitalismo ha un nuovo sceriffo” e che la globalizzazione e le istituzioni multilaterali sono ormai finite. Un gesto diplomatico estremo, che ha reso visibile uno scontro fino a quel momento rimasto sottotraccia.
La grande finanza supporta Donald
A complicare il quadro si è aggiunta la posizione dei grandi investitori. Larry Fink, Ceo di BlackRock, ha interpretato a Davos il ruolo dell’“ottimista pragmatico”, spingendo su una narrazione di crescita trainata dall’intelligenza artificiale e invitando i mercati a non farsi paralizzare dalle paure macroeconomiche. Quando ha detto che “il rumore che ci spaventa è il meccanismo con cui risolviamo i problemi”, molti regolatori europei hanno letto quelle parole come una copertura finanziaria all’ottimismo americano, più che come un invito a non cedere al pessimismo. Il contrasto con la prudenza della Bce è apparso netto, soprattutto perché Fink sedeva proprio accanto a Lutnick durante la cena dell'”incidente diplomatico”.
Il ruolo della Bce
Lagarde ha parlato spendendo tutto il capitale politico della Bce, forse l’unica istituzione europea capace di esprimere una posizione davvero comune in un’Unione spesso paralizzata dai veti nazionali. Non a caso ha precisato di “non essere convinta che si debba parlare di una rottura” con gli Stati Uniti, ricordando che Trump “non durerà per sempre” e ribadendo il suo affetto per il popolo americano e per valori che ritiene profondamente radicati. Ma allo stesso tempo ha ammesso che, dopo minacce come quella di prendersi la Groenlandia “con le buone o con le cattive”, l’Europa deve prepararsi a un piano B, o a più piani B.
Un mondo multipolare e più fragile
Il contesto globale descritto a Davos rafforza questa urgenza. Kristalina Georgieva, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, ha parlato di un mondo “multipolare” e “più esposto agli shock”, segnato da una combinazione pericolosa di crescita bassa e alto debito pubblico. In questo scenario, l’intelligenza artificiale rischia di essere uno “tsunami” per il mercato del lavoro, soprattutto per i giovani e per la classe media. È in questo quadro che si inseriscono i piani europei sul mercato unico, sulla competitività e sull’integrazione, anche nella difesa, per ridurre la dipendenza da Washington.
Enrico Foscarini, 24 gennaio 2026
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