Economia
IL CASO

Landini rompe con la Cisl: lo scontro politico allontana la riforma dei contratti

Fumarola si smarca dallo sciopero: la Cgil sceglie l'opposizione proprio mentre si apre uno spazio per far aumentare i salari reali

Maurizio Landini riesce nell’impresa di dividere ancora una volta il fronte sindacale proprio quando sarebbe possibile avvicinare le posizioni e costruire un’intesa su una delle questioni più importanti per il futuro del lavoro in Italia: la riforma della contrattazione collettiva. La Cgil ha proclamato uno sciopero generale per venerdì 20 novembre contro una legge di Bilancio di cui non è ancora disponibile il testo definitivo. La Cisl, invece, ha scelto di smarcarsi, contestando apertamente il metodo e la tempistica della mobilitazione.

La distanza tra le due confederazioni non è una novità. Negli ultimi anni il sindacato guidato da Daniela Fumarola non ha aderito agli scioperi generali promossi dalla Cgil, da sola o insieme alla Uil. Ma questa volta la frattura assume un significato particolare: mentre le organizzazioni dei lavoratori e quelle imprenditoriali cercano una soluzione condivisa sui meccanismi della rappresentanza e sui rinnovi contrattuali, Landini riporta il confronto sul terreno della contrapposizione politica.

È una scelta che rischia di compromettere il lavoro avviato al tavolo con Confindustria e le altre associazioni datoriali. E soprattutto rischia di far perdere al sindacato un’occasione concreta per incidere sulle condizioni dei lavoratori, anziché limitarsi a contestare le decisioni del governo.

La Cisl: «Lo sciopero è uno strumento di ultima istanza»

Il documento approvato dal Consiglio generale della Cisl è esplicito. «Pur rispettando le decisioni delle altre confederazioni», si legge nelle conclusioni della riunione, il sindacato «non condivide il ricorso allo sciopero generale contro una legge di Bilancio di cui non si conosce ancora il testo». La confederazione guidata da Fumarola aggiunge che «lo sciopero generale è uno strumento di ultima istanza, che deve fondarsi su obiettivi precisi e motivazioni concrete, evitando di trasformarsi in un’iniziativa generica o ideologica».

Il passaggio politicamente più significativo riguarda il costo della protesta per gli stessi lavoratori. La Cisl considera «sbagliato chiedere ai lavoratori il sacrificio di una giornata di salario senza conoscere ancora i contenuti della manovra». La linea resta quella di «negoziare per decidere»: una formula che richiama la funzione originaria del sindacato, chiamato a ottenere risultati attraverso il confronto e non a misurare la propria forza esclusivamente sulla capacità di portare persone in piazza.

Il dissenso non significa che la Cisl condivida necessariamente tutte le scelte dell’esecutivo. Significa, piuttosto, che per esprimere un giudizio definitivo su una legge di Bilancio occorre conoscerne le misure e valutarne gli effetti. Una distinzione elementare, ma che nel clima della mobilitazione permanente rischia di passare in secondo piano.

Landini sceglie la piazza

La Cgil ha motivato la proclamazione dello sciopero denunciando l’aumento del costo della vita, le politiche fiscali del governo, le spese per la difesa e le risorse destinate a sanità, istruzione e politiche sociali. Nel documento diffuso dalla confederazione si legge: «Riteniamo inaccettabile la condizione sociale nella quale lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati, studentesse e studenti, donne e giovani si trovano ad affrontare l’ennesima emergenza dovuta al peso dell’inflazione sul costo della vita. Il carovita derivante dall’aumento dei prezzi dei beni energetici non ha avuto alcuna risposta efficace dalle politiche del governo».

Tra le richieste figurano anche la «piena rivalutazione delle pensioni» e «un confronto vero sulla legge di Bilancio». La Cgil condanna inoltre la «decisione di aumentare le spese per il riarmo» a scapito del «finanziamento di salute, istruzione, politiche sociali», critica le «scelte in campo fiscale, che hanno aumentato iniquità e disuguaglianze» e considera «improcrastinabile una risposta alle nuove generazioni», sia sul diritto allo studio sia sul contrasto alla precarietà del lavoro.

Sono questioni sulle quali è legittimo discutere, anche in modo acceso. Il problema è il momento in cui viene proclamata la protesta e il giudizio che la accompagna. Landini ha già definito la manovra, sulla base delle prime indicazioni, un provvedimento che «fa abbastanza schifo», prima che le misure siano state formalizzate nel testo definitivo.

In questo modo il confronto rischia di trasformarsi in un processo alle intenzioni. Se l’obiettivo è ottenere modifiche alla legge di Bilancio, il negoziato dovrebbe servire a individuare le misure da correggere, le risorse necessarie e le possibili coperture. Se invece il verdetto politico precede l’esame del provvedimento, il margine per una trattativa concreta si restringe inevitabilmente.

L’occasione che rischia di sfumare

È sul terreno della contrattazione che la rottura tra Cgil e Cisl diventa particolarmente significativa. Le due confederazioni si erano avvicinate nel confronto con Confindustria e con le altre organizzazioni imprenditoriali per definire un accordo sulla rappresentanza e sul modello contrattuale. Un’intesa di questo tipo potrebbe contribuire a dare maggiore certezza alle relazioni industriali, rafforzare il ruolo dei contratti rappresentativi e rendere più efficace la negoziazione degli aumenti retributivi.

Il tavolo è già entrato in una fase delicata. Le organizzazioni sindacali hanno giudicato «irricevibile» l’ultima proposta delle imprese, contestando in particolare il superamento degli automatismi di adeguamento dei salari all’inflazione durante la vigenza dei contratti. La critica comune è che il testo rappresenterebbe «un passo indietro persino rispetto ai contratti più avanzati in vigore, come quello dei metalmeccanici».

Il nodo è reale e non va minimizzato. Le imprese vogliono contenere i costi e mantenere margini di flessibilità, mentre i sindacati puntano a proteggere il potere d’acquisto delle retribuzioni. Ma il fatto che esistano interessi differenti non rende impossibile un accordo. È precisamente per questo che esiste la contrattazione collettiva.

Le distanze, del resto, non sono necessariamente incolmabili. Il confronto sulla rappresentanza, sulle regole dei rinnovi e sui meccanismi di recupero dell’inflazione può proseguire anche partendo da posizioni diverse. Occorre però la disponibilità a discutere le proposte, a correggerle e a trovare un compromesso che tenga insieme la tutela salariale e la sostenibilità economica per le imprese.

La scelta di Landini rischia invece di spostare il baricentro dalla trattativa alla contrapposizione, proprio mentre una maggiore convergenza tra le confederazioni potrebbe rafforzarne il potere negoziale. La Cisl, che ha fatto della ricerca di accordi una cifra della propria azione sindacale, difficilmente può riconoscersi in una strategia che sovrappone alla discussione sui contratti una mobilitazione generale contro l’esecutivo.

Per salari più alti serve la crescita

Il punto decisivo, per un Paese che da anni fatica a far crescere le retribuzioni, è che la difesa del potere d’acquisto non può essere separata dall’andamento della produttività. L’inflazione erode il valore delle buste paga, ma gli aumenti nominali diventano più sostenibili quando le imprese producono di più, investono, innovano e riescono a competere sui mercati internazionali.

È qui che una riforma della contrattazione potrebbe fare la differenza. Accanto ai contratti nazionali, la contrattazione aziendale e territoriale può legare una parte della retribuzione ai risultati, premiando l’incremento della produttività e consentendo ai lavoratori di partecipare ai benefici della crescita. Un sistema capace di valorizzare questi strumenti può favorire aumenti più consistenti e duraturi, senza scaricare ogni richiesta salariale sui costi delle imprese.

Non si tratta di rinunciare alla tutela dei lavoratori né di accettare qualsiasi proposta datoriale. Si tratta di riconoscere che salari, produttività e competitività sono elementi della stessa equazione. Senza crescita, la distribuzione della ricchezza esistente diventa una contesa tra interessi contrapposti; con più investimenti e una maggiore efficienza, invece, si amplia lo spazio per migliorare le retribuzioni. Una discussione seria sul modello contrattuale dovrebbe partire da qui, affrontando anche il problema della rappresentatività delle organizzazioni firmatarie, della proliferazione dei contratti e della capacità degli accordi di accompagnare le trasformazioni del sistema produttivo. È un lavoro meno spettacolare di uno sciopero generale, ma potenzialmente molto più incisivo sulle condizioni materiali di chi lavora.

Il sindacato non può ridursi all’opposizione al governo

La frattura tra Cgil e Cisl riflette anche due idee differenti del ruolo sindacale. Da una parte, una confederazione che considera la mobilitazione contro il governo uno strumento centrale della propria strategia e rivendica un cambiamento del modello sociale ed economico. Dall’altra, un’organizzazione che, pur mantenendo la propria autonomia di giudizio, insiste sulla necessità di negoziare nel merito e di valutare le decisioni pubbliche sulla base dei loro contenuti.

La critica alla manovra e il diritto di sciopero sono strumenti legittimi. Ma un sindacato che vuole incidere davvero sulle retribuzioni e sulle prospettive professionali dei propri iscritti deve anche saper distinguere la rivendicazione economica dalla battaglia politica. Altrimenti il rischio è che le esigenze concrete dei lavoratori diventino il carburante di una contrapposizione che risponde soprattutto alle logiche del confronto tra maggioranza e opposizione.

Landini sembra privilegiare ancora una volta la seconda strada. La proclamazione dello sciopero prima che la manovra sia disponibile nella sua versione definitiva e la crescente distanza dalla Cisl finiscono per indebolire la possibilità di costruire una piattaforma sindacale condivisa. Il paradosso è evidente: proprio quando si potrebbe provare a convergere su regole contrattuali più solide, strumenti efficaci per sostenere i salari e una maggiore partecipazione dei lavoratori ai risultati delle imprese, la Cgil sceglie di alzare il livello dello scontro.

La vera prova per il sindacato non è fermare il Paese per un giorno, ma contribuire a creare le condizioni perché chi lavora possa guadagnare di più. Per riuscirci servono negoziati, responsabilità e capacità di compromesso. La contrapposizione politica può garantire visibilità immediata, ma difficilmente sostituisce un accordo capace di produrre risultati concreti.

Enrico Foscarini, 22 ottobre 2022

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