Economia
IL FATTO

Leone XIV cancella il taglio agli stipendi dei cardinali

Abrogata la riduzione del 10% sui contributi ai porporati. Per il Vaticano la spesa può crescere di 180mila euro ogni anno

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Il rigore sui salari dei cardinali della Curia romana viene allentato. Con un nuovo motu proprio, papa Leone XIV ha abrogato «le misure di contenimento salariale adottate» da papa Francesco con il motu proprio «Un futuro sostenibile» del 23 marzo 2021. Una decisione presa allora per affrontare il peggioramento dei conti della Santa Sede e l’eccezionale impatto economico della pandemia.

«Quelle misure furono necessarie anche per far fronte all’eccezionale sfida della pandemia», ricorda Leone XIV nel provvedimento. Ora, aggiunge il Pontefice, «possono essere superate, nella certezza che le Istituzioni della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano proseguiranno, con strumenti diversi, nell’impegno di garantire la sostenibilità economica».

La revoca riguarda in particolare la riduzione del 10% della retribuzione dei cardinali di Curia introdotta da Francesco. Non si tratta quindi di un aumento generalizzato per tutti i porporati della Chiesa cattolica, né di una misura che coinvolge automaticamente tutti i membri del Collegio cardinalizio.

Quanto guadagna un cardinale

Ed è proprio questo il dato che finora mancava nei resoconti. Le informazioni disponibili indicano che un cardinale della Curia romana percepisce oggi circa 5.000 euro al mese. Prima degli interventi di contenimento avviati da Francesco, le retribuzioni dei cardinali di Curia erano indicate in una fascia compresa tra circa 4.000 e 5.500 euro mensili, con il cosiddetto piatto cardinalizio che costituiva una componente della remunerazione.

Nel novembre 2024 era poi arrivata un’altra stretta: la Santa Sede aveva sospeso la Gratifica per la Segreteria e l’Indennità di Ufficio riconosciute ai cardinali di Curia. All’epoca le cronache indicavano in circa 5.500 euro lo stipendio di un cardinale e in circa 500 euro il valore della Gratifica per la Segreteria, con un’ulteriore riduzione della remunerazione complessiva.

Il quadro attuale va dunque letto tenendo distinte le diverse componenti dello stipendio e soprattutto evitando di confondere cardinali della Curia e cardinali che esercitano il loro ministero nelle diocesi di tutto il mondo.

Il conto per le casse vaticane

Il calcolo del maggiore esborso può essere fatto, almeno in via indicativa. Se la revoca del taglio del 10% comporta, su una retribuzione attuale di circa 5.000 euro, un recupero nell’ordine di 500 euro al mese, l’effetto è di circa 6.000 euro all’anno per ciascun cardinale interessato.

Il punto decisivo è però il numero dei destinatari. Il Collegio cardinalizio conta oggi circa 240 cardinali viventi, ma non tutti sono dipendenti della Santa Sede: molti sono arcivescovi o vescovi che guidano diocesi in Europa, America, Africa, Asia e Oceania. Al 9 settembre 2026 risultavano 240 cardinali viventi, di cui 116 elettori.

Per questo il conto corretto non è 240 moltiplicato per 500 euro al mese. La misura interessa infatti i cardinali che lavorano nella Curia romana. Le ricostruzioni disponibili parlano di circa una trentina di porporati direttamente coinvolti nelle strutture di vertice della Santa Sede.

Su questa base, l’ordine di grandezza è di circa 15mila euro al mese, pari a 180mila euro l’anno di maggiore spesa. Si tratta naturalmente di una stima: l’effettivo impatto sul bilancio dipenderà dalla posizione ricoperta, dalla retribuzione individuale e dalle altre componenti dell’emolumento.

Francesco aveva scelto la linea dell’austerità

La decisione di Leone XIV rappresenta il superamento di una parte della spending review avviata da papa Francesco. Nel marzo 2021 Bergoglio aveva disposto una riduzione del 10% per i cardinali della Curia, dell’8% per i capi dicastero e i segretari e del 3% per i dipendenti chierici e religiosi. Era stato inoltre disposto il blocco degli scatti biennali di anzianità, con modalità diverse a seconda del livello e della qualifica.

L’obiettivo dichiarato era contenere i costi senza ricorrere ai licenziamenti. Il contesto era quello di una Santa Sede alle prese con un deficit strutturale, aggravato dal Covid e dal crollo delle entrate legate alle attività vaticane. Tra i settori più colpiti dalla pandemia c’erano infatti i Musei Vaticani, rimasti chiusi per lunghi periodi. La loro attività, normalmente sostenuta da milioni di visitatori, rappresenta una delle principali fonti di entrata dello Stato della Città del Vaticano.

Non tutti i cardinali sono pagati dal Vaticano

Un chiarimento è necessario anche per evitare un equivoco frequente quando si parla di stipendi dei cardinali. Il titolo cardinalizio non determina automaticamente il pagamento di uno stipendio da parte della Santa Sede.

Il sistema è differente per i cardinali che lavorano nella Curia romana e per quelli che guidano diocesi nel mondo. La remunerazione dei vescovi e degli arcivescovi residenziali dipende infatti dai rispettivi sistemi ecclesiastici e dalle diocesi di appartenenza. Già nel 2021 le fonti che avevano ricostruito il sistema retributivo vaticano sottolineavano questa distinzione.

Per questo il dato dei circa 240 cardinali viventi non può essere utilizzato per calcolare la spesa sostenuta dal Vaticano per le loro retribuzioni. Il numero realmente utile ai fini del bilancio è quello dei porporati in servizio presso la Curia e le strutture della Santa Sede.

Il nuovo corso economico di Leone XIV

La decisione sui salari si inserisce in un più ampio processo di revisione delle misure introdotte durante il pontificato di Francesco. Leone XIV ricorda infatti che quelle disposizioni erano state adottate in una fase eccezionale e che ora possono essere superate, affidando la sostenibilità dei conti a «strumenti diversi». Il provvedimento, inoltre, non ha effetto retroattivo. Restano quindi acquisiti gli effetti prodotti durante il periodo nel quale erano in vigore le misure di contenimento, compreso il blocco della maturazione degli scatti biennali di anzianità.

La scelta non equivale dunque a una cancellazione generalizzata dell’austerità. È piuttosto il segnale di un allentamento del rigore salariale ai vertici della Curia, con un impatto finanziario relativamente contenuto in termini assoluti: sulla base delle cifre oggi disponibili, nell’ordine di qualche centinaio di migliaia di euro l’anno. Una cifra modesta se rapportata ai bilanci complessivi della Santa Sede, ma comunque significativa sul piano simbolico: dopo gli anni della pandemia e della spending review, anche per i cardinali torna a crescere lo spazio per una normalizzazione delle retribuzioni.

Enrico Foscarini, 14 settembre 2026

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