L’ultima manovra prima delle elezioni politiche del 2027 si annuncia come una partita complessa: le richieste della maggioranza sono numerose, ma le risorse disponibili restano limitate. Nel confronto sulle priorità fiscali ed economiche del governo Meloni prendono quota due proposte destinate a far discutere: estendere le semplificazioni della Zona economica speciale (Zes) a tutta Italia e riaprire, almeno in parte, il capitolo del condono edilizio.
Il punto di partenza è il Documento programmatico di finanza pubblica, approvato il 2 ottobre, che delinea un quadro di bilancio con margini ristretti per nuove spese e ulteriore deficit, al netto degli spazi previsti dalle regole europee. Per finanziare gli interventi si guarda anche a un possibile contributo di banche e assicurazioni, con un gettito ipotizzato nell’ordine di 3-5 miliardi, mentre sul tavolo restano numerose altre richieste. La sfida sarà individuare coperture credibili senza trasformare la manovra in una somma di promesse difficili da mantenere.
Zes unica nazionale
L’estensione delle semplificazioni della Zes al Centro-Nord è una delle novità annunciate dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il governo intende presentare una norma in uno dei prossimi Consigli dei ministri per rendere disponibili anche al resto del Paese strumenti amministrativi pensati per accelerare gli investimenti.
Il modello prevede uno sportello unico digitale e un’autorizzazione unica, con l’obiettivo dichiarato di «consentire a chi vuole investire di farlo in modo semplice e immediato». Si tratta di una prospettiva interessante soprattutto se permetterà di ridurre tempi e passaggi burocratici senza creare nuovi apparati o maggiori oneri per i contribuenti.
Il nodo riguarda invece gli incentivi fiscali. La loro estensione generalizzata potrebbe scontrarsi con le norme europee sugli aiuti di Stato, motivo per cui l’ipotesi iniziale è limitata alle semplificazioni amministrative. Tra le possibilità circolate figura anche un’estensione selettiva dei benefici fiscali alle regioni settentrionali confinanti con altri Paesi.
Per il Mezzogiorno, il sottosegretario Luigi Sbarra sollecita intanto il rifinanziamento del credito d’imposta, con uno stanziamento di circa 4 miliardi di euro in tre anni. La priorità sarà evitare che l’allargamento geografico della Zes si traduca in una dispersione delle risorse, puntando invece su procedure più snelle e incentivi con effetti verificabili sugli investimenti.
Condono, allo studio la riapertura delle vecchie sanatorie
Più controversa è la prospettiva di un nuovo intervento sugli abusi edilizi. Per ora non esiste un provvedimento definito: il tema resta un dossier politico sul quale una parte della maggioranza vorrebbe intervenire attraverso un emendamento alla legge di Bilancio.
Una delle ipotesi consiste nel riaprire il condono del 2003 nelle aree rimaste escluse, anche in regioni come la Campania, lasciando alle amministrazioni regionali la facoltà di decidere se aderire. Si tratta di una proposta ancora da precisare nei suoi confini e nelle sue condizioni applicative.
Un’altra strada, potenzialmente più circoscritta, punta a smaltire le centinaia di migliaia di pratiche ancora pendenti relative ai condoni del 1985, del 1994 e del 2003. L’obiettivo sarebbe chiudere procedimenti amministrativi trascinati per decenni, consentire la regolarizzazione degli abusi minori e recuperare entrate attraverso i pagamenti dovuti dai proprietari.
Il tema tocca un problema concreto: l’incertezza amministrativa che grava su immobili e famiglie quando le domande di sanatoria rimangono senza risposta per anni. Un eventuale intervento dovrebbe però distinguere con precisione le irregolarità sanabili dalle violazioni più gravi, senza trasformare la regolarizzazione in un incentivo a costruire fuori dalle regole.
Irpef, il ceto medio aspetta
Sul fronte fiscale, la misura che raccoglie il consenso più ampio nella maggioranza è l’alleggerimento dell’Irpef per il ceto medio. L’ipotesi è estendere l’aliquota del 33% ai redditi fino a 60mila euro, includendo così la fascia tra 50mila e 60mila euro che oggi ricade nello scaglione al 43%.
Il costo stimato dell’operazione oscilla tra 2,5 e 4 miliardi di euro. Tra le possibili coperture figura una revisione delle detrazioni fiscali per i contribuenti con redditi superiori a 200mila euro. Si tratta tuttavia di un’ipotesi da valutare con attenzione, perché l’effettivo beneficio dipenderà dalle regole adottate e dalle risorse reperite.
Resta inoltre sul tavolo la possibile detassazione delle tredicesime, mentre è stata prevista la cancellazione del bollo auto per i veicoli al di sotto di una determinata soglia. Le misure in discussione rispondono a obiettivi diversi, ma si confrontano con lo stesso vincolo: ridurre il prelievo senza compromettere gli equilibri dei conti pubblici.
Per una riforma fiscale strutturale, il punto decisivo rimane la disponibilità di coperture permanenti. Un taglio delle aliquote finanziato in modo stabile avrebbe effetti più duraturi di interventi temporanei, mentre il ricorso a nuove entrate o a maggiori imposte su specifiche categorie rischierebbe di spostare il peso fiscale senza ridurlo davvero.
Pensioni, bloccare l’aumento dell’età costa oltre un miliardo
La previdenza rappresenta un’altra voce particolarmente onerosa. Dal primo gennaio, secondo il quadro indicato, l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e un mese. Per la pensione anticipata saranno necessari 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne.
Bloccare l’adeguamento comporterebbe un costo stimato in circa 1,1 miliardi di euro. La Lega propone inoltre un’uscita a 64 anni e una formula flessibile di Quota 41, con il ricalcolo dell’assegno interamente secondo il metodo contributivo.
Anche in questo caso, però, la sostenibilità finanziaria rappresenta il principale ostacolo. La rivalutazione delle prestazioni in base all’inflazione dovrebbe portare la spesa previdenziale a circa 366 miliardi nel 2027, quasi 15 miliardi in più rispetto al 2026. Un aumento che restringe ulteriormente lo spazio per nuove misure e rende più complesso conciliare flessibilità in uscita e controllo della spesa pubblica.
Bonus casa, sanità e famiglie: molte richieste, poche coperture
La manovra dovrà affrontare anche il futuro delle agevolazioni edilizie. In assenza di una nuova proroga, la detrazione per le ristrutturazioni scenderebbe dal 50% al 36% per l’abitazione principale e dal 36% al 30% per gli altri immobili. Nella maggioranza si valuta quindi la conferma dell’aliquota più elevata per la prima casa, insieme al mantenimento del bonus mobili.
La questione riguarda direttamente le famiglie e il mercato immobiliare, ma anche la certezza delle regole per chi programma lavori e investimenti. La continuità degli incentivi, tuttavia, deve fare i conti con il loro costo per l’erario e con la necessità di evitare nuovi impegni difficili da sostenere negli anni successivi.
Tra le altre priorità figurano maggiori finanziamenti alla sanità, agevolazioni per giovani e donne e un possibile aumento delle pensioni minime. Sono tutte misure che rispondono a esigenze reali, ma la somma delle richieste supera le disponibilità di bilancio.
La vera sfida della legge di Bilancio sarà dunque scegliere le priorità, privilegiando gli interventi capaci di favorire crescita, investimenti e redditi disponibili. Semplificare la burocrazia e ridurre il peso fiscale può offrire benefici diffusi, ma richiede coperture credibili e una selezione rigorosa delle spese, anziché una moltiplicazione di bonus e deroghe.
Enrico Foscarini, 11 ottobre 2026
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