Il premio Nobel per l’economia 2026 è stato assegnato a Robert E. Hall e Michael Woodford. A Stoccolma l’Accademia reale svedese delle scienze ha premiato i due economisti americani «per i fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica». Hall insegna alla Stanford University ed è senior fellow della Hoover Institution. Woodford è docente alla Columbia University di New York. Il premio vale 12 milioni di corone svedesi, oltre un milione di euro, e i due lo divideranno in parti uguali.
Per una volta vince un friedmaniano
La notizia vera è il nome di Hall. Negli ultimi anni l’Accademia ha premiato studi su povertà, istituzioni, mercato del lavoro e innovazione. Per trovare un vincitore vicino alla scuola di Chicago bisogna risalire a oltre un decennio fa. Quest’anno invece sale sul podio un economista cresciuto nel solco di Milton Friedman, e soprattutto l’uomo che ha dato forma compiuta alla flat tax. Woodford è il teorico della comunicazione delle banche centrali e rappresenta la scuola dominante, a completare il quadro.
Hall e i consumi: contano le aspettative, non i bonus
Il lavoro che ha reso celebre Hall è un articolo del 1978, pubblicato sul Journal of Political Economy. Hall riparte dalla teoria del reddito permanente di Friedman e la combina con le aspettative razionali. Le famiglie non decidono quanto spendere guardando alla busta paga del mese, ma al reddito che si attendono per l’intera vita, e usano tutte le informazioni disponibili per prevederlo. Ne discende un risultato sorprendente: le variazioni dei consumi sono imprevedibili, perché i consumi si muovono solo davanti a notizie davvero nuove.
Le conseguenze per la politica economica sono rilevanti. Un bonus una tantum o uno sgravio temporaneo sposta poco il reddito di una vita e quindi finisce in buona parte risparmiato. A cambiare i comportamenti sono le misure percepite come permanenti e credibili. È una lezione che pesa su qualunque Paese abbia preso l’abitudine di sostenere i consumi con bonus rinnovati di anno in anno. L’Accademia lo ha riconosciuto. Il presidente del comitato John Hassler ha spiegato che oggi siamo «meglio attrezzati per affrontare gli shock dell’economia, come le crisi energetiche», ma anche i bruschi cambiamenti nella quantità di beni che le famiglie consumano.
La flat tax di Hall e Rabushka
Il nome di Hall è legato soprattutto alla tassa piatta. Nel 1985 ha pubblicato «The Flat Tax» insieme ad Alvin Rabushka, collega alla Hoover Institution. Il libro conteneva il progetto di un’imposta ad aliquota unica. Il modello è semplice. Prevede una sola aliquota sui redditi da lavoro e sulle imprese, un’ampia esenzione per i redditi bassi e la deduzione immediata degli investimenti, senza la giungla delle detrazioni. I redditi da capitale non vengono tassati una seconda volta in capo alle famiglie. In sostanza il sistema colpisce ciò che si consuma e lascia libero ciò che si risparmia e si investe. Gli autori sostenevano che la dichiarazione dei redditi si sarebbe potuta compilare su una cartolina postale.
L’idea aveva un illustre precedente. Già nel 1962 Friedman, in «Capitalismo e libertà», aveva proposto un’aliquota unica sopra una soglia di esenzione. Hall e Rabushka l’hanno trasformata in un progetto tecnico pronto all’uso. Negli Stati Uniti il progetto ha alimentato il dibattito degli anni Novanta, dalla campagna presidenziale di Steve Forbes alle proposte in Congresso. Dopo la caduta del Muro diversi Paesi dell’Est europeo hanno adottato sistemi ad aliquota unica, a partire dall’Estonia. In Italia la tassa piatta è una bandiera del centrodestra e oggi vive nel regime forfettario per le partite Iva.
La progressività passa dall’esenzione
L’obiezione classica alla flat tax è che premierebbe i ricchi. Il modello Hall-Rabushka risponde con la no tax area: chi guadagna meno della soglia non paga nulla. L’aliquota marginale resta unica, ma l’aliquota media effettiva cresce con il reddito. La progressività, insomma, non scompare: cambia strumento. Il vantaggio è un sistema più semplice, più difficile da eludere e meno distorsivo per chi lavora, risparmia e fa impresa.
Hall non è solo il padre di una riforma fiscale. Per decenni ha presieduto il comitato del National Bureau of Economic Research che stabilisce ufficialmente quando iniziano e finiscono le recessioni americane. Ha anche studiato a fondo il funzionamento del mercato del lavoro e la disoccupazione.
Woodford e la forward guidance
Accanto a Hall l’Accademia ha premiato Michael Woodford, teorico di punta della politica monetaria neokeynesiana. Il suo trattato «Interest and Prices», del 2003, è un testo di riferimento per le banche centrali. La sua idea chiave è la forward guidance. Il livello dei tassi di oggi conta meno di quello che i mercati si aspettano per il futuro, perciò annunciare in anticipo la politica monetaria è già fare politica monetaria. Dopo la crisi finanziaria del 2008 la Federal Reserve e poi la Bce hanno fatto propria questa idea. Woodford è stato raggiunto al telefono a New York e ha commentato: «È un onore enorme, è una sorpresa».
Il filo comune: il mercato guarda avanti
Che cosa unisce due economisti di scuole così diverse? La fiducia nella razionalità di famiglie, imprese e mercati. Secondo la giuria, i due premiati non hanno fondato i modelli su semplici legami statistici fra inflazione, produzione e consumi, ma «hanno scelto di costruirli su fondamenta microeconomiche». Hassler ha aggiunto che il loro lavoro ha fornito «una stabile base teorica per i modelli oggi utilizzati dalle banche centrali e dai governi di tutto il mondo».
Per Hall i consumi si adeguano alle aspettative sul futuro. Per Woodford le aspettative sono la leva principale della banca centrale. La conclusione è la stessa: regole stabili e credibili contano più di qualunque intervento estemporaneo. Chi governa deve convincere famiglie e imprese che le regole non cambieranno di anno in anno, più che distribuire bonus.
Enrico Foscarini, 12 ottobre 2026
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