La relazione di Emanuele Orsini all’assemblea di Confindustria ha avuto il merito di riportare al centro una questione che troppo spesso la politica europea prova a rimuovere: senza industria non esiste prosperità, non esiste welfare e non esiste autonomia strategica. Quando il presidente degli industriali denuncia che “dall’inizio del mandato di questa Commissione, l’Europa ha perso 250mila occupati nella manifattura”, oppure che “Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività”, non sta semplicemente difendendo una categoria. Sta fotografando una realtà evidente.
Negli ultimi anni l’Europa ha costruito una macchina regolatoria sempre più invasiva, convinta che la produzione potesse essere sostituita dalla normativa, la crescita dalla sostenibilità burocratica e il mercato dalla pianificazione tecnocratica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: energia più cara, investimenti in fuga, industria in ritirata e dipendenza crescente da Cina e Stati Uniti.
Eppure, dentro un discorso per molti versi condivisibile, resta un’ambiguità tutta italiana. Perché ogni volta che il mondo produttivo individua un problema reale, la soluzione finisce quasi inevitabilmente per passare da un tavolo con il governo, da un incentivo, da una riforma negoziata con la politica o da un nuovo intervento pubblico. È qui che il dibattito dovrebbe forse spingersi oltre.
Energia e competitività: il nodo vero resta il mercato
La prima leva indicata da Orsini è quella energetica, definita “una vera e propria minaccia esistenziale” per le imprese. Ed è difficile dargli torto. “Non possiamo continuare a pagare nei nostri stabilimenti l’energia ai prezzi più cari d’Europa”, ha detto il presidente di Confindustria, ricordando come il costo della CO₂ stia “spingendoci fuori mercato”.
Il problema, però, non nasce dal mercato ma esattamente dal suo contrario. L’energia europea è oggi uno dei settori più distorti e politicizzati dell’intero sistema economico continentale. Tassazione ambientale, ETS, sussidi incrociati, autorizzazioni infinite, limiti ideologici sul nucleare e pianificazione regolatoria hanno prodotto un paradosso evidente: il continente che pretende di guidare la transizione verde finisce per rendere antieconomica la produzione industriale.
Quando Orsini sostiene che “continuare a sostenere che il nucleare sia inutile perché servono 10-15 anni per attivarlo è falso”, tocca un punto decisivo. L’Italia ha rinunciato per decenni a costruire una strategia energetica razionale, preferendo affidarsi a slogan politici e a veti territoriali. Anche la denuncia sui “4mila permessi richiesti dalle aziende per impianti rinnovabili che risultano ad oggi bloccati” racconta un Paese dove il principale ostacolo al mercato resta lo Stato stesso.
Le Pmi hanno bisogno di libertà
La seconda leva proposta dal leader degli industriali riguarda la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese. Orsini chiede incentivi, sostegno agli investimenti e strumenti pubblici per favorire fusioni e sviluppo tecnologico. È una richiesta comprensibile, soprattutto in un sistema produttivo frammentato come quello italiano.
Ma anche qui emerge il limite storico del capitalismo nazionale: l’idea che la crescita passi sempre attraverso una mediazione pubblica. In Italia si continua a discutere di fondi, agevolazioni e incentivi senza affrontare davvero il tema centrale, cioè la libertà economica.
Le imprese crescono quando possono operare in un ambiente competitivo, con meno tasse, meno vincoli e meno incertezza normativa. Crescono quando il capitale privato incontra opportunità e non quando aspetta un bando ministeriale. Il rischio, altrimenti, è trasformare l’imprenditore in un soggetto sempre più dipendente dalla politica e sempre meno dal mercato.
La burocrazia europea è il vero grande freno
La parte più convincente dell’intervento di Orsini è probabilmente quella contro l’eccesso regolatorio europeo. “Solo tra novembre e dicembre 2025 sono stati presentati 10 nuovi pacchetti legislativi e nel 2026 ne arriveranno altri 12”, ha ricordato, definendo “lunare” la burocrazia di Bruxelles.
Qui il problema non riguarda soltanto l’efficienza amministrativa. L’Unione Europea sembra aver progressivamente smarrito il principio di realtà economica. Ogni crisi viene affrontata producendo nuove norme, nuovi obblighi e nuove procedure. La conseguenza è che fare impresa in Europa costa sempre di più, richiede sempre più tempo e comporta rischi giuridici sempre maggiori.
Anche il passaggio sulla legge 231 va letto in questa chiave. Quando Orsini afferma che “la 231 si è trasformata in uno strumento quasi esclusivamente punitivo”, descrive perfettamente una tendenza ormai strutturale: lo Stato non considera più l’impresa come un soggetto da liberare, ma come un potenziale colpevole da controllare preventivamente.
Il rischio di una dipendenza permanente dalla politica
C’è però un punto che il mondo industriale continua a evitare. Se è vero che la politica ha costruito molti dei problemi attuali, è difficile immaginare che sia la stessa politica a poter diventare il motore permanente della crescita.
Orsini invoca giustamente semplificazioni, meno vincoli europei e una strategia energetica seria. Ma nel momento in cui tutto viene ricondotto alle “leve” pubbliche, ai contratti di sviluppo, alle risorse da riallocare o al debito comune europeo, si rischia di rafforzare un modello in cui il rapporto decisivo non è più quello tra impresa e mercato, ma quello tra impresa e potere.
Ed è forse questo il vero nodo italiano. Il libero mercato viene continuamente soffocato da tasse, regolazioni e burocrazia, ma la risposta non può essere una negoziazione permanente tra sistema produttivo e istituzioni. Altrimenti il capitalismo smette di essere concorrenza e innovazione e diventa soltanto capacità di interlocuzione politica.
Quando Orsini dice che “senza produzione e crescita non c’è redistribuzione e non c’è futuro”, coglie un principio fondamentale. Ma proprio per questo la priorità dovrebbe essere una sola: lasciare finalmente le imprese nelle condizioni di competere, investire e produrre senza dover chiedere continuamente permesso alla politica.
Enrico Foscarini, 26 maggio 2026
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