Economia
BRUXELLES MATRIGNA

Pacchi extra-Ue, la stangata può arrivare fino a 7 euro

Dazio e tassa Ue portano a 5 euro i prelievi. E a dicembre scatta l'imposta italiana da 2 euro. La libertà è compressa come i salari

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Un tagliaunghie comprato online può finire per pagare più tasse di quanto costi l’oggetto stesso. Dal 1° novembre, ai tre euro di dazio già applicati alle piccole spedizioni provenienti dai Paesi extra-Ue si aggiungeranno due euro di handling fee europea. Il risultato è un prelievo di almeno cinque euro per le categorie di merce interessate, prima ancora di considerare l’Iva e gli eventuali costi applicati dagli intermediari. Per chi acquista una pinzetta, un accessorio per la casa o un piccolo ricambio su una piattaforma internazionale, la convenienza rischia così di evaporare.

La stretta non si esaurisce in un rincaro. Le transazioni commerciali stanno già diminuendo, segno che l’aumento dei costi sta modificando le scelte dei consumatori. Il direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Roberto Alesse, ha riferito a ItaliaOggi che nei primi nove mesi del 2026 le dichiarazioni d’importazione per le spedizioni extra-Ue di valore inferiore a 150 euro sono scese del 31% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: quasi 22 milioni in meno. Si è passati da circa 69,6 milioni di dichiarazioni tra il 1° gennaio e il 28 settembre 2025 a 47,9 milioni nello stesso intervallo del 2026.

Non si può attribuire l’intera flessione al dazio introdotto a luglio. La contrazione era già intorno al 20% nel primo semestre, prima dell’entrata in vigore del prelievo, mentre dal 1° luglio si è registrata un’ulteriore diminuzione di circa il 10%. Ma il dato restituisce comunque la portata del cambiamento: rendere più costoso il commercio significa anche ridurre gli scambi. E non è detto che ogni acquisto cancellato si trasformi in una vendita recuperata da un negozio europeo.

Cinque euro non hanno lo stesso peso per tutti

Il problema economico è soprattutto nella struttura del prelievo. Una somma fissa incide poco su una spesa elevata, ma diventa molto pesante quando il valore dell’articolo è contenuto. Cinque euro su un acquisto da 150 euro rappresentano poco più del 3%; su un oggetto da cinque euro equivalgono invece al suo intero prezzo, prima dell’Iva. Se nella stessa spedizione ci sono prodotti soggetti a differenti classificazioni doganali, il calcolo può diventare ancora più oneroso: il dazio da tre euro è legato alla categoria di merce prevista dalla disciplina, non semplicemente al valore complessivo del pacco.

Formalmente, l’obbligo di versare la tassa europea ricade sul debitore dell’obbligazione doganale, non necessariamente sul consumatore. Ma nella realtà del mercato il costo può essere trasferito, in tutto o in parte, sul prezzo finale. È un meccanismo economico elementare: quando il venditore o l’intermediario non possono assorbire l’onere senza compromettere i margini, una parte del conto finisce per ricadere sull’acquirente.

La tassa fissa è regressiva nei suoi effetti: pesa proporzionalmente di più sugli acquisti di valore ridotto. Ecco perché la questione non riguarda soltanto chi compra sulle piattaforme cinesi per risparmiare qualche euro. Riguarda il potere d’acquisto di chi deve controllare ogni spesa, confrontare i prezzi e rinunciare a un prodotto quando il costo complessivo supera il budget disponibile.

L’economia dei prezzi bassi

C’è una contraddizione che merita di essere affrontata senza nostalgia per la globalizzazione a qualsiasi costo e senza trasformare la difesa del consumatore in una battaglia ideologica contro l’Europa. Per anni il mercato dei prodotti a basso prezzo ha contribuito ad allargare il potere d’acquisto delle famiglie, offrendo una possibilità di spesa che i redditi, in molti casi, non avrebbero consentito attraverso i canali tradizionali. Il commercio online ha reso accessibili beni di uso quotidiano, ricambi, accessori e piccoli utensili a prezzi difficilmente replicabili da molti operatori locali.

Questo fenomeno ha anche un rovescio della medaglia: condizioni di concorrenza non sempre omogenee, dubbi sulla sicurezza dei prodotti, difficoltà nei controlli e possibili vantaggi indebiti per gli operatori che non rispettano le regole europee. Ma c’è una domanda che la politica dovrebbe porsi: perché una parte dei consumatori è così sensibile a pochi euro di differenza sul prezzo di un acquisto?

La risposta non può essere liquidata con il richiamo alla presunta avarizia di chi compra. In un’economia in cui la produttività cresce troppo lentamente e le retribuzioni reali faticano a tenere il passo con il costo della vita, la possibilità di acquistare beni a prezzi contenuti diventa un modo per difendere il bilancio familiare. Il problema non è che un tagliaunghie costi troppo poco. Il problema è che il reddito disponibile di una parte dei cittadini lascia margini sempre più ristretti.

Per questo rincarare i beni accessibili senza affrontare il nodo dei redditi rischia di colpire due volte lo stesso consumatore: prima attraverso il peso complessivo del fisco e dei costi che riducono la retribuzione netta, poi con un aumento del prezzo degli oggetti che riesce ancora a permettersi. Non serve evocare una società divisa tra ricchi e poveri, né demonizzare il commercio internazionale. Basta riconoscere che una politica economica orientata alla crescita dovrebbe puntare ad aumentare il reddito disponibile, non a rendere artificialmente più costoso ciò che quel reddito consente di comprare.

La risposta liberale è quindi duplice: più produttività, salari adeguati al mercato e meno tasse sul lavoro, da una parte; regole trasparenti e applicate in modo uniforme a tutti gli operatori, dall’altra. Nell’Eurozona, senza una leva monetaria nazionale e con la politica fiscale compressa dai vincoli del Patto di Stabilità, il contenimento dei costi rischia di scaricarsi proprio sulle retribuzioni. Il dipendente finisce così per pagare due volte: con stipendi che crescono poco e con il rischio di ulteriori sacrifici quando l’azienda è in difficoltà; poi, da consumatore, con rincari o nuove tasse anche sui beni più economici. La risposta liberale non è proteggere artificialmente i prezzi, ma restituire spazio al mercato, alla crescita dei salari e alla concorrenza, invece di rendere più costoso ciò che i redditi più deboli riescono ancora a permettersi.

La tassa non sostituisce le regole

La Commissione europea ha una ragione concreta per intervenire. Nel 2025 sono arrivati nell’Unione quasi 5,9 miliardi di piccoli pacchi provenienti da Paesi extra-Ue, alimentati soprattutto dalla crescita dell’e-commerce. Un volume enorme, che mette sotto pressione le amministrazioni doganali e rende più difficile verificare il rispetto delle norme europee.

I controlli mirati condotti nei 27 Stati membri nel 2025 su cosmetici, dispositivi di protezione individuale, integratori alimentari, giocattoli ed elettronica hanno evidenziato, secondo i dati richiamati dall’Agenzia delle Dogane, che oltre il 60% dei prodotti controllati non rispettava gli standard Ue. Le irregolarità comprendevano etichette mancanti, ingredienti vietati e documentazione di sicurezza assente.

È un problema serio. La concorrenza non può essere considerata leale se un’impresa europea deve sostenere i costi necessari a rispettare standard di sicurezza e obblighi amministrativi mentre un concorrente riesce a vendere senza garantire gli stessi requisiti. Ma una tassa generalizzata non rende sicuro un prodotto non conforme e non sostituisce l’attività ispettiva. Servono controlli efficaci, tracciabilità, responsabilità delle piattaforme e sanzioni per chi viola le regole.

La riforma del codice doganale europeo va anche in questa direzione: le piattaforme extra-Ue che vendono nel mercato comunitario saranno chiamate ad assumersi responsabilità dirette nelle formalità doganali, nella trasmissione dei dati e nel rispetto degli obblighi previsti. La nuova Autorità doganale europea, con sede a Lille, dovrà coordinare l’analisi dei rischi tra gli Stati membri, senza sostituire le amministrazioni nazionali. L’obiettivo dichiarato è rendere i controlli più selettivi e organizzati.

Il punto è distinguere la lotta alle irregolarità dalla rincorsa al gettito. Se un prodotto è pericoloso o non rispetta le norme, va fermato. Se un operatore elude gli obblighi, deve essere chiamato a risponderne. Ma se la merce è conforme, il semplice fatto di arrivare da un Paese extra-Ue non dovrebbe diventare il pretesto per moltiplicare gli oneri senza valutarne gli effetti su prezzi, concorrenza e consumi.

A dicembre il rischio di pagare due volte

La vicenda italiana aggiunge un ulteriore elemento di incertezza. Il contributo nazionale di due euro sulle spedizioni extra-Ue, previsto dalla legge di Bilancio 2026, è stato rinviato più volte ed è ora fissato al 1° dicembre. La tassa europea da due euro, invece, è destinata a partire a novembre, secondo il calendario indicato per la sua applicazione.

Il risultato potenziale è una sovrapposizione di prelievi. Per una merce interessata dal dazio di tre euro e dalle due tasse di gestione, il conto potrebbe arrivare ad almeno sette euro, prima dell’Iva e di altri eventuali costi. Non si tratta dunque soltanto della stangata europea da cinque euro, ma del rischio che un contributo nazionale si aggiunga a quello comunitario per coprire oneri doganali analoghi.

Il contributo italiano è stato giustificato con la necessità di compensare i costi amministrativi sostenuti dalle autorità. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha spiegato alla Camera che il prelievo serve «a compensare gli oneri amministrativi che le autorità doganali devono sostenere». È una motivazione che apre però un interrogativo: se l’Unione introduce già una tassa destinata a finanziare i servizi di gestione delle merci vendute a distanza, quale spazio resta per un secondo prelievo nazionale riferito agli stessi adempimenti?

La questione è anche giuridica. Le norme doganali europee distinguono gli oneri per servizi specifici dalle spese amministrative generali e non consentono agli Stati di introdurre liberamente contributi che si sovrappongano a quelli previsti dal diritto comunitario. Occorrerà quindi verificare la compatibilità concreta del contributo italiano con il nuovo quadro normativo, anziché dare per scontato che i due importi possano sommarsi senza problemi.

I ripetuti rinvii hanno già prodotto un costo per i conti pubblici. Le stime riportate nei provvedimenti di proroga indicano circa 102 milioni di euro di minor gettito rispetto alle previsioni iniziali. Un risultato paradossale per una misura nata proprio con l’obiettivo di generare entrate e coprire costi amministrativi.

Un mercato europeo “sballato”

Il rischio, infine, è confondere il rallentamento delle importazioni con un successo della politica industriale. Se un consumatore rinuncia a un acquisto perché il costo aggiuntivo lo rende sconveniente, non è detto che si rivolga a un produttore europeo. Può semplicemente fare a meno del prodotto, rimandare la spesa o cercare un’alternativa altrettanto economica. Il calo delle dichiarazioni doganali, da solo, non dimostra che le vendite dei negozi europei siano aumentate in misura equivalente.

Una strategia efficace per rafforzare il mercato interno dovrebbe puntare a ridurre gli svantaggi competitivi delle imprese europee, semplificare gli adempimenti, contenere il costo dell’energia e alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sugli investimenti. La protezione dei consumatori e la sicurezza dei prodotti sono essenziali, ma non possono diventare un alibi per rinunciare alle riforme che renderebbero più competitivo il sistema produttivo.

La vera alternativa non è tra pacchi cinesi senza regole e protezionismo europeo. È tra un’economia che cerca di recuperare competitività attraverso produttività, innovazione e salari più alti e una che tenta di correggere i propri limiti rendendo più cari i beni acquistati dai cittadini. Cinque euro possono sembrare pochi a chi guarda soltanto il gettito di una singola spedizione. Per chi vive con un reddito ristretto, possono essere la differenza tra comprare e rinunciare. E per il mercato, milioni di rinunce non sono un dettaglio contabile: sono transazioni che non avvengono più.

Enrico Foscarini, 21 ottobre 2026

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