Le Considerazioni finali di Fabio Panetta segnano la lettura di un cambio d’epoca strutturale. L’economia globale, secondo il governatore della Banca d’Italia, sta lasciando il paradigma dell’integrazione commerciale e della cooperazione multilaterale per entrare in una fase in cui prevalgono sicurezza economica, frammentazione e competizione strategica tra Stati.
Panetta richiama le fondamenta del sistema nato dopo Bretton Woods: “il sistema multilaterale costruito dopo la Seconda guerra mondiale, sebbene imperfetto e talora sbilanciato, ha favorito per otto decenni l’integrazione e la crescita economica. La sua forza non stava nell’eliminare i contrasti tra paesi, ma nel ricondurli entro regole condivise”. Un equilibrio oggi indebolito dall’uso sempre più esplicito di energia, tecnologia e finanza come strumenti geopolitici.
La crisi non è più congiunturale ma sistemica. Gli squilibri globali accumulati nella fase della globalizzazione rischiano di diventare più instabili in un mondo frammentato: “Gli squilibri che si accumulano senza essere governati raramente si riassorbono in modo ordinato. Più spesso sfociano in tensioni commerciali o alimentano rischi finanziari”.
Italia tra resilienza e crescita insufficiente
L’economia italiana ha mostrato negli ultimi anni una tenuta superiore alle attese, nonostante pandemia, shock energetico e rallentamento globale. Ma per Panetta questo non basta: il vincolo decisivo è la produttività.
“La presenza degli esportatori italiani resta limitata nei mercati asiatici, destinati a essere i principali motori della domanda globale, mentre la concorrenza cinese accresce la pressione anche nei comparti manifatturieri tecnologicamente avanzati”, osserva il governatore, ricordando però che l’Italia conserva “punti di forza rilevanti nella meccanica, nella farmaceutica e nelle produzioni di qualità”, che però “solo investendo e innovando saranno valorizzati”.
Il rischio centrale è una crescita strutturalmente debole: “Senza un deciso aumento della produttività, l’economia italiana potrebbe restare ancorata a tassi di crescita strutturalmente modesti”. Un rischio amplificato dalla demografia: “Con una popolazione in età da lavoro in forte diminuzione, non potremo contare stabilmente sull’aumento degli occupati per sostenere lo sviluppo”.
Da qui la necessità di intervenire sulle debolezze storiche: “scarsa innovazione, bassi livelli di capitale umano, dipendenza energetica”.
Pnrr e modernizzazione amministrativa
Il PNRR è uno dei principali strumenti di trasformazione. “Tra il 2021 e il 2025 gli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza hanno superato i 100 miliardi, contribuendo per il 30 per cento all’accumulazione complessiva”.
Le revisioni sono considerate fisiologiche: “alcune opere sono state ridimensionate o sostituite da progetti già avviati; alcuni obiettivi di riforma sono stati ricalibrati”.
Gli effetti sono già visibili: “le spese fin qui effettuate hanno sostenuto la domanda e innalzato il livello del prodotto annuale di quasi 1 punto percentuale, in media, nel quinquennio”. Inoltre il Piano ha migliorato l’efficienza amministrativa grazie a “iter semplificati e risorse preassegnate”.
Tecnologia, debito e generazione futura
La trasformazione più profonda è tecnologica. “Intelligenza artificiale, robotica e altre innovazioni stanno ridisegnando i processi produttivi, l’organizzazione del lavoro, la domanda di competenze”.
Per affrontarla serve una strategia fiscale e produttiva coerente. Panetta indica la necessità di “ridurre stabilmente il peso del debito pubblico”, liberando risorse per crescita e welfare, e allo stesso tempo “facilitare il salto tecnologico delle imprese, rafforzare il capitale umano, orientare il risparmio verso investimenti produttivi”.
La dimensione è anche generazionale: “Creare le condizioni perché le nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni… è il compito civile di questo tempo”.
Europa tra potenziale e frammentazione
L’Europa entra in questa fase con fragilità strutturali: “L’Unione europea entra nella nuova fase di instabilità internazionale con fragilità irrisolte, che ne limitano il potenziale di crescita e il peso nell’economia mondiale”.
Il problema non è solo politico ma di esecuzione: “l’instabilità internazionale non lascia spazio a esitazioni o risposte parziali” e l’efficacia dipende dalla capacità di superare “negoziati lunghi, compromessi al ribasso, applicazioni nazionali disomogenee”.
Il nodo decisivo è finanziario. L’Europa ha risparmio, ma non investimenti: “L’Unione ha un risparmio abbondante, ma non riesce a trasformarlo in investimenti produttivi”. La frammentazione impedisce la crescita interna.
Da qui la proposta: un titolo sovrano europeo, “uno strumento liquido e sicuro, in grado di offrire un riferimento ai mercati e di attrarre risorse dall’estero”. La politica monetaria deve evitare automatismi. Il rischio principale è che lo shock energetico diventi inflazione strutturale e alimenti una spirale prezzi-salari. Serve quindi flessibilità e attenzione al contesto, senza percorsi predefiniti.
Fine del vecchio ordine economico
Il quadro finale è quello della crisi dell’ordine globale. “Oggi quell’ordine attraversa una crisi profonda”, osserva Panetta, tra protezionismo, squilibri e uso geopolitico dell’economia.
La risposta non è la chiusura: “La risposta non può essere la chiusura”. Il rischio è che la frammentazione finisca per indebolire proprio ciò che si vuole difendere: crescita, lavoro e benessere. La conclusione è politica e sistemica: “In questo mondo instabile, l’Europa deve trovare in una maggiore unità la condizione della propria forza”.
enrico Foscarini, 29 maggio 2026
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