Chi andrà in pensione nel 2060, dopo una carriera regolare di 38 anni nel settore privato, potrà contare su un assegno pari al 64,8% dell’ultima retribuzione. Chi invece è uscito dal lavoro nel 2020, con un percorso analogo iniziato negli anni Ottanta, ha beneficiato di un tasso di sostituzione dell’81,5%.
La differenza è di 16,7 punti percentuali. Tradotto: a parità di contributi versati e anni lavorati, la distanza tra ultima busta paga e primo assegno quasi raddoppia per le nuove generazioni. È la fotografia scattata dal Focus Censis-Confcooperative sulle pensioni, che mette in fila numeri difficili da ignorare.
Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, parla di “una vera ipoteca sul futuro”. Al netto delle formule, il punto è chiaro: il sistema è stato costruito su presupposti demografici ed economici che non esistono più.
Meno lavoratori, più spesa
Il problema non riguarda soltanto l’importo delle future pensioni. Tra il 2025 e il 2050 la popolazione in età lavorativa si ridurrà di 7,7 milioni di persone, pari a un calo del 20,5%. Significa meno occupati, meno contributi versati e un rapporto sempre più squilibrato tra chi paga e chi riceve.
Eppure l’Italia è già oggi il Paese europeo con la spesa pensionistica più alta in rapporto al Pil: 15,5%, contro una media Ue del 12,3%. Spendiamo più degli altri, ma garantiamo prospettive peggiori a chi oggi entra nel mercato del lavoro. Il paradosso è tutto qui.
Non si tratta di un’emergenza improvvisa, ma dell’effetto cumulato di scelte rinviate e riforme parziali. Per anni si è preferito intervenire sui margini, evitando di affrontare il nodo strutturale: un sistema che redistribuisce risorse in un Paese che cresce poco e invecchia rapidamente.
Salari bassi, contributi deboli
La fragilità previdenziale affonda le radici nel mercato del lavoro. L’Italia è terzultima in Europa per quota dei salari sul Pil: 28,9%, contro il 44,9% della Germania e il 38% della Francia. Se i salari restano compressi, anche la base contributiva si riduce.
Il risultato è un doppio svantaggio per i giovani: stipendi più bassi oggi e pensioni più leggere domani.
Il fenomeno dei working poor conferma questa tendenza. Nel 2024 il 10,3% degli occupati tra 18 e 64 anni, circa 2,4 milioni di persone, è a rischio di povertà lavorativa. Tra i 20 e i 29 anni la quota sale al 12%. Lavorare non basta più a garantire sicurezza economica, e questo inevitabilmente si riflette sulla capacità di accumulare contributi adeguati.
Divari generazionali e squilibri interni
Le disuguaglianze si manifestano anche dentro il mercato del lavoro. Il divario retributivo tra uomini e donne nel settore privato è del 29,1%. Ma è il gap generazionale a colpire: i lavoratori tra i 20 e i 34 anni guadagnano in media il 39,8% in meno rispetto agli over 50 a parità di qualifica.
In un sistema contributivo puro o quasi, carriere discontinue e salari bassi significano automaticamente assegni più contenuti. Non è un’anomalia tecnica, è la logica conseguenza delle regole attuali.
Il nodo della sostenibilità
Il quadro che emerge non è quello di un sistema sull’orlo del collasso, ma di un equilibrio fragile che regge solo comprimendo le aspettative delle nuove generazioni. Con meno lavoratori, salari stagnanti e una spesa previdenziale già ai massimi europei, gli spazi per ulteriori espansioni sono limitati.
Il vero tema non è solo quanto si spende, ma come si crea ricchezza sufficiente per finanziare il sistema. Senza crescita, produttività e occupazione stabile, ogni promessa previdenziale rischia di trasformarsi in un trasferimento implicito di oneri verso chi oggi ha meno voce e meno peso demografico.
La questione pensioni, più che una partita contabile, è lo specchio di un Paese che fatica a rinnovarsi. E che, se non interviene sulle cause strutturali – lavoro, salari, natalità, sviluppo – continuerà a spostare in avanti un conto che prima o poi qualcuno dovrà pagare.
Enrico Foscarini, 13 febbraio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


