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Petrolio: Pd, M5s e Cgil contro le trivelle in Basilicata

Il governo accelera sulle estrazioni nazionali, ma la sinistra torna a frenare la sicurezza energetica

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Ogni volta che l’Italia prova a valorizzare le proprie risorse energetiche, il fronte del No torna a mobilitarsi. È quanto sta accadendo in Basilicata dopo il decreto con cui il governo ha deciso di accelerare i procedimenti per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi, evitando che i ritardi delle amministrazioni regionali possano bloccare indefinitamente attività considerate strategiche per la sicurezza degli approvvigionamenti di gas e petrolio.

La scelta dell’esecutivo parte da una considerazione difficilmente contestabile: un Paese che importa gran parte dell’energia di cui ha bisogno dovrebbe sfruttare, per quanto possibile, anche le risorse che ha sul proprio territorio. È la logica alla base delle parole pronunciate da Giorgia Meloni durante la manifestazione di Fratelli d’Italia a Bari: «Abbiamo protetto questa nazione il più possibile dal caro energia, ma adesso vogliamo che l’energia che serve in Italia si produca il più possibile in Italia».

La presidente del Consiglio era stata ancora più esplicita sul petrolio: «Intendiamo aumentare la quota di petrolio che si può estrarre nei nostri mari perché non ha senso andare a comprare il petrolio in Qatar se ce l’abbiamo in Basilicata». Apriti cielo. Pd, M5s e Cgil hanno immediatamente rispolverato l’argomento delle trivellazioni, mettendo nel mirino non soltanto un eventuale aumento della produzione, ma anche il meccanismo con cui il governo intende impedire che le autorizzazioni restino ferme per l’inerzia delle amministrazioni.

La Cgil: «La Basilicata non è il bancomat d’Italia»

Il primo fronte a mobilitarsi è stato quello sindacale. Il segretario generale della Cgil Basilicata, Fernando Mega, ha contestato l’impostazione dell’esecutivo: «La Basilicata non è il bancomat d’Italia. La Basilicata non si svende e ha il diritto di decidere il proprio futuro». Secondo Mega, prima di procedere con nuove iniziative occorrerebbe coinvolgere il territorio e arrivare a un «patto di sviluppo che non sia solo sfruttamento delle risorse naturali e petrolifere».

Dalla Cgil di Potenza è arrivata una posizione analoga, con il riferimento a una «visione regressiva della politica energetica» e alla richiesta che il naturale calo delle estrazioni sia accompagnato da una «graduale uscita dal fossile», con la riconversione dei siti produttivi della Val d’Agri verso attività non legate al petrolio. Il ragionamento della Cgil porta dunque nella direzione opposta rispetto a quella indicata dal governo: mentre Roma considera la produzione nazionale uno degli strumenti per rafforzare la sicurezza energetica, il sindacato chiede di accompagnare il declino delle estrazioni.

M5s: anche il petrolio nazionale diventa un problema

Anche il Movimento 5 Stelle ha contestato la strategia dell’esecutivo. Il deputato lucano Arnaldo Lomuti ha definito «un errore madornale» sostenere che non avrebbe senso acquistare gas e petrolio dall’estero quando le risorse sarebbero disponibili in Basilicata. Secondo Lomuti, quella posizione sarebbe frutto di una «profonda ignoranza dei dati reali del nostro sottosuolo» e di una «miope concezione del futuro energetico nazionale».

Il deputato richiama la consistenza delle riserve petrolifere italiane, giudicandole troppo limitate per modificare in maniera sostanziale il quadro dei consumi. È un’osservazione che può essere utilizzata per discutere quanto petrolio l’Italia possa effettivamente produrre, ma che non risolve il problema della sicurezza degli approvvigionamenti: anche una produzione nazionale limitata può contribuire a ridurre, sia pure marginalmente, il ricorso alle importazioni. Ed è proprio questo il punto del confronto: il governo non sostiene che le riserve italiane possano rendere il Paese autosufficiente, ma che le risorse disponibili vadano utilizzate insieme alle altre fonti per aumentare la sicurezza energetica.

Il decreto non autorizza nuove trivellazioni

La polemica si concentra soprattutto sull’articolo 2 del provvedimento. La norma interviene sui procedimenti per la prospezione, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi sulla terraferma, compresa la perforazione dei pozzi e il rilascio, la proroga o la modifica di permessi e concessioni.

Il meccanismo è pensato per evitare che un procedimento strategico possa rimanere paralizzato per mesi a causa dell’assenza di una decisione regionale. Se la Regione non esprime la propria intesa entro 45 giorni dalla ricezione della documentazione necessaria, il presidente del Consiglio, su proposta del ministro dell’Ambiente, può assegnare un ulteriore termine fino a 60 giorni. Nel frattempo è prevista un’interlocuzione con la Regione per comprendere le ragioni del ritardo e consentire l’espressione dell’intesa.

Soltanto in caso di ulteriore inerzia e qualora questa sia idonea a compromettere il tempestivo svolgimento di attività di interesse strategico nazionale, come la sicurezza energetica e la continuità degli approvvigionamenti, può entrare in gioco un commissario ad acta. È quindi importante distinguere il contenuto effettivo della norma dalla polemica politica: il decreto non autorizza automaticamente nuove trivellazioni e non cancella l’intesa tra Stato e Regione. Interviene invece sui tempi e sulle conseguenze dell’eventuale mancata risposta regionale. Ed è proprio questa possibilità di superare, in determinate circostanze, l’inerzia amministrativa che ha fatto scattare la protesta del centrosinistra.

Il Pd contro il commissario: «Roma pretende di decidere»

Il Pd di Policoro ha contestato la possibilità di ricorrere a un commissario, sostenendo che «ancora una volta Roma pretenderebbe di decidere sulle nostre teste, senza coinvolgere le comunità, i Comuni, le associazioni e i cittadini che quotidianamente vivono e difendono questo territorio». La critica si estende naturalmente anche all’ipotesi di un aumento delle attività estrattive. Per i dem lucani, «pensare oggi di aumentare ulteriormente le attività estrattive significa condannare la nostra regione a un futuro di maggiore pressione ambientale, maggior consumo di suolo e maggior rischio di inquinamento».

Il centrosinistra regionale ha inoltre chiesto al governatore Vito Bardi di riferire in Consiglio sulle intenzioni del governo e di valutare gli eventuali profili di legittimità costituzionale della norma. La questione, tuttavia, non è soltanto territoriale. In gioco c’è anche la possibilità per lo Stato di considerare la sicurezza energetica un interesse nazionale da tutelare quando una procedura amministrativa si blocca. È il principio che il governo sta cercando di affermare e contro il quale la sinistra lucana sta organizzando la propria opposizione.

Il Pd vuole più soldi dalla produzione di petrolio

A Roma il Partito democratico ha però scelto di affiancare alla contestazione sulle estrazioni una proposta di carattere fiscale. Il deputato Enzo Amendola e il senatore Daniele Manca hanno presentato un emendamento per «ripristinare un corretto rapporto tra fiscalità e territorio sulle estrazioni riconoscendo risorse che spettano alla Basilicata proprio in virtù delle estrazioni in essere».

Amendola lega il tema delle entrate anche al prezzo dei carburanti: «È inaccettabile che a fronte del quantitativo di petrolio già estratto in Basilicata i cittadini residenti debbano registrare il carburante alla pompa come il più caro in Italia». E aggiunge: «Prima degli annunci di nuove estrazioni e prima ancora dei commissari di cui parla la Premier si pone una questione di giustizia sociale nei confronti di questo territorio».

La discussione sulla quota di ricchezza che resta alla Basilicata è quindi distinta da quella sulla necessità di produrre energia in Italia. Si può discutere di royalties, fiscalità e compensazioni territoriali senza trasformare la disponibilità di risorse energetiche nazionali in un motivo per rinunciare a utilizzarle.

Più petrolio italiano significa meno dipendenza dall’estero

È questo il nodo che la protesta contro le trivelle rischia di oscurare. L’Italia non può diventare autosufficiente grazie al petrolio della Basilicata, ma da questo non deriva che sia conveniente rinunciare a produrre quello che può essere estratto sul territorio nazionale. Il problema della sicurezza energetica è infatti anche una questione di diversificazione delle fonti e degli approvvigionamenti. Produrre più gas e petrolio in Italia significa, a parità di consumi, doverne importare una quantità inferiore. Non è una soluzione unica al problema energetico, ma è uno degli strumenti disponibili.

Il governo ha scelto di intervenire proprio su questo fronte, cercando di ridurre i tempi burocratici senza eliminare il ruolo delle Regioni. La risposta di Pd, M5s e Cgil è invece quella di mettere in discussione l’aumento delle estrazioni e, nel caso della norma sui procedimenti, anche la possibilità di superare l’inerzia amministrativa.

Nel frattempo, sul piano tecnico, i limiti di estrazione attualmente previsti per la Basilicata restano in vigore. Il decreto non li modifica automaticamente e non trasforma quindi la Basilicata in un gigantesco nuovo distretto petrolifero. Il confronto riguarda piuttosto la possibilità di utilizzare meglio le risorse già disponibili e, soprattutto, se la sicurezza energetica italiana debba avere un peso sufficiente per impedire che nuovi investimenti vengano fermati dalla burocrazia o dal veto di fatto di un’amministrazione. Ed è su questo terreno che la battaglia sulle trivelle rischia di diventare l’ennesimo capitolo dello scontro tra chi considera produzione nazionale, mercato e sicurezza degli approvvigionamenti elementi da rafforzare e chi, ancora una volta, vede nell’utilizzo delle risorse energetiche italiane soprattutto un problema da limitare.

Enrico Foscarini, 18 settembre 2021

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