Il decreto Pnrr che arriva oggi sul tavolo del Consiglio dei ministri rappresenta, nel suo perimetro, una buona notizia. Non perché riscriva il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma perché prova almeno a renderne meno farraginosa l’attuazione quotidiana. Un intervento puntuale, con una dozzina di articoli a firma del ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, che mira a semplificare i rapporti tra Stato, cittadini e imprese, riducendo attriti burocratici che da decenni soffocano l’economia italiana.
Carte d’identità con validità illimitata per gli over 70, tessera elettorale digitale, Isee acquisito automaticamente dalle pubbliche amministrazioni senza più costringere il cittadino a produrlo ogni volta. E ancora, procedure più snelle per le imprese, dalla fine dell’obbligo di conservare per dieci anni le ricevute cartacee dei Pos fino alla semplificazione per l’installazione di mezzi pubblicitari su strada, passando per un esame di idoneità professionale per gli autotrasportatori finalmente sganciato dai confini provinciali. Nel complesso, nell’ambito del Pnrr, sono state già semplificate circa 400 procedure amministrative, raggiungendo gli obiettivi formali previsti dal Piano.
Misure sensate, in alcuni casi persino tardive, che però non risolvono il nodo centrale del Pnrr: l’impostazione originaria di un Piano frammentato in migliaia di micro-interventi, spesso scollegati da una vera strategia di crescita.
I mille rivoli del Pnrr
Le semplificazioni introdotte oggi non possono nascondere il problema di fondo. Il Pnrr italiano vale oltre 194 miliardi di euro, una massa di risorse senza precedenti che avrebbe richiesto poche priorità chiare, grandi investimenti trasformativi e riforme strutturali. Al contrario, il Piano è stato concepito come un gigantesco banchetto a cui si sono seduti un po’ tutti, almeno quelli che sono riusciti a intercettare bandi e finestre amministrative negli anni dei governi Conte e Draghi.
I progetti finanziati dal Pnrr hanno spesso una platea di beneficiari estremamente ridotta e finiscono per concentrarsi in piccoli comuni, trasformando il Piano in una sommatoria di interventi locali a basso impatto economico. È il caso dei campi di padel per la palestra di Vigo di Cadore, 1.500 abitanti in provincia di Belluno, finanziati con 300mila euro di fondi Next Generation EU, la stessa cifra destinata a Castelpagano, 1.300 residenti nel Sannio, per un percorso fitness nella pineta comunale. Nel modenese è stato confermato con un decreto del 2025 il progetto “Un giro di briscola”, dedicato alla socializzazione degli anziani, per una spesa di 222mila euro. E se lo stadio di Firenze è stato escluso dalle opere finanziabili, su richiesta dell’allora ministro Raffaele Fitto, il Pnrr ha invece stanziato 700mila euro per lo stadio “Mimmo Garofalo” di Tursi, in provincia di Matera, tra campo in erba sintetica e copertura della gradinata. Il Franchi no, dunque, ma sì allo stadio di Salve, 4.500 abitanti nel leccese, dove il completamento della struttura “Ciullo” è costato un milione di euro.
Sul fronte culturale, il Pnrr ha assegnato 40mila euro alla fondazione Magna Carta per il rifacimento dei contenuti editoriali e dell’e-commerce, mentre alla Pro loco di Castel Viscardo, in provincia di Terni, sono andati oltre 25mila euro per realizzare il primo borgo umbro nel metaverso. Nei database pubblici compaiono poi finanziamenti come i 75mila euro al museo della Bora di Trieste per la digitalizzazione del patrimonio del “magazzino dei venti” o i 75mila euro alla diocesi di Massa Carrara-Pontremoli per sviluppare un’app dedicata al patrimonio religioso locale.
A chiudere il cerchio arrivano gli stanziamenti del ministero del Turismo, avviati già con il governo Draghi, che hanno distribuito 600 milioni di euro di incentivi ad affittacamere, agriturismi, hotel e ristoranti, di cui 150 milioni a fondo perduto, insieme a una lunga serie di musei di nicchia: dai 90mila euro per il museo del giocattolo medievale di Ficarra, nel messinese, ai 600mila euro per il museo del prosciutto di Langhirano, fino ai 39mila euro per il progetto Casa Surace a Sala Consilina, un portale digitale pensato per tramandare le leggende italiane. Un Pnrr che moltiplica i progetti, ma non la crescita.
Crescita ferma e riforme mancate
Non a caso Confindustria parla di un’economia “quasi ferma” e individua proprio negli investimenti del Pnrr l’unica spinta congiunturale rimasta. Ma è una spinta che si sta esaurendo senza aver prodotto quell’effetto leva promesso. “Non sono stati centrati gli obiettivi di migliorare il tasso di crescita economica, rimuovendo lacci di natura regolamentare e amministrativa”, osserva l’economista Fabio Scacciavillani, mettendo il dito nella piaga di un Piano che ha finanziato molto, ma riformato poco.
Il paradosso è che le vere riforme, quelle capaci di liberare energie private, sono rimaste sullo sfondo, mentre la spesa si è distribuita a pioggia su una platea ristretta di beneficiari. È il trionfo del micro-intervento sul disegno industriale, della rendicontazione sulla visione.
Le cattedrali digitali nel deserto
Emblematica è la vicenda della 3-i spa, la società pubblica nata per digitalizzare Inps, Inail e Istat, una delle milestone del Pnrr. A tre anni dalla fondazione, il progetto resta opaco, con un piano industriale ancora in costruzione e conti tenuti in equilibrio più da operazioni finanziarie che da attività core. Una società pensata per la digitalizzazione che fatica persino ad aggiornare il proprio sito è la metafora perfetta di un Pnrr che confida troppo nello Stato imprenditore e troppo poco nel mercato.
Un’occasione parzialmente sprecata
Il decreto in Consiglio dei ministri va nella direzione giusta, perché semplificare è sempre una scelta liberale. Ma non basta rendere meno complicato un Piano che nasce sbilanciato. Senza una selezione drastica delle priorità, senza il coraggio di concentrare le risorse su infrastrutture, capitale umano e competitività, il Pnrr rischia di restare un’occasione storica parzialmente sprecata, buona per finanziare mille rivoli di spesa, ma incapace di cambiare davvero il corso dell’economia italiana.
Enrico Foscarini, 29 gennaio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


