Integrare telecomunicazioni, pagamenti, logistica e servizi digitali per costruire un gruppo in grado di competere nella trasformazione tecnologica. È questa la scommessa che Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane, ha illustrato nell’intervista con Nicola Porro al Forum di Moneta. L’obiettivo è fare dell’aggregazione con Tim qualcosa di più di una semplice operazione societaria, mettendo a sistema attività complementari e infrastrutture strategiche.
Del Fante ha spiegato la logica dell’investimento ricorrendo a una metafora immobiliare: «Intuisci il potenziale di quella casa, sai che tipo di ristrutturazione puoi fare e riesci a vederla rimessa a posto sul mercato. E questo è esattamente quello che abbiamo visto noi». Una valutazione che parte anche dal lavoro compiuto negli ultimi anni per risanare i conti dell’ex monopolista telefonico. Il manager ha riconosciuto all’amministratore delegato di Tim, Pietro Labriola, il merito di aver ridotto l’indebitamento attraverso la cessione della rete fissa, portando la società «in una posizione molto più solida dal punto di vista finanziario».
La tecnologia come infrastruttura
Il ragionamento di Del Fante va oltre le prospettive della singola azienda. La trasformazione digitale, secondo il numero uno di Poste, richiede soggetti industriali capaci di investire nel lungo periodo e di mantenere un legame con le esigenze dell’economia nazionale.
«Siamo nel mezzo di una trasformazione digitale, tecnologica, e questa trasformazione ha bisogno di attori in un sistema economico», ha osservato. Il rischio, in assenza di operatori in grado di sostenere questa evoluzione, è che gli spazi disponibili vengano occupati da altri soggetti, «verosimilmente magari non nazionali», con priorità differenti rispetto allo sviluppo del Paese. «Se non hai le redini di quell’azienda lì, tu sistema economico sei in difficoltà», ha aggiunto Del Fante.
È un argomento che chiama in causa la competitività delle imprese italiane e la disponibilità di infrastrutture tecnologiche adeguate. La questione, tuttavia, non si esaurisce nella nazionalità degli azionisti: la capacità di investire, innovare e offrire servizi competitivi resta decisiva. Proprio per questo, la sfida per il nuovo gruppo sarà dimostrare che l’integrazione produce vantaggi concreti, sia per le aziende sia per i clienti.
Delisting entro il 2029
Il percorso societario è già avanzato. Poste Italiane è arrivata all’87% di Tim e punta a completare l’acquisizione del capitale residuo per arrivare al delisting, cioè all’uscita della società dalla Borsa. «Adesso siamo arrivati all’87%», ha spiegato Del Fante, indicando come scadenza quella del termine del suo mandato. «Prima dell’aprile del 2029 dovremo arrivare al delisting e quindi avere il 100% di Tim».
La prospettiva è quella di una Tim pienamente inserita nel perimetro del gruppo, ma destinata a conservare il proprio ruolo operativo nelle telecomunicazioni e nella tecnologia. Il passaggio dalla fase finanziaria a quella industriale sarà il vero banco di prova: integrare strutture e competenze senza disperdere il patrimonio di conoscenze e la capacità di innovazione delle due organizzazioni.
Per Poste, che negli ultimi anni ha ampliato progressivamente il proprio raggio d’azione, l’operazione rappresenta un salto dimensionale. Per Tim, la nuova proprietà offre la possibilità di affrontare una fase diversa dopo la separazione della rete e la riduzione del debito. Resta da verificare quanto rapidamente le sinergie annunciate riusciranno a tradursi in risultati misurabili.
Tim Brasil, un asset da valorizzare senza fretta
Nel disegno di Del Fante c’è spazio anche per una valutazione delle attività internazionali. Il caso più interessante è quello di Tim Brasil, controllata che genera liquidità ma che non rientra nel cuore del progetto industriale italiano. «Non è in svendita però non è nemmeno strategica nel disegno che vi ho appena descritto. Quindi la useremo in maniera tattica nel corso dei prossimi mesi», ha affermato l’amministratore delegato di Poste.
Il riferimento lascia aperte diverse possibilità, senza anticipare una decisione definitiva. La capacità della società brasiliana di produrre cassa costituisce un elemento importante nella valutazione, ma non basta a renderla indispensabile alla strategia di integrazione con Poste. La priorità dichiarata è costruire un gruppo coerente attorno alle attività considerate centrali: l’eventuale valorizzazione degli asset non strategici potrebbe diventare uno strumento per sostenere questo percorso.
La rete fisica resta decisiva anche nell’era digitale
L’evoluzione di Poste Italiane, ha ricordato Del Fante, è iniziata con il suo arrivo alla guida del gruppo nel 2017. All’epoca la società disponeva di circa 13mila uffici postali, mentre il progressivo calo della corrispondenza metteva sotto pressione il modello tradizionale.
La risposta è stata la diversificazione, con l’ampliamento dei servizi finanziari, assicurativi e dei pagamenti, senza rinunciare alla presenza capillare sul territorio. «Se vuoi digitalizzare i cittadini, considerando la demografia del nostro Paese, non puoi farlo senza una presenza fisica», ha spiegato Del Fante.
È forse questo uno degli elementi più rilevanti del modello di Poste: la digitalizzazione non implica necessariamente l’abbandono delle infrastrutture fisiche, soprattutto in un Paese con una popolazione anziana e forti differenze territoriali. Gli uffici possono diventare punti di accesso a servizi sempre più evoluti, affiancando i canali online invece di essere semplicemente sostituiti da questi ultimi.
La sfida, per il gruppo che nascerà dall’integrazione con Tim, sarà dunque combinare la prossimità di Poste con le competenze tecnologiche e le reti di telecomunicazione. Un progetto ambizioso, la cui solidità si misurerà non soltanto nelle dimensioni del nuovo perimetro societario, ma soprattutto nella capacità di generare efficienza, investimenti e servizi migliori.
Enrico Foscarini, 28 ottobre 2026
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