Economia

A VOLTE RITORNANO

Reddito di cittadinanza, il campo largo vuole fallire ancora

La manifestazione di Napoli riparte dal sussidio grillino. I numeri raccontano il disastro

schlein conte bonelli fratoianni Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Il campo largo si prepara a sfilare a Napoli domani per il lancio della campagna elettorale e, tra i cacicchi in prima fila, torna a far capolino un vecchio spettro: il reddito di cittadinanza. La scelta della città partenopea non è casuale, perché Napoli è stata per anni l’area a più alta densità di percettori d’Italia, con il 13% del totale nazionale concentrato lì, dentro una Campania che da sola pesava per il 20% della platea. È il territorio che più di ogni altro ha sperimentato sulla propria pelle cosa significhi costruire consenso sui sussidi anziché sul lavoro.

A confermare la centralità del tema ci pensa Marco Sarracino, deputato dem e plenipotenziario di Elly Schlein in Campania, che rivendica un modello fondato su «battaglie politiche nette: far crescere i salari, potenziare la sanità pubblica, difendere il sud dall’autonomia differenziata». Parole che, lette in filigrana, raccontano la nostalgia di un pezzo di coalizione per una misura che dai fatti esce con le ossa rotte.

La promessa di “abolire la povertà” e il conto lasciato agli italiani

Il Movimento 5 Stelle aveva venduto il reddito di cittadinanza come la misura destinata ad abolire la povertà. È bastato un quinquennio per smentirlo: la povertà assoluta non è scomparsa, mentre lo Stato ha bruciato 34,6 miliardi di euro in cinque anni, con un picco di 8,87 miliardi nel solo 2021. Un fiume di denaro pubblico che, invece di attivare le persone verso un impiego, ha finito per tenerle sedute sul divano, con controlli lasci e senza reale condizionalità lavorativa.

Il risultato più clamoroso riguarda i cosiddetti navigator, la task force pensata per accompagnare i beneficiari verso il lavoro. Su 1,15 milioni di percettori considerati occupabili, ne sono stati ricollocati appena 152mila, il 13% del totale. Un fallimento quasi integrale, pagato profumatamente dai contribuenti, che certifica come l’impianto originario del reddito fosse concepito più per garantire consenso elettorale nel Mezzogiorno che per rimettere le persone al lavoro.

I numeri del mercato del lavoro dopo la fine del sussidio

Dal 31 dicembre 2023, data di chiusura della misura, qualcosa nel mercato del lavoro si è mosso. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 7,2 al 5%, e gli occupati sono passati da 23 milioni e 754mila a 24 milioni e 336mila, con un incremento netto di 582mila posti di lavoro. A crescere non sono stati i contratti precari, ma quelli stabili: i tempi indeterminati sono aumentati di quasi 940mila unità, mentre i contratti a termine si sono ridotti di 266mila.

Non è un caso isolato né un merito automatico di chi governa oggi: è la conferma che un sussidio permanente e privo di condizionalità reale disincentiva la ricerca di un impiego, mentre la sua rimozione spinge le persone a rientrare nel mercato del lavoro, spesso perché lo stavano già facendo in nero. Il passaggio all’Assegno di Inclusione e al Supporto per la Formazione e il Lavoro ha inoltre prodotto un risparmio netto per l’erario di oltre 5,19 miliardi di euro nel primo biennio, senza lasciare senza tutele le famiglie realmente fragili, che continuano a percepire un assegno medio di 697 euro mensili.

La Campania resta il buco nero delle politiche attive

Proprio la Campania, con le sue disfunzionalità nella gestione del vecchio reddito, resta oggi la regione dove i ritardi amministrativi rallentano l’attuazione delle politiche attive legate al programma Garanzia Occupabilità Lavoratori (Gol). È un paradosso tutto politico: la stessa area che ha beneficiato di più del sussidio è quella che oggi fatica di più a costruire un’alternativa fondata sul lavoro, complice una gestione amministrativa locale che il campo largo preferisce non raccontare.

A confermarlo è anche l’iniziativa del governatore Roberto Fico, che sta studiando un sussidio regionale ribattezzato reddito di dignità, 500 euro al mese ai disoccupati. Una misura dal sapore squisitamente elettorale che, se varata prima del voto, rischierebbe di anticipare su scala locale ciò che il campo largo vorrebbe imporre a livello nazionale: il ritorno al sussidio senza condizionalità, proprio nella regione che più di ogni altra ne ha già pagato il conto.

Il confronto tra territori dice molto sulla reale efficacia delle politiche attive del lavoro. In Lombardia oltre 290mila persone hanno avviato un percorso Gol e più della metà ha già trovato un’occupazione stabile. In Campania, invece, la cronica lentezza dei concorsi regionali per i centri per l’impiego ha lasciato migliaia di ex percettori in un limbo amministrativo, ritardando proprio quell’attivazione al lavoro che il sussidio avrebbe dovuto favorire e non ha mai garantito.

Il rischio, oggi, è che si torni a raccontare Napoli come vetrina di un modello già fallito, proprio mentre i dati dimostrano che a funzionare non è stato il reddito di cittadinanza, ma la sua fine.

Enrico Foscarini, 7 luglio 2026

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