L’Osservatorio statistico Inps sui dipendenti nel 2024 mette in chiaro una verità tanto nota quanto determinante: l’Italia continua ad aumentare il lavoro soprattutto nei settori a basso valore aggiunto, mentre i comparti più specializzati restano quelli in cui si guadagna di più. Il risultato è un mercato del lavoro che cresce, ma senza migliorare davvero la qualità complessiva della forza lavoro.
Nel 2024 i dipendenti del settore privato non agricolo sono 17,7 milioni, con una retribuzione media di 24.486 euro. Dietro il dato nazionale, però, si nasconde un differenziale enorme tra chi opera in attività tecniche o regolamentate e chi lavora in comparti caratterizzati da stagionalità, part-time e bassa continuità contrattuale.
I lavori che pagano di più
In cima alla classifica delle retribuzioni restano le attività finanziarie e assicurative, dove la media supera 56.400 euro. Segue l’estrazione di minerali con 51.530 euro e la fornitura di energia e gas con 50.015 euro. Qui la componente tecnico-specialistica è decisiva e si combina con quasi un anno pieno di giornate retribuite, anche oltre 290 giornate.
La dinamica è chiara: dove serve competenza avanzata, il salario cresce. È il motivo per cui questi comparti continuano a rappresentare il vertice del sistema retributivo italiano. Come osservano i tecnici Inps, «la presenza di manodopera specializzata e livelli elevati di continuità lavorativa sostiene le retribuzioni medie dei settori più tecnici».
Il fondo della scala retributiva
All’opposto si collocano gli addetti della ristorazione e degli alberghi, che nel 2024 si fermano a 11.233 euro per appena 183 giornate retribuite. Subito sopra si trovano le attività artistiche e sportive (15.628 euro) e l’istruzione privata e supplenze della scuola pubblica (16.451 euro).
Sono i settori dove la precarietà è più forte, con contratti intermittenti, picchi stagionali e una prevalenza di part-time non scelto. La stessa Inps rileva che «la combinazione tra part-time e contratti brevi continua ad alimentare il lavoro povero».
Il paradosso
L’aspetto più significativo del report è nella dinamica occupazionale. L’aumento dei posti di lavoro arriva soprattutto da tre settori: alloggio e ristorazione, commercio e costruzioni. Da soli generano il 60% della crescita totale dell’occupazione. Eppure sono tutti comparti con retribuzioni sotto la media nazionale.
Questo significa che l’Italia continua a creare lavoro nelle aree meno qualificate, mentre i comparti ad alto valore aggiunto restano stabili o, in alcuni casi, arretrano. È un modello di sviluppo che amplia il divario tra quantità e qualità dell’occupazione.
Part-time e divari di genere
Nel 2024 un terzo dei dipendenti ha avuto almeno un rapporto di lavoro part-time. Il fenomeno colpisce quasi la metà delle lavoratrici, mentre riguarda poco più di un quinto degli uomini. Il peso del part-time si riflette in modo diretto sulle retribuzioni: sotto i 20 mila euro resta il 46,1% dei lavoratori.
Tra chi lavora sempre full-time la quota scende drasticamente al 27,1%, confermando che la povertà lavorativa non nasce solo dai salari, ma anche dal numero di ore e dalla continuità contrattuale.
Una forza lavoro polarizzata
Il 2024 mostra un lieve spostamento verso l’alto delle fasce retributive, con più lavoratori sopra i 25 mila euro e una crescita dell’11,4% nella fascia oltre i 45 mila euro. Ma questo miglioramento è trainato dai settori che già pagavano di più, comparti dove convivono alta specializzazione e imprese di grandi dimensioni, come la finanza o l’energia. Qui i salari sono elevati non solo perché servono competenze avanzate, ma perché operano aziende strutturate, capaci di generare valore aggiunto e di distribuirlo lungo la filiera.
Il resto del mercato del lavoro si muove all’opposto: la crescita degli addetti avviene soprattutto nei settori dove si guadagna meno, attività frammentate, stagionali o con margini ridotti, che riflettono un tessuto produttivo dominato da micro e piccole imprese incapaci di sostenere retribuzioni più alte. Ne deriva un mercato del lavoro che migliora in superficie, ma resta polarizzato, con una massa crescente di lavoratori concentrati in occupazioni poco qualificate e intermittenti.
In questo quadro si inseriscono perfettamente i dati del Made in Italy Monitor di Cerved, che mostrano come il paradosso non riguardi solo il lavoro ma l’intera economia. Le eccellenze italiane – dall’Agroalimentare alla Moda, dall’Arredo alla Meccanica, dalla Farmaceutica ai Mezzi di trasporto – generano molto valore, ma rappresentano appena il 7,8% delle società di capitali e da sole producono il 17,2% del valore aggiunto e quasi metà dell’export. La grande maggioranza delle imprese, però, resta piccola, sottocapitalizzata e poco innovativa, e quindi incapace di creare quel valore che permetterebbe anche ai salari di salire.
Il problema della crescita italiana sta tutto qui: pochi settori e poche imprese moderne e competitive, circondate da un ecosistema produttivo che non riesce a generare produttività, esattamente come pochi lavori ad alta specializzazione convivono con una larga base di occupazione povera. E nessun governo, con i vincoli attuali, può compiere miracoli senza affrontare il nodo strutturale: rivoluzionare non solo il fisco, ma soprattutto la formazione, la qualità del lavoro e la dimensione delle imprese. Perché, senza imprese che crescono e producono più valore, non cresceranno né i salari né il Paese.
Enrico Foscarini, 19 novembre 2025
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